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Allergie e intolleranze, no ai test da supermarket

Per troppi italiani basta sentirsi un po’ stanchi per convincersi di essere intolleranti a qualche alimento: ecco perché non affidarsi all’autodiagnosi

Ven 24 Feb 2017 | di Francesco Macàro | Salute

Alimenti e cibi come veleno: un italiano su due pensa di esserne vittima. Eppure, stando ai numeri degli Immunologi, soffre di queste patologie circa il 25% della popolazione nazionale. E gli altri? È sufficiente sentirsi un po’ stanchi, magari avvertire un fastidioso mal di testa o un po’ di gonfiore alla pancia per azzardare quantomeno l’ipotesi dell’intolleranza. 

Così, dopo l’autodiagnosi, magari supportata da qualche test acquistato in farmacia, ecco che il ‘santone’ di turno su Internet suggerisce il rimedio perfetto: eliminare questo o quell’alimento, magari più cibi insieme, perché sono senza dubbio la causa del problema. 
«E invece io dico: mai gestirsi da soli. Piuttosto, mettersi in contatto con persone davvero esperte, che ci possano dare i consigli giusti per tornare a star bene». Lo sottolinea con forza il professor Domenico Schiavino, Direttore dell’Unità Operativa di Allergologia presso il Policlinico Agostino Gemelli di Roma. 

Innanzitutto, distinguendo tra allergia e intolleranza. 
«La prima – spiega Schiavino - è una reazione ai cibi con un meccanismo immunologico: si sviluppano degli anticorpi che vanno a contatto con le cellule del nostro sangue, stimolati dalla presenza dell’alimento a cui il paziente è allergico, portando in giro sostanze chimiche che possono dare disturbi anche molto severi. L’allergia è una cosa seria, ci si può anche morire. La maggior quota degli accessi ai pronto soccorso mondiali è legata proprio alle allergie alimentari».

I sintomi? 
«Quelli più comuni sono: orticaria, lesioni cutanee pruriginose, gonfiore di labbra e occhi, broncospasmo e rinite. Se ci sono due o tre organi coinvolti, si produce il fenomeno chiamato anafilassi: ad esempio, se l’allergia coinvolge cute e polmone. Già in questa situazione, senza attendere la fase terminale del processo, nota come ‘shock anafilattico’, i pazienti devono ricorrere all’adrenalina».

I numeri delle persone a rischio?
«Le nostre casistiche – chiarisce il professore – ci indicano che circa il 30% delle persone ritiene che i suoi problemi, i suoi malesseri, dipendano dall’alimentazione. Ma quando li andiamo a studiare troviamo una positività all’esame allergologico nello 0,5-2% negli adulti e nel 4-5% per i bambini. Percentuali estremamente basse». 

E gli altri?
«In caso di negatività ai test allergologici – prosegue Schiavino – ci sono le forme da intolleranza, reazioni che possono essere anche catalogate come risposte ad alcuni alimenti, ma che dietro non hanno un meccanismo immunologico e, dunque, sono meno pericolose».

Come si fa a sapere con certezza di avere un’intolleranza? 
«In quest’ambito, purtroppo, esiste un ‘mare magnum’ di opzioni, acquistabili anche al supermercato, che si dicono in grado di dimostrare l’intolleranza. Ma nella stragrande maggioranza dei casi, sono destituiti di fondamento. I test scientificamente validati sono tre, al massimo quattro».

Quali?
«Il breath-test al lattosio, lo studio della celiachia, il breath-test al lattulosio, lo studio della permeabilità intestinale: tutte metodiche utilizzate per capire se c’è un problema gastro-intestinale legato all’alimentazione. Solo questi hanno dietro un background scientifico, delle dimostrazioni di efficacia. Tutti gli altri, tra cui il citotest, il test del capello, l’iridologia sono ‘test degli stregoni’. Che, purtroppo, in Italia trovano tanti seguaci».

I test validati hanno particolari modalità di somministrazione?
«Vanno eseguiti in ambienti qualificati. In genere, quindi, in ambito ospedaliero o universitario. Possono essere fatti anche in ambulatori privati, ma bisogna sapere che non sono esenti da rischi: quando si eseguono, s’induce nel paziente il potenziale disturbo, per capire se quell’alimento ne è responsabile. Per questo, bisogna essere dotati anche del sistema per eliminare il disturbo, se insorge. La struttura dovrebbe avere medici esperti e la possibilità d’intervento in pronto soccorso».

E se anche queste prove sono negative?
«Il paziente spesso resta della sua idea, che cioè questi alimenti gli danno fastidio. E quindi, magari, decide di fare le cosiddette ‘diete di eliminazione’, una vera e propria ‘croce’ per questi soggetti, che tolgono i cibi tutti insieme: glutine, nichel, lieviti, lattosio… Queste privazioni vanno fatte gradualmente, sotto guida specialistica. Ho riscontrato vari casi di anoressia legati a questo tipo di diete ‘fai-da-te’».

Un esempio?
«Chi ha l’orticaria in maniera ricorrente, ma non è risultato allergico, può fare una dieta povera di istamina, che è alla base dell’orticaria. In questo modo, il paziente riesce a stare meglio. Non occorre togliere altro».

Come mai tante persone dicono di star male per via di un’intolleranza alimentare?
«Chi cerca di risolvere questo genere di problemi da solo rischia di diventare depresso, introspettivo, infelice. Il mal di testa, ad esempio, nella maggior parte dei casi è del tutto aspecifico. Può capitare di essere stanchi, magari pure di aver digerito male. Ma da qui a mettersi a fare le diete di eliminazione, così controverse e dannose… Se ritenete di avere un’intolleranza, andate dal vostro medico curante».

C’è un business dietro questi problemi?
«Mi sta bene tutto, perfino la medicina complementare o quella alternativa, purché prescritte da persone competenti. Invece, si sta sviluppando un universo di presunti professionisti, che si scoprono esperti da un giorno all’altro. O di ‘santoni’ che sfruttano l’emotività delle persone. Meglio starne alla larga». 

 



I PIÙ ALLERGENICI

Le reazioni avverse agli alimenti si possono distinguere in tossiche e da ipersensibilità. Sono queste ultime l’ambito d’interesse dell’allergologo e vengono suddivise, a loro volta, in allergie, ovvero reazioni immunomediate, e intolleranze, nelle quali sono coinvolti diversi meccanismi, ma non quello immunologico.
Gli alimenti più allergenici, in ordine di frequenza, sono: latte, uova, arachidi, pesci, frutta secca e soia nei bambini; noci, pesci, crostacei, soia, frutta, legumi e cereali negli adulti.


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