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Università, la fatica di lasciarli crescere

Sempre più genitori si mettono al posto dei figli anche nella scelta degli studi. Contagiandoli con paura e sfiducia

Gio 26 Gen 2017 | di Francesco Buda | Attualità
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Cosa aiuta davvero a spiccare il volo anziché trasformare l'aquilotto in un pollo? Mettersi al posto dei figli nell'intento di fargli del bene è un'illusione, una forzatura, un soccorso che fa più danni che altro. Né risolve il nuovo sport nazionale di puntare il dito sui giovani mammoni e “bamboccioni”.
Di recente ci si è accorti di un altro sport praticato in Italia: genitori in fila all'università al posto dei figli; genitori che s'informano al posto dei figli; genitori che non ritengono i propri 'cuccioli' in grado di scegliere da soli su quale laurea puntare (52% dei casi). E quindi scelgono loro, cioè mamma e papà. Ciò è collegato a fatalismo, paura, incertezza, conformismo degli adulti. Tutte cose che assopiscono lo spirito dei ragazzi, l’espressione nel presente, la spinta al futuro e la loro capacità di progettarsi percorsi professionali e di vita. A dircelo è una innovativa ricerca dell'università Bicocca di Milano, primo ateneo italiano ad aver intercettato il fenomeno nella sua complessità, a studiarlo e proporre risposte concrete, con la Commissione Orientamento di Ateneo. Senza giudicare i figli né i loro genitori, accogliendoli e coinvolgendoli, insieme, in percorsi di consapevolezza in cui accanto alle informazioni sui corsi universitari vengono aiutati a scoprire certi inganni e a riscoprire il valore dei loro ragazzi e pilastri esistenziali, come il coraggio, la fiducia, la speranza.

HO PAURA, MI SOSTITUISCO
«In Italia l’aumento del coinvolgimento dei genitori nella vita universitaria dei figli è un fenomeno nuovo ed emergente», spiega la professoressa Elisabetta Camussi, del Dipartimento di psicologia dell'Università milanese Bicocca, che coordina la ricerca. «Poiché desiderano per i propri figli una vita 'buona' e 'soddisfacente', molti hanno la tendenza a sostituirsi a loro nell'ingenuità o illusione di poterli così meglio aiutare, di preservarli dai rischi. 
Un modo di essere e di fare che alcuni studiosi definiscono 'gestionale': dalla prima infanzia, seguono meticolosamente l'esperienza educativa in tutte le fasi, e si aspettano di essere coinvolti nella carriera universitaria con un alto coinvolgimento emotivo, tanto quanto i figli! Nella nostra ricerca osserviamo un tale coinvolgimento da rendere talora complicato distinguere i loro desideri da quelli dei figli. Negli Stati Uniti vengono anche definiti 'helicopter parents', genitori elicottero, coloro che vegliano sui loro bambini sin dall'asilo e poi 'portano i figli all'università', continuando a sorvolare l'esperienza formativa, pronti a 'scendere in picchiata'». 
Un controllo che troppo spesso fa il paio con disfattismo e sfiducia. «I ragazzi ci raccontano di sentirsi investiti da molta negatività!», confida la Camussi. 
E il messaggio diventa, magari inconsciamente: “non puoi farcela”. Cercare di spianare la strada, allora, blocca o quantomeno indebolisce i bimbi e poi i ragazzi. Accompagnare è un'altra cosa. Non è mai sostituirsi.

IPER-PROTEZIONI CHE BLOCCANO
«Oggi si richiede ai giovani e ai loro genitori di imparare a relazionarsi con ciò che è imprevedibile, instabile, incerto, complesso, né esente da rischi. Sono quindi comprensibili, per quanto controproducenti, certi timori e tentativi di protezione», avverte la professoressa Camussi, che sta promuovendo in Italia percorsi di sana inclusione ed orientamento per i genitori degli aspiranti studenti universitari. Mamma e papà non vanno ostracizzati, infatti. Anzi possono dare un positivo supporto ai loro ragazzi, come spesso accade. 
Ma a condizione che abbiano dentro e testimonino speranza, positività, fiducia, coraggio e resilienza. Termine quest'ultimo che indica la capacità di reagire attivamente e positivamente, in modo creativo e personale alle avversità, ad imprevisti e fallimenti, di sapersi muovere nell'incertezza. Ciò in cui, storicamente, gli italiani si sono dimostrati maestri. Più i genitori esprimono queste caratteristiche e più accompagnano in modo sano i figli e gli sono utili nello scegliere l'università secondo le loro profonde aspirazioni, nel progettarsi un futuro e pensarsi positivamente.

TESTIMONIARE LIBERTÀ E SPERANZA
Insieme al buon senso e a molte ricerche del passato, oggi lo suggeriscono i risultati preliminari delle ricerche dell'ateneo milanese. 
«Da quanto stiamo osservando – tira le somme la docente ricercatrice – deriva che i genitori hanno la possibilità e la responsabilità, sviluppando in sé speranza, resilienza ed ottimismo, di sostenere i figli nell'avere una visione positiva del futuro, aiutandoli ad individuare nuove strategie per fronteggiare gli ostacoli. Questi sono gli elementi che possono aiutare le giovani generazioni e che vanno supportate negli adulti e in tutti coloro che sono in posizione educativa». Idealistico? «La speranza è intesa in senso pro-attivo – precisa la professoressa Camussi -, non basta essere genericamente speranzosi, ma è necessario individuare degli obiettivi, pianificare delle strategie e metterle in atto per raggiungere lo scopo. Per chi studia, si tratta non solo di studiare, ma di saper utilizzare ciò che si è studiato. Molto utile è sostenerli ad immaginarsi, già da piccoli, nel futuro tra 5 anni, tra 10 anni e così via». 
Alla fine, torna il sale della vita: la libertà. 
«Si sottolinea sempre il fatto che studiare può aiutare ad avere sbocchi professionali – chiosa la prof –, ma mai nessuno che dica che l'università serve a pensare liberi e con senso critico!»

 



Paura e conformismo

Sostituirsi ai figli e cercare di proteggerli sempre e comunque può comprometterne la capacità di farcela. «Il comprensivo tentativo di proteggerli – ci spiega la professoressa Camussi – va proprio nella direzione opposta, perché il mondo oggi chiede flessibilità, capacità di reagire e di venir fuori nelle difficoltà. Perciò l'aiuto vero da dare ai figli è rinforzarli nelle scelte che vogliono fare, al di là delle presunte garanzie che s'immagina possa dare una laurea piuttosto che un'altra, anche quando non ci sono le garanzie che i genitori vorrebbero e non tutto si presenta chiaro e prevedibile». Altro rischio: spingerli verso presunti percorsi formativi sicuri, ‘garantiti’; ad esempio molti genitori li vogliono medici o dottori in economia. «Ragazzi e ragazze – dice la Camussi -, invece di essere invitati a proiettarsi nel futuro con una libertà di pensarsi nel futuro, anche in modo azzardato, ma profondamente loro, vengono invece invitati a progetti molto più piccoli e lineari, perché ci si sente più protetti». 

 



Indipendenza e unicità

“Le energie personali sono prima della madre e del padre. Non dipendono dalla coscienza o dalla cultura degli uomini”. 
Così si legge in “La famiglia non s'inganna”, uno dei libri di Padre Angelo Benolli, missionario, psicoanalista e psicoterapeuta che da oltre mezzo secolo si dedica allo sviluppo del bambino, della persona, della coppia e della famiglia. L'indipendenza è una caratteristica costituiva dell'identità e delle energie personali. Scrive ancora Padre Benolli in “La vita non s'inganna”, mettendo in guardia da certa spiritualità piena di regole e tesa più a dirigere che a liberare. “Nessuno si può sostituire alla realtà del modo e del tempo di sviluppo di ogni energia personale. Cristo non si sostituiva e non imponeva niente a nessuno. Dio, veramente Padre, non si sostituisce mai alla persona. Vuole che ogni anima sia fedele alla propria dignità e che cerchi sempre il vero amore”. Il vero amore consiste quindi nel rispetto delle forze dell'altro. Anche a prescindere dal fatto religioso, ne va della libertà e dello sviluppo personale. 
“In psicologia – spiega ancora Padre Benolli -, si parla anche di ‘incesto mentale’, quando nelle relazioni si ha una perdita della propria identità, permettendo ad altri di sostituirsi ad essa. È necessario pertanto non farsi più imbrogliare, mantenersi indipendenti e ribellarsi decisamente a tutto ciò che va contro i contenuti e l’ordine delle autentiche energie personali e sociali della vita”.




Gli ostacoli e la lezione della Montessori

È meraviglioso l'episodio dei fanciulli intorno alla bacinella d’acqua coi galleggianti, raccontato da Maria Montessori, l'eccelsa scienziata e pedagogista che ha fondato il suo metodo educativo sulle potenzialità e sul rispetto dell'indipendenza del bambino. 
“Adocchiò una seggiolina ed evidentemente pensò di portarla dietro il gruppo dei ragazzi e montarvi su. Si mosse col viso illuminato di speranza verso la seggiolina: ma in quel momento la maestra lo prese bruscamente (o forse gentilmente, secondo lei) in braccio e gli fece vedere la bacinella da sopra il gruppo dei compagni dicendo: ‛Vieni caro, vieni poverino, guarda anche tu!’. Certo il bambino, vedendo i galleggianti, non provò la gioia che stava per sentire, vincendo l’ostacolo con le sue forze, e la visione di quegli oggetti non gli portò alcun vantaggio, mentre il suo sforzo intelligente avrebbe sviluppato le sue forze interiori. La maestra impedì al bambino di educare se stesso, senza, in compenso, portargli alcun bene. Egli stava per sentirsi un vittorioso e si trovò tra due braccia soccorritrici come un impotente. Nel suo visino si spense quell’espressione di gioia, di ansietà, di speranza, che tanto mi aveva interessato, e rimase invece l’espressione stupida del bambino che sa come altri agirà per lui” (da  “La scoperta del bambino”).



 



L’inganno classista: Non è questione di soldi e posizione sociale

Il lavoro della professoressa Camussi all'Università Bicocca di Milano mostra l'importanza del rispetto nelle relazioni familiari: vedere l'unicità, l'indipendenza e le potenzialità di ogni figlio. Ma attesta inoltre che queste realtà interiori e relazionali sono la bussola ed il motore principale dello sviluppo anche sociale e professionale. In un mondo in preda al materialismo, che urla che tutto dipende dai soldi, nell'Italia del familismo, dei quiz e talent show in cui non conta il merito, delle raccomandazioni e degli amici degli amici, questa ricerca ci offre una grande boccata d'aria pulita: i veri e più profondi talenti per farsi un futuro riguardano lo spirito e il valore della persona e non il conto in banca o l'essere figlio “di qualcuno”. 
«Dai dati analizzati finora - spiega la ricercatrice - è emerso che, a prescindere dalle caratteristiche socio-anagrafiche, quali il reddito, il titolo di studio e l'etnia, la soddisfazione nei confronti della propria esistenza ed il benessere soggettivo, la progettualità, sono favorite, sia nei genitori che nei figli, da caratteristiche quali la capacità di costruire pro-attivamente il proprio futuro e di reagire positivamente alle opportunità che il contesto ci presenta, senza atteggiamenti fatalistici o di resa, e sono perseguibili grazie ad elevati livelli di speranza e resilienza». Chi è più abbiente non è detto che sia più fiducioso, costruttivo e coraggioso. 


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