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L’allenatore sul divano

Come convincere un figlio (e una figlia) a seguire il calcio e la squadra del cuore? Un padre prova a spiegarcelo...

Gio 26 Gen 2017 | di Angela Iantosca | Attualità
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Italiani popolo di santi, navigatori, Primi Ministri (per il bene della nazione) e allenatori di calcio (per il bene della squadra).
Al bar, sui mezzi pubblici e anche sul Raccordo Anulare, mentre attendono che si smaltisca il traffico, li senti che commentano la politica, il calcio e, ovviamente, anche il commentatore che ne sa meno di loro.
E poi la sera li senti ancora quando alzano un po' i toni durante il tg o le trasmissioni sportive e le pareti che separano la tua casa dalla loro sono troppo sottili per impedire di scoprire che il tuo vicino è un (mancato) commissario tecnico! Ammettiamolo, siamo un popolo di strateghi. Se allenassimo noi, tutte le squadre sarebbero in serie A e, se i giocatori seguissero i suggerimenti che lanciamo al televisore stando comodamente seduti in poltrona, il nostro sarebbe indubbiamente un Paese migliore (o quantomeno sarebbe migliore la nostra squadra del cuore).
In un Paese così non poteva mancare un libro divertente sulla psicologia minima di un tifoso di provincia, “L'allenatore sul divano” (edito da Caracò) di Corrado De Rosa, psichiatra e scrittore che per una volta ha “abbandonato” i temi di mafia e terrorismo, per lasciarsi andare a una passione che è prima di tutto sua!
Il libro racconta il calcio e le sue grandi metafore durante un anno di serie B, senza trascurare il mondo femminile e la necessità di influire sulle scelte future (sportive e di tifo) di sua figlia Costanza. Ma le cose non vanno sempre come si spera…

Siamo a febbraio, ancora qualche mese di sofferenza prima della fine del campionato. Che nome ha la tua sofferenza?
«Salernitana! Diciamo che ci ha abituato a tribolare, ma abbiamo sempre il sogno del riscatto. Ora che è finita la fase del calcio mercato, quella dei sogni che non si avverano mai, possiamo tornare alla prosaicità del campo. Siamo in serie B, ma se dovessi scegliere una squadra per cui tifare in serie A direi il Napoli. In effetti, vivo in una città (Salerno – ndr) che sente un forte antagonismo con il capoluogo, ma in 100 anni ha disputato solo due campionati di serie A. Direi, quindi, che questo antagonismo, campanilismo annesso, andrebbe ridimensionato con un sano esame di realtà».

Il calcio può essere educativo?
«Se lo si guarda da una prospettiva meno insana, sì. Non da quella delle scommesse, dei soldi, degli ultras e della violenza. Si può vivere il mondo del tifo organizzato senza pensare che questo coincida necessariamente con gli estremismi di cui si parla sempre; possiamo riappropriarci di uno spazio di passione positiva, che poi si legherà inesorabilmente a emozioni forti. E spesso proprio queste si trasformeranno nei ricordi della vita! Io, per esempio, ricordo come fosse ieri quando la Salernitana in serie A vinse contro la Juventus… parliamo di più di 15 anni fa!».

Soprattutto, per uno che tifa per la Salernitana, è facile confrontarsi con la sconfitta!
«Anche la sconfitta è educativa. Anzi la tolleranza della frustrazione della sconfitta è una metafora esistenziale potentissima!».

Donna e calcio è un ossimoro? 
«Nel libro, raccontando un episodio divertente, ho voluto confutare questa leggenda. Le donne capiscono di fuorigioco e di calcio e possono appassionarsi quanto, se non più, degli uomini. Peraltro, sempre più lo stadio si riempie di tifo femminile e le Società guardano con attenzione alle quote rosa e alle famiglie».

Da padre come si può condizionare un figlio nella scelta del calcio come sport e della Salernitana come squadra?
«L'operazione è ‘diabolica’, riesce solo se davvero è architettata nei dettagli. Se il papà è cresciuto in uno stadio, avrà grandi problemi a veder crescere un figlio che ama la pallanuoto. Il lavoro, quindi, consiste in un’opera certosina di condizionamento sotto traccia. Il genitore dovrà far immaginare al figlio o alla figlia che ogni volta che va allo stadio sta compiendo un’operazione magnifica, straordinaria, salvifica. Solo quando questo processo di indottrinamento sarà compiuto – quando, cioè, la prole sarà davvero convinta che il padre esca di casa per raggiungere il più fantastico dei mondi – allora il genitore potrà portarlo allo stadio, aprendogli le porte del paradiso. Ma qui interviene un'altra strategia».

Quale?
«Per la prima partita bisogna portare i figli a vedere un incontro in cui sicuramente ci saranno tanti gol – ogni gol fa crescere l'emozione e il divertimento -, sperando che sia la tua squadra a farli e non a prenderli! A quel punto il gioco è fatto».

E tua figlia?
«Costanza, sì, certo: è appassionata di equitazione!».

 



UNO PSICHIATRA SCRITTORE

Classe 1975, Corrado De Rosa è uno psichiatra. Dopo essersi occupato dell’uso della follia nei processi di mafia e terrorismo, può finalmente dedicarsi al calcio. È tra gli autori di “Strozzateci tutti” (Aliberti, 2010), “La giusta parte” (Caracò, 2011), “Novantadue: l’anno che cambiò l’Italia” (Castelvecchi 2012). Ha scritto “I medici della camorra” (Castelvecchi, 2011), “Mafia da legare” (Sperling & Kupfer, 2013), “La mente nera” (Sperling & Kupfer, 2014), “Nella mente di un jihadista” (I Corsivi del Corriere della Sera, 2016).


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