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Mario Biondi: “Papà, il mio primo maestro”

A 10 anni dal primo successo, il cantante siciliano ci racconta i primi passi, gli otto figli e il “Best of Soul - Tour” che inizia a marzo nei teatri italiani

Ven 24 Feb 2017 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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La sua è la voce del tempo, della terra e di quell'Etna all'ombra del quale è cresciuto, tra la strada e la musica. Ha stregato il mondo con il suo timbro inconfondibile, giungendo negli angoli più nascosti del nostro pianeta, con una umiltà rara e sincera. Ora, a partire da marzo, Mario Biondi torna in concerto nei teatri di tutta Italia con “Best Of Soul - Tour”, la tournée che segue l’uscita della raccolta “Best Of Soul”, con cui festeggia i dieci anni dal disco d’esordio “Handful of Soul”.

Cominciamo dal tour: cosa ci dobbiamo aspettare?
«Tendenzialmente, protendo ad avere un palco essenziale senza troppi fronzoli, ma con dei musicisti che danno molto, ma so che lo fanno con tanto piacere. A loro piace suonare e a me piace cantare. È una cosa impegnativa e difficile questo spettacolo: stiamo cercando di riprodurre tutto ciò che è successo in questi 10 anni. Non sotto forma di spot televisivo...».

Cosa è successo in questi dieci anni?
«(Ride – ndr) Di tutto! Vengo da una lunga gavetta. Dalla musica suonata dal vivo in tutto le forme possibili e immaginabili. Quando sono esploso, non credevo fosse possibile, non credevo potessi smuovere tutto quello che ho smosso in questi anni con quella canzone (“This is what you are” – ndr) e con la voce del Mario Biondi. Mi stupisco sempre. Il grande successo di “Love Is a Temple” è stata un’altra sorpresa!». 
 
Cosa ti stupisce ancora?
«Ogni anno quello che mi fa impazzire è tutto ciò che mi arriva addosso non solo dal pubblico, con il quale è come se fossi sposato, ma dagli addetti ai lavori. Mi sento un bambino mentre te lo dico: quando incontro i grandi della musica italiana e esprimono affetto sincero per me, questa cosa mi fa sbarellare!».

Quale preparazione fisica è necessaria per uno spettacolo così?
«L'impegno fisico è notevole! Negli ultimi anni mi sono preparato poco fisicamente e a volte mi è capitato di soffrire. Quest’anno sto praticando qualche disciplina che mi sta aiutando molto».

Non ti sei abituato al successo?
«Non mi sono abituato. Non mi abituerò mai. È come se avessi imboccato una scala: io sono solo sul primo gradino, forse il terzo. La scala è lunga e in cima ci sono Rihanna, Beyoncé, che sono molto in alto. Il successo è avere la possibilità di incontrare il pubblico e poter esprimere le mie idee musicali e farle diventare dischi, essere prodotti, essere supportati dalla Sony, girare il mondo e vedere di essere conosciuti in tutto il mondo». 

Il tuo primo maestro è stato tuo padre, che era un cantante.
«Per me è stato un uomo di riferimento, oltre che un padre. Lui mi ha insegnato, al di là della musica, ad essere concreto in quello che faccio. A impegnarmi seriamente in quello che fai».

Ha creduto da subito in te?
«Lui è stato quello che credeva di più in me, nella mia voce, nel mio impegno. Mi vedeva, mi osservava, come tutti i padri fanno, come faccio io ora con i miei figli. Non pensavo di essere osservato così tanto da lui. Lui vedeva quanto mi impegnavo a scrivere, a studiare, come stavo lì chino sulla mia tastiera. È stato lui a dirmi “guarda che ci sei, stai facendo delle cose belle!”. I grandi ho cominciato ad ascoltarli con lui, con lui ho cominciato ad amare il jazz e il soul e lui mi diceva “guarda che sei lì anche tu, sei in quel territorio”. Lui è scomparso 19 anni fa. Ho dovuto sopperire alla sua mancanza con tutto quello che mi è rimasto nel cuore…».

Tu sei nato a Catania: cosa vuol dire essere siciliano?
«Io credo che siciliano voglia dire tutto o niente. La Sicilia è un grande contenitore pieno di grandi e piccole anime, è un universo, ma forse questa molteplicità la puoi trovare anche in altre regioni. Non so. Ma so che sono molto legato a Catania, malgrado abbia vissuto i tre quarti della mia vita fuori. Ma lì ci sono la mia famiglia, i miei amici, sono lì vivono lì… Personalmente posso dirti che la mia sicilianità, il mio essere vissuto lì sotto l’Etna, anche per strada, anche con ragazzi un po’ fuori si traduce in una energia particolare». 

Sei cresciuto per strada?
«Sono cresciuto un po’ per strada con la fortuna di avere un padre alle spalle che era un musicista, che garantiva per me e che non mi faceva diventare qualcos'altro. Ero il figlio del musicista. Ma devo ringraziare anche quelle energie della strada che, guardate da una certa angolazioni, possono essere sviluppate nel modo migliore. Sono loro che hanno fatto sviluppare in me quel desiderio di rimanere attaccato alla vita. Io io sono sempre stato un po’ filosofico, già da piccolo. Quelle energie, crescendo, mi hanno dato forza».

Qualche ricordo?
«Sono forze quasi esoteriche difficili da ridurre a episodi. Sulla strada ci sono anime che vibrano e soffrono, fanno soffrire e si nutrono anche della sofferenza che provocano. Ma io sono un sognatore e amo immaginare che ci sia sempre qualcosa di soprannaturalmente bello anche nel peggio. La strada può far paura, può essere violenta, ma dà uno stimolo».

Hai 8 figli: come fai a conciliare la tua professione con la famiglia?
«Faccio anche una professione che mi permette di avere molto tempo libero, molto più di un operaio o di chi ha un bar».

Che padre sei?
«Come padre sono variabile: perché i figli sono variabili, sono persone diverse. Il più piccolo ha 6 mesi e il più grande 20 anni: per ognuno di loro sono un padre diverso. Soprattutto in certi periodi sono un padre diverso. Il padre che amano a 7 anni, a 14 anni diventa antipatico, perché restringe loro il campo, perché loro vorrebbero fare delle cose a cui non sono preparati… e poi cerco di essere un papà dolce, ma anche rigido su certi aspetti, cerco di trasmettere loro alcune cose antiche, come l'educazione, il rispetto. Cerco di trasferirle a loro con attenzione, senza una inutile retorica».

Sei stato anche la voce della natura per il Wwf in “One life”. Che rapporto hai con la natura?
«Sono innamorato della natura. Credo vada seguita, rispettata, amata nel suo essere e non sovvertita a piacimento dei nostri umori o delle nostre visioni anche un po’ strampalate. Non amo gli animali da compagnia, malgrado abbia un cane e un gatto, non sono del parere che gli animali debbano essere assoggettati agli uomini. Non penso che un cane debba essere portato in una borsa o messo in una gabbia, come non penso che un gatto debba stare solo in casa perché se va fuori poi sporca. Gli animali devono essere liberi. Come è giusto che io sia libero di non mangiare in un piatto in cui ci sono peli di animali!».

Progetti futuri?
«Io scrivo tanto e sto producendo un nuovo progetto per Marcella Bella e sono molto contento. Musicalmente lei è una artista straordinaria».

Cosa vuoi raccontare con le tue canzoni?
«Nelle mie canzoni parlo soprattutto di amore, dal quale credo tutto nasca». 

Dove scrivi?
«Non c'è un luogo preciso: sotto la doccia, in uno studio di registrazione, mentre guido… Porto con me sempre un registratore, perché non so mai dove arriva l'ispirazione».

 


 

AD APRILE IN CONCERTO A ROMA

Nato a Catania il 28 gennaio del 1971, Mario Biondi dal 1988 apre alcuni concerti di interpreti internazionali, come Ray Charles. La grande occasione è la pubblicazione in Giappone di “This is what you are”, che rimbalza sulla consolle di Norman Jay, noto dj della BBCI, che si innamora del pezzo e lo rilancia in Europa. Nel 2006 pubblica “Handful of Soul”. Nel 2007 pubblica il doppio live “I love you more” che vince due dischi di platino. Interpreta cover di brani molto famosi come “Just the Way You Are”. Il 10 aprile 2015 entra in rotazione radiofonica “Love Is a Temple”, primo singolo che anticipa l'uscita del nuovo album di inediti intitolato “Beyond”. A novembre 2016 esce il doppio album “Best of Soul”. Da marzo parte il tour. Queste alcune date: Genova (6), Milano (8 e 9), Bologna (13), Torino (14), Firenze (16), Bergamo (31), Catania (18 aprile), Roma (24 aprile). 


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