acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

L’anima incendia il sesso

In treno, L’incontro con un ragazzo che racconta la ricerca del miracolo dell’amore

Gio 26 Gen 2017 | di Giacomo Meingati | Attualità

Era un ragazzo del nostro tempo, l’ho incontrato una notte, su un treno. 

Aveva una bottiglia di limoncello, che beveva violentemente, e prendeva a cazzotti il gelo e l’oscurità ad ogni tiro della sigaretta fatta con le sue mani. 
Si chiamava Ezequiel. 

Il treno arrancava lento, lasciando la stazione di Sala al Barro, nel lecchese, dirigendosi verso Bergamo. 

Faceva talmente freddo che anche uno spettro ti avrebbe con un suo abbraccio riscaldato un po’. Ezequiel aveva gli occhi rossi, come le luci al neon del treno lasciavano vedere, ed io intuii presto che non doveva trattarsi soltanto di droga, il ragazzo piangeva. 

Il treno si fermava ogni due minuti e, un po’ per curiosità, un po’ per ingannare il tempo, iniziammo a parlare, finché capii che il ragazzo doveva avere una ferita aperta non troppo lontano dal cuore e, vuoi l’alcool, vuoi la droga, vuoi la notte, riuscii a farlo aprire. 

Ezequiel aveva una parlata sudamericana e mi spiegò che era stato adottato dall’Argentina quando aveva 7 anni e che ora andava all’Università. 

«Vado in montagna – disse - in un posto ancora soltanto mio». La sua lingua riusciva ad essere ancora più lenta del treno ed a seguirlo quasi ti snervava. Mi raccontò che aveva passato una notte con una ragazza di cui era innamorato: «Ho ancora il coraggio di essere innamorato», puntualizzò. 

Mi disse che avevano passato una notte magica insieme, che lei gli aveva detto che da tempo non sentiva che la vita poteva essere bella come in quei momenti in cui erano insieme e che, mentre lei parlava, lui si teneva per le mani con l’oceano e ci danzava. 

Lui aveva sentito l’oceano, mi disse. 

Si erano sfiorati i venti al loro cuore ancora leggero e si erano detti, nudi, un amore che era, nonostante tutto, ancora possibile. 

Si erano aperti sul peso che aveva la maschera che serviva per difendersi, si erano pianti il peso di un mondo che, travestito da banale, totalitario, gli imponeva un’apparenza che graffiava con le sue ruggini bugiarde le fragili purezze dell’essere e si erano sussurrati ciò che un giovane non dovrebbe dire mai. 

Che si sentivano soli. 

E le montagne a Lecco sembrano di platino, fanno diventare il cielo argento, e le stelle specchiate sul lago non vedevano una passione e un bacio come quello che si diedero da molto tempo. 

Ezequiel diceva che non capiva perché a volte sembrava, nella sua città, che se uno diceva “anima” automaticamente escludeva la carne, o se uno diceva “sesso” automaticamente escludeva lo spirito. 

«E invece l’anima incendia il sesso – diceva lui - e il sesso mette i piedi delle anime sulla nuda terra della realtà». 

Ezequiel andava nei posti solo suoi a piangere il tormento che, con un fuoco spietato, lo rodeva, da quando lei, dopo quella notte, era scomparsa. Alle sue insistenti richieste del perché, lei alla fine aveva risposto parole che Ezequiel si era scritto sul quaderno, che aveva accartocciato nella tasca della giacca: «Te non parli mai di cazzate e questa è una cosa che posso reggere solo per una notte e non di più. Io alla fine ho solo bisogno di trombare. È un’esperienza stantia, frustrante, che ti lascia dentro un vuoto che a tratti dà al tutto un che di nauseante, ma almeno è qualcosa che conosco. Tu avevi preso la mia mano e mi portavi verso una sentiero sconosciuto e io non voglio rischiare».

Ezequiel disse che il suo analista gli consigliava di farsene una ragione, dopo tutto Freud, il padre della psicoanalisi, affermava che l’uomo viene da uno stato di non vita ed è alla morte che tornerà. Tanto vale rendere il proprio io quanto più autonomo possibile e divertirsi fin quando si è giovani:  «Ma è così che ti freghi – diceva Ezequiel –, perché sarai anche libero, ma poi rimani solo e tratti le ragazze come un paio di scarpini».

Come un paio di scarpini. 

In questo nostro tempo dove il cielo si è svuotato e al posto di Dio è stato messo il mercato, le persone si trattano e trattano gli altri come oggetti tra gli oggetti.

Vai in palestra, fai la dieta per presentarti al top, perché dall’altra parte sai che il centro di tutto è la prestazione e che appena il brivido del nuovo finisce verrai rimpiazzato o rimpiazzerai con un oggetto migliore.

Si finisce soli, a scambiare la forza della propria attrazione per la potenza dei propri sentimenti, quando invece prova soltanto l’intensità della propria solitudine (liberamente tratto da Erich Fromm, “L’Arte di amare”). 

“Questo è il nostro tempo, dunque”, pensavo mentre Ezequiel parlava e piangeva, il tempo di isolati schiavi di un dover godere dove a non esserci più è l’unicità dell’essere, in nome di una ribellione non si sa più a che cosa, che in realtà è la catena dei cagnolini che siamo diventati. 

Si tratta, pensavo, di superare completamente il moralismo religioso, che tende ad alienare in uno spiritualismo senza la terra del corpo, che è ancora più depressivo del nichilismo, pur spaventoso, in cui si è finiti per voler distruggere, giustamente, tutte quelle pie catene, senza però costruire nulla di nuovo sulle macerie. 

«Cosa cerchi sui monti Ezequiel?», chiesi io. 

«Non lo so - rispose lui, battendosi con la mano il petto – forse una specie di miracolo, capisci? Qualcosa come un miracolo dell’amore, in cui in ballo ci sono io, ci sono tutto, per come sono, e dove mi innamoro di un nome proprio di persona che non si può più cancellare. 

«Forse significa questo – chiese infine – la parola miracolo? Qualcosa che lascia il segno, che rimane, forse. Forse solo se è scritto, scalfendo un diamante, è degno di essere chiamato amore». 


Condividi su: