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Colin Firth: Un gentleman Premio Oscar

Il Premio Oscar Colin Firth mescola l’aplomb britannico con la simpatia italiana ed č tutto merito della moglie...

Gio 26 Gen 2017 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 9

Quei capelli “troppo rossi” hanno cambiato il corso della carriera di Colin Firth. Se non avesse deciso di tingerli di castano per dar vita all’eroe romantico di Jane Austin, Mark Darcy, per la versione tv di “Orgoglio e pregiudizio”, oggi non sarebbe uno dei talenti più apprezzati del firmamento hollywoodiano, premiato con l’Oscar e la stella nella Walk of Fame (tra gli altri riconoscimenti). 

Un talento solido, il suo, sorretto da una vita familiare lontana dal gossip: sposato da vent’anni con l’italiana Livia Giuggioli, ne ha abbracciato la lingua e i costumi, trovando un mix perfetto tra l’aplomb britannico e l’affabilità nostrana. Non ha mai avuto paura di risultare scomodo, al punto da essersi sempre schierato per la difesa dei diritti umani e, nonostante la natura schiva e riservata, sa prendersi anche poco sul serio, mantenendo sempre un contegno elegante e rispettoso anche nelle situazioni più bizzarre. Per rendere l’idea, in uno degli ultimi incontri con la stampa a Roma non ha battuto ciglio quando una giornalista si è ostinata a fare una domanda al regista del suo film, anche se l’uomo non era presente in sala. Invece di sbuffare, alzare gli occhi al cielo o abbandonare la conferenza, come molti suoi colleghi avrebbero fatto, le ha rivolto il più affabile dei sorrisi e dei saluti. Un vero gentiluomo d’altri tempi, insomma, che non smette d’incantare e commuovere, oltre che dar vita nell’immaginario collettivo al cavaliere senza macchia, capace di salvare l’eroina moderna, come si vede nell’ultimo capitolo della saga “Bridget Jones”, il cui ultimo capitolo è appena uscito in versione homevideo.

Da attore ha cambiato pelle molto spesso. Chi sognava di diventare, invece, da bambino?
«Un agente segreto, ma come spia alla James Bond sarei stato una mezza schiappa. Avrei avuto bisogno molto più dei superpoteri…».
 
Lei crede ai complottisti che vorrebbero il mondo in mano ad associazioni segrete?
«No, ma se anche esistessero non mi sentirei né sorpreso né sollevato. A volte creiamo dei miti e delle leggende che ci proteggano, altre volte scegliamo di riportare in vita storie del passato per sentirci sicuri, come ad esempio quella di Re Artù, in un periodo in cui il bene e il male avevano una divisione netta».

È questo il bello del suo lavoro?
«Assolutamente: permette voli di fantasia, proiezione dei desideri ed esorcizzazione delle paure. Mettiamo spesso in scena mondi che non sono reali o situazioni verosimili da punti di vista nuovi. L’arte apre scenari immensi davanti a noi».

Oggi il mondo sembra più piccolo grazie ai social. Cosa ne pensa?
«Non li capisco, a partire da Twitter. Non so cosa sia un hashtag e me ne tengo ben lontano. Come tutte le innovazioni, ha un potere immenso, ma anche estremo. Temo che i social diventino fuori controllo e arrivino a dettare i termini delle nostre relazioni. Certo, amplificano la creatività fino addirittura a girare un film con uno smartphone per poi editarlo direttamente sul cellulare. Eppure, invece di guardarti intorno e ammirare quello che ti circonda, vedi gente che guarda il suo piccolo schermo e immortala il piatto».

È un bene o un male?
«La connettività si sta evolvendo velocemente, però può prendere qualsiasi direzione. La sua potenzialità è positiva, può diventare anche uno strumento politico per diffondere la democrazia, ma intanto vorrei che noi tutti imparassimo ad alzare lo sguardo dal display e guardare chi ci sta accanto».

Alcuni dei film che ha interpretato hanno una vena fantastica o futuristica. Pensa che possano aiutare a leggere meglio la realtà?
«Certo, innanzitutto quando si parla di cinema d’evasione non vuol dire che ci si aliena dalla realtà e poi il fantasy è sempre stato usato come metafora per veicolare contenuti alti. Poi sta a te spettatore reagire a quello che vedi, spesso un fotogramma tocca delle tue corde interiori che nemmeno immagini e ti connette con esperienze personali ad un livello incredibile».

Lei ha un autocontrollo incredibile. Perde mai la calma?
«Beh, negli ultimi anni le partite dell’Arsenal hanno influenzato moltissimo il mio umore e messo a dura prova la mia pazienza. Per fortuna il mio mestiere mi permette di sfogare nei miei personaggi molte reazioni che non avrei mai nella realtà. Anche se, lo ammetto, non sono uno molto complicato».

È poco british quindi?
«So che noi inglesi abbiamo la reputazione di essere sempre composti, ma non è così, pure io a volte mi arrabbio. E credetemi: questa definizione di self control non risponde a verità».

Tra i suoi prossimi progetti c’è “Kingsman 2”, la surreale spy story che ha già conquistato il pubblico di tutto il mondo. Cosa piace di quest’universo?
«I Kingsman sono cavalieri segreti che raccontano il bene e il male attraverso vicende di nobiltà e follia. Ci sono paradossi nelle loro tradizioni, ma in fondo le celebrano perché vediamo un’élite che si adopera per valori d’alto profilo». 

È ancora molto in forma per le scene action…
«Vi assicuro che sono dolorosissime e occorrono mesi e mesi di allenamento. Non mi sono serviti granché nella realtà: se qualcuno volesse fare a botte con me al massimo gli ballerei intorno…». 

 


Colin per i terremotati

Colin Andrew Firth, classe ’60, è una delle istituzioni del cinema britannico. Premio Oscar per l’interpretazione di Re Giorgio VI ne “Il discorso del re” di Tom Hooper, si è distinto per il talento, ma anche per l’impegno umanitario. Sposato da 20 anni con Livia Giuggioli, vive tra Londra e l’Umbria, a pochi chilometri dall’epicentro del terremoto. Per questo si è impegnato come battitore durante l’iniziativa che l’ambasciata italiana nella capitale inglese ha organizzato per raccogliere fondi a favore dei terremotati. L’asta, a dicembre scorso, ha raccolto 200mila euro e l’attore ha commentato così: «Quando il terremoto non è più in prima pagina, è il momento cruciale di continuare a fornire aiuti alle popolazioni colpite, perché lo sforzo per ricostruire le loro case e le loro vite, non si esaurisce in pochi mesi, ma durerà a lungo».  È diventato l’emblema dell’eroe romantico, sia nelle storie in costume (è Mr Darcy nell’adattamento tv di “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen) che in racconti più contemporanei, da “Love Actually” alla saga di “Bridget Jones”, il cui ultimo capitolo “Bridget Jones’s Baby” è appena uscito in versione home video per Universal. Ha collezionato pellicole cult, da “Shakespeare in love” a “Il paziente inglese”. Ha ottenuto la Walk of Fame a Hollywood e lo vedremo presto nel remake di ”Mary Poppins” accanto a Meryl Streep. 


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