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Quello che non ti aspetti di Israele

Start up, libertà, giovani designer e figli: Israele non è solo Terra Santa

Ven 24 Feb 2017 | di Fabiana Magrì | Mondo
Foto di 12

«Mi trasferisco in Israele, a Tel Aviv».

Pausa. Sguardo perplesso. «Non hai paura?». «Fai attenzione!».

Cinque anni fa la reazione di amici e conoscenti è stata quasi unanime. Nell’immaginario collettivo scatta in automatico l’equazione “Israele = guerra, pericolo”. Non importa che oggi anche in Europa l’allerta sia alta. Il Medio Oriente resta uno dei luoghi percepiti tra i più pericolosi al mondo, per definizione. Non c’è da sorprendersi, è più frequente che siano le notizie sul conflitto arabo-israeliano a occupare le prime pagine dei giornali e le copertine dei tg, piuttosto che le informazioni su una società brillante, che va veloce e punta dritto al futuro. Per me è stato subito colpo di fulmine con la città di Tel Aviv. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, il mio stupore non si esaurisce di fronte alla continua scoperta di un Paese – Israele – diverso da come lo immaginavo. 
 
LA TERRA SANTA NON È ISRAELE
È una provocazione, va bene, ma ogni volta che un gruppo di pellegrini atterra all’aeroporto Ben Gurion, sale in pullman e parte per la Terra Santa, mi viene in mente il gigantesco studio televisivo che avvolge la vita di Truman Burbank nel film del 1998 “The Truman Show”. I pellegrini visitano i luoghi della vita di Gesù in Israele e Palestina, Gerusalemme e Betlemme, Nazareth e il Mar di Galilea e cercano i posti dove sarebbero accaduti i fatti raccontati nella Bibbia così come si andrebbe in cineturismo in visita a location cinematografiche e televisive. La natura autentica, contemporanea e complessa di Israele è tutt’altra ed è altrove. 
 
Israele è la Start Up Nation
Se dal 2 al 7 aprile prossimi Tel Aviv e Gerusalemme ospitano il “Forbes Under 30 Summit” è perché sono considerate tra le realtà più imprenditoriali del pianeta, con addirittura più start-up pro capite della Silicon Valley. Per capire come sia possibile, è ancora attuale e illuminante la lettura di Start Up Nation (la prima edizione è di novembre 2009): la traduzione in italiano, Laboratorio Israele, arrivò a gennaio 2012. Gli autori, Dan Senor (un ex ufficiale di politica estera nel governo degli Stati Uniti e ora consulente per società di venture capital) e Saul Singer (giornalista ed ex editorialista al “The Jerusalem Post”) spiegano, attraverso esempi concreti, come sia possibile che un paese con poco meno di otto milioni di abitanti, privo di risorse naturali, travagliato da continue guerre, sia riuscito ad aumentare la sua crescita economica di cinquanta volte in sessant'anni e a diventare il centro propulsore dell'hi-tech. 
 
ESPERIENZE PROFESSIONALI? IL SERVIZIO MILITARE 
Superati soggezione, curiosità e anche un po’ di timore per la miriade di giovanissimi, ragazzi e ragazze, che si spostano per il Paese in divisa, con pesanti zaini sulle spalle e spesso con il fucile a tracolla, si capisce come l’esperienza della leva sia uno dei motivi che rende Israele la culla dell’innovazione. A 18 anni gli israeliani partono per il servizio militare. L’esperienza dura come minimo due anni (per le donne) o tre (per gli uomini). Solo dopo, intorno ai 21 anni, i ragazzi si iscrivono all’università. In questo lasso di tempo capita spesso che ci si innamori, ci si sposi e che magari arrivino anche i figli. Insomma, si matura e si fanno esperienze di vita importanti. Se in Italia la leva - obbligatoria fino al 2005 - era largamente percepita come tempo sprecato, in Israele il servizio militare è preceduto da una serie di colloqui attitudinali finalizzati a far sì che l’esperienza sia altamente formativa e qualificante. Esiste un’unità speciale, la Unit 8200, ambita e stimatissima, che non solo rappresenta la fucina dell’intelligence israeliana, ma ha allevato i fondatori di alcune delle più importanti aziende israeliane di IT. Da un lato, l’esercito israeliano investe moltissimo in ricerca e sviluppo; dall’altro, l’esperienza del militare crea tra le persone legami molto forti e duraturi, una prima rete di conoscenze, insomma, che diventano una risorsa per lo sviluppo professionale fuori dall’esercito.
 
DRESS CODE: INFORMALE. SEMPRE
Ho passato le prime settimane a guardarmi intorno per capire dove si nascondessero gli uomini in giacca e cravatta. Per strada, negli uffici, nei negozi… nessuna traccia. E se all’improvviso ne compariva uno, era straniero, forse un diplomatico o un uomo d’affari in visita. La “divisa” da israeliano doc è pantalone corto, T-shirt, infradito. I surfisti escono da casa già in muta e attraversano le strade della città fino alle spiagge con la tavola sottobraccio, anche in bicicletta. Se ogni tanto provo un po’ di nostalgia per l’eleganza del paesaggio umano italiano, per la maggior parte del tempo mi sento libera, libera di andare in giro vestita con la comodità che non mi concederei a Roma nemmeno per scendere a buttare l’immondizia. Basta un jeans, una camicetta e una giacca per ricevere lodi sperticate sull’Italian Style!
 
TEL AVIV: NEW YORK FOR BEGINNERS
Attenzione però: informalità non vuol dire povertà di idee. Lo stile di Tel Aviv - nota anche come New York for Beginners, una piccola New York per principianti - è tutt’altro che banale e scontato. Lo sa bene Galit Reismann che, dopo aver aiutato per anni i designer israeliani a raggiungere nuovi mercati esteri, soprattutto gli Stati Uniti, oggi promuove “TLV Style”, il turismo della moda israeliana, attraverso incontri tra il pubblico dei fashion addicted internazionali e i designer emergenti locali. La creatività si respira ovunque, soprattutto nelle rinomate accademie di design, come Shenkar, il cui dipartimento di moda è segnalato tra le 5 migliori scuole al mondo dal magazine internazionale Business of Fashion. E ciascun istituto si distingue per un approccio specifico, dalla più concettuale Bezalel Academy a Gerusalemme al più tecnico Holon Institute of Technology e così via.
 
NETWORKING COME FILOSOFIA
Il primo passo per ambientarsi, quando ci si trasferisce in un posto nuovo, è crearsi una rete di contatti, una vita sociale, nuovi amici e potenziali relazioni professionali. Israele è la patria del networking, con 144 gruppi di Meet Up nel raggio di soli 5 chilometri da Tel Aviv, 60 conferenze Tedx dal 2010 a oggi e altre 2 in programma nel mese di aprile 2017 e l’ultimo arrivato, il format delle Fuck Up Nights, nato in Messico nel 2012 e arrivato nel 2016 in Israele, per trarre ispirazione dalle storie dei più brucianti fallimenti altrui. L’informalità aiuta a rompere il ghiaccio più rapidamente. Ci si incontra allo scopo di fare networking e non c’è niente di male ad andare dritti al punto, bicchiere di vino e biglietto di visita in mano, senza per questo pregiudicare la gradevolezza degli incontri. 
 
UNA SOCIETÀ POLIGLOTTA
“Come fai con la lingua?”, è un’altra domanda frequente che mi sento rivolgere. Prima di partire per Israele ho preferito fare una full immersion nell’ebraico, tanto da imparare l’alfabeto, abituarmi al verso di lettura da destra a sinistra e non sentirmi completamente cieca e sorda al primo impatto. Eppure sapere l’ebraico non è indispensabile per un’esperienza di vita discretamente profonda in Israele. L’arabo è la seconda lingua ufficiale in Israele. Su un totale di quasi 8 milioni di abitanti, il 20% è arabo. I segnali stradali in Israele sono generalmente in tre lingue: ebraico, arabo e inglese. Con l’inglese si ha accesso all’informazione in quasi tutti i campi. Ci sono quotidiani e periodici in lingua inglese, i film sono in lingua originale e quelli in ebraico hanno spesso sottotitoli in inglese, anche su internet e sui social network si trovano moltissime informazioni in diverse lingue. Un’altra lingua che consente di vivere quasi senza ebraico, è il russo. C’è circa 1 milione di russi immigrati in Israele, che può contare su canali televisivi e giornali disponibili esclusivamente nella sua lingua madre. In aumento è la popolarità del francese, dopo che 12mila ebrei francesi si sono trasferiti in Israele negli ultimi tre anni, dando avvio anche in questo caso a strumenti di informazione potenziati nella loro lingua. La comunità italiana non è tra le più numerose, ma l’Italia è nel cuore di ogni israeliano. Non è raro incontrare persone che parlano un italiano più che decente.
 
BAMBINI E CANI. UN MUST
Se non hai figli e cani a Tel Aviv sei out! L’età media della popolazione di Tel Aviv è 29 anni e un recente soprannome che la municipalità si è assegnato è “Kel Aviv” dalla parola ebraica “kelev” che significa cane. Una delle prime tre domande che un estraneo ti porge è “hai figli?”. E se la risposta è negativa, la questione va avanti con domande tipo “perché?”, “non ne vuoi?”, “cosa aspetti?”. Carrozzine e guinzagli, cuccioli di specie umana e canina, sono parte integrante del paesaggio urbano e sono bene accolti ovunque. Le attività per famiglie con bambini sono innumerevoli, di qualità e accessibili: intrattenimento gratuito nelle piazze cittadine, laboratori artistici in gallerie e musei, feste nei parchi. Ogni quartiere ha il suo giardino pubblico, con giochi e aree attrezzate. Grazie ad un clima che invita a stare all’aria aperta, dall’orario dell’uscita da scuola fino a sera la città è felicemente invasa di ragazzini. Certe abitudini rispecchiano il carattere israeliano di informalità: niente di più frequente che vedere genitori cambiare pannolini su una panchina lungo Rothschild Boulevard, il viale più elegante della città. 
Sarà anche per questo – e per tanti altri motivi – che ogni volta che esco di casa e inizio a camminare per le strade di Tel Aviv, mi spunta un sorriso spontaneo che mi dà la misura di quanto Israele sia un posto speciale. 

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