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Alessandro Sortino: Per me nessuno č escluso

Da “Le Iene” a “Piazza Pulita” fino a TV2000 ed ora su Rai2 con il programma “Nemo”

Gio 26 Gen 2017 | di Giuseppe Stabile - zonastabile@ioacquaesapone.it foto di Stefania Casellato e Alessandro Forconi | Zona Stabile
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Alessandro Sortino ha un’anima creativa e appassionata, sempre alla ricerca di una verità che, andando oltre il giornalismo, diventa apertura e relazione verso l’altro.
Alessandro, dalla carta stampata sei approdato prima alla radio e poi alla tv: su Italia1, con “Le Iene”, su TV2000, il canale dei Vescovi, ed ora su Rai2, con “Nemo – Nessuno escluso”, programma del quale sei ideatore. Qual è il filo conduttore di questo percorso?    
«La ricerca della mia coerenza mi spinge continuamente a non sedermi e a non sentirmi arrivato. Forse esagero, però non voglio correre il rischio che un linguaggio consolidato possa diventare una prigione. Sento la necessità di raccontare in modo sempre nuovo, adeguato al tempo che si vive».

Qual è la sfida odierna della comunicazione?
«Siamo nella società in cui tutti sappiamo istantaneamente ciò che succede nel mondo, collegati in una piattaforma che fornisce sia la realtà che la sua rappresentazione. Anche se difficile, dobbiamo superare questa contraddizione, offrendo un discorso diretto ed esplicito. Ringrazio Ilaria Dalla Tana, Direttore di Rai2, che con “Nemo – Nessuno escluso” ci sta dando la possibilità di sperimentare una nuova formula, per provare a raggiungere chi al momento è escluso dal dibattito pubblico».

Chi sono gli esclusi?
«I giovani fino a trent’anni: sono senza lavoro o precari, con un’educazione scolastica spesso scadente, hanno pochissime prospettive e non sono né un soggetto politico né un pubblico televisivo. Oggi i ragazzi interagiscono costantemente con i fatti attraverso la Rete, con il rischio di non cogliere più la differenza tra cose e persone. Sono stato autore di tanti programmi televisivi e ho constatato che i più giovani, compresi i miei due figli adolescenti, non riescono a seguire quelli costruiti con un linguaggio tradizionale. Dobbiamo accettare la sfida di offrire uno spazio di confronto al popolo dimenticato degli abitanti del futuro. Con “Nemo” ci stiamo provando, ottenendo un riscontro positivo soprattutto in Rete».

Quali rischi corrono le nuove generazioni?
«I nostri figli sono abituati a saltare da un argomento all’altro, passando continuamente dall’ironia alla tragedia. La libertà digitale regala la possibilità di costruirsi autonomamente la propria visione del mondo, ma è evidente che i contenuti apparentemente spontanei sono spesso usati per fini commerciali, politici o anche religiosi. Soprattutto la Rete viene usata sempre più per coalizzare degli individui contro qualcuno: dal cyber-bullismo alle varie sette, ai sostenitori delle diete e ai politici, come nell’ultima campagna elettorale americana. Questo porta alla radicalizzazione, cioè a ritenere fondamentali gli elementi di unione con un gruppo e quelli di contrapposizione contro altri. Ne è un esempio eclatante la diffusione dell’Isis in Occidente attraverso la Rete, non con le assemblee e i dibattiti».

Quali responsabilità hanno i mass-media tradizionali e cosa possono fare per porre rimedio a questa situazione?
«Anch’io, con il programma “Le Iene”, ho contribuito a creare questa situazione, ma all’epoca era necessario denunciare soprusi e reati, anche smascherando un giornalismo compiacente e colluso. Purtroppo, da qualche anno, il dialogo politico, sociale e giornalistico è fondato sull’individuazione di un nemico e sulla lotta per abbatterlo. Ormai la tentazione di ognuno è quella di sentirsi buono contro qualcuno che è cattivo: dalla rottamazione al grillismo, fino ai fondamentalismi di qualsiasi religione, con il risultato di dare risalto solo a ciò che divide piuttosto che a ciò che unisce. Non solo il servizio pubblico, ma ogni operatore culturale dovrebbe porsi questa domanda: possiamo lasciare i nostri ragazzi in balìa di chi propina sulla Rete notizie false o incoraggia la radicalizzazione contro un capro espiatorio? Con l’utilizzo dello stesso linguaggio dei social dobbiamo offrire ai nostri figli approfondimenti di interesse sociale: un confronto sulla povertà e come uscirne fuori, oppure sul significato della Comunità Europea o sui pericoli dell’inquinamento ambientale». 

Quali obiettivi ti sei posto con “Nemo”?
«Per ogni argomento trattato non abbiamo una tesi da esporre, ma ci immergiamo nella realtà, proponendo le testimonianze dei protagonisti. Come recita il titolo, nessuno è escluso: tutti, famosi e non, possono condividere le loro esperienze e idee. Cerchiamo di proporre l’incontro e non il racconto mediato, tentando di rivelare il mistero dell’altro; perché la verità non è una legge, ma una persona. Sono consapevole del rischio di spiazzare il pubblico, offrendo un approfondimento al quale non è abituato, ma stiamo cercando un equilibrio tra intensità e fruibilità dei contenuti proposti, pensando alle comprensibili esigenze di un canale generalista come Rai2, diverse da quelle di TV2000 dal quale provengo».

Nel 2014 sei stato nominato vice direttore di TV2000, il canale televisivo della Conferenza Episcopale. Cosa ha significato per te?
«È stata l’esperienza più esaltante della mia vita, che mi ha permesso di coniugare in piena libertà la mia fede cattolica con la ricerca professionale. Da un lato, ho potuto scrivere molti programmi, ottenendo buoni risultati anche nel day time, dall’altro, con le trasmissioni condotte personalmente, ho tentato di trasferire il messaggio cristiano in una forma contemporanea. Anche per i miei collaboratori, non tutti credenti, è stato molto coinvolgente realizzare programmi come quello sulle Beatitudini evangeliche. Ho scelto di lasciare per non correre il rischio di essere ripetitivo (oggi continua a collaborare con Tv2000 come autore di programmi - ndr)».

Com’è stato accolto dai colleghi il passaggio di una ex Iena alla tv dei Vescovi?
«Mi cercavano tutti per chiedermi come fosse stata possibile una simile scelta e cosa mi fosse successo per essere diventato credente. Come se essere cattolici significhi per forza essere strani, sfigati oppure condurre una vita di privazioni e penitenze! Non è sempre facile professare la fede nel nostro ambiente, ma io non me ne curo. Il successo di ascolti di vari programmi di TV2000, a cominciare dal Rosario in onda ogni giorno da Lourdes che vanta uno share superiore a tante trasmissioni famose, testimonia che nel nostro Paese ci sono molte persone che vivono nel silenzio e nella preghiera la loro fede, lontano dai riflettori e ignorate dai mass media».  

Cosa hai imparato come giornalista dal Papa?  
«Il Pontefice è una persona eccezionale, capace di toccare il cuore di tutti. Parlando di comunicazione e disinformazione ha affermato una cosa molto importante: “Dire una mezza verità è forse più grave che dire una menzogna”. Noi giornalisti e autori televisivi dovremmo confrontarci con queste parole quando facciamo informazione, preoccupandoci di salvare lo share. Siamo chiamati ad esporre i fatti con una maggiore complessità, guardando le persone con misericordia, piuttosto che con giudizio e condanna».

Come ti sei avvicinato alla fede?
«Tra alti e bassi, ho sempre custodito dentro di me la conversione al Cristianesimo avvenuta subito dopo la maggiore età. Non ho mai fatto parte di comunità o associazioni cattoliche, ma leggendo il Vangelo fui sconvolto da una proposta che va molto oltre l’abitudine umana di una falsa pace fondata sul sangue. Finalmente trovai la speranza, attraverso la Croce di Gesù, di potersi affrancare dal modello del capro espiatorio. Non poteva essere inventata l’offerta di Dio che s’immola per gli esseri umani, spiegando finalmente cos’è il sacrificio dell’Antico Testamento». 

Ha ancora senso parlare di sacrificio?
«Ognuno di noi, accettando di non essere Dio, compie un sacrifico personale che permette la relazione con gli altri. È la realtà sempre attuale di Gesù che dona se stesso e di ogni essere umano che accetta di essere infinitamente amato nel proprio limite. Possiamo così condividere le nostre ferite interiori, causate dalle relazioni personali e sociali, giungendo fino alla vera forma di politica che è la costruzione di un’autentica comunità, molto diversa dalla folla che griderà sempre “Barabba”. La religione cristiana ha portato l’incarnazione dell’Assoluto nella quotidianità ed è la contraddizione per definizione. Da queste riflessioni nasce il desiderio di dare spazio, attraverso “Nemo”, a tutte le idee, anche opposte alle mie, cercando di incontrare l’altro e di farlo esprimere nella sua complessità ed autenticità».

C’è ancora spazio per l’incontro con Gesù?
«Io incontro Gesù nell’esperienza di ciò che apparentemente non c’è, ma che trovo se alzo lo sguardo verso il cielo e ascolto la mia anima. La morte di mia madre quando avevo vent’anni è stato un evento molto doloroso e mi ha fatto sorgere una domanda: cosa rimane dell’amore ricevuto? È stato difficile ricominciare, ma da quel momento è iniziata la mia ricerca della presenza e permanenza di ciò che non si vede».

 



Dalla carta stampata alla tv

Giornalista e autore radio-televisivo, Alessandro Sortino inizia scrivendo sul settimanale Vita e su Repubblica. Dopo aver ideato vari programmi radiofonici di successo, è diventato noto come inviato della trasmissione tv “Le Iene”. Lasciato il gruppo Mediaset, ha collaborato con La7 e Rai3, prima di diventare nel 2014 Direttore Creativo di TV2000, il canale della Conferenza Episcopale Italiana con il quale oggi collabora come autore di programmi. Da settembre è tornato in Rai. Il suo programma “Nemo - Nessuno escluso”, di nuovo in onda a febbraio in prima serata su Rai2 e condotto dall’altra ex Iena Enrico Lucci, sta ottenendo un notevole successo soprattutto sui social network. I video dei servizi e delle tante testimonianze proposte stanno accumulando milioni di visualizzazioni in Rete, diventando argomento di confronto per un target molto giovane, al quale Sortino rivolge particolare attenzione.


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