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Di grammatica non si muore

Lo scrittore Massimo Roscia ci spiega come evitare errori, figuracce ed equivoci... giocando

Ven 24 Feb 2017 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Di grammatica non si muore. Eh no. E a ribadirlo ci ha pensato Massimo Roscia (giornalista, insegnante, scrittore) con il suo libro, edito da Sperling & Kupfer.  

Come è nata l’idea?
«Dopo il successo del romanzo “La strage dei congiuntivi”, in cui uccidevo – da un punto di vista letterario – coloro che invertivano maldestramente un congiuntivo con un condizionale, ho deciso di tornare a occuparmi della lingua italiana. Questa volta l’ho fatto in maniera più pacifica, senza ricorrere ad armi da fuoco e senza provocare inutili spargimenti di sangue, ma sorridendo e regalando sorrisi. Perché questo titolo? Per quanto utile e seria, la grammatica è materia divertente che, attraverso il gioco, ci aiuta a evitare errori, equivoci e figuracce e ci procura un grandissimo piacere». 

Come erano i suoi professori e che alunno era? 
«Ho avuto la fortuna di crescere con insegnanti preparati, appassionati, generosi, talvolta esteticamente affascinanti (in particolare la professoressa di filosofia, che somigliava a Lynda Carter, l’attrice americana che interpretava Wonder Woman) e sempre capaci di imprimere un segno (di insegnare, appunto). Com’ero io? Dieci e lode in italiano e nelle materie umanistiche; uno striminzito e troppo generoso sei in condotta».

Quando insegna, in cosa è differente dai suoi maestri?
«Parto dai loro stessi insegnamenti, tuttora validi, e tento di aggiornarli, integrarli, arricchirli, modernizzarli. La grammatica che propongo, pur riaffermando alcuni obblighi e divieti inviolabili, tiene conto dell’evoluzione della lingua e sa aprirsi alla contemporaneità. Avvicino il più possibile la norma all’uso; metto da parte le regole – spesso astratte e incomprensibili – da imparare a memoria e da ripetere meccanicamente come le tabelline di aritmetica; faccio in modo che gli errori si trasformino in opportunità di miglioramento; utilizzo nuovi stimoli, motivazioni, giochi, promemoria, esempi concreti e battute di spirito che aiutano il lettore a conoscere quello che non sa e a ricordare quello che già sa».

I professori universitari denunciano l'ignoranza dei ragazzi. Di chi è la colpa?
«Da molti anni, con ciclica frequenza, studiosi più o meno autorevoli denunciano pubblicamente la scarsa padronanza linguistica dei giovani, tirando in ballo l’ambiente, la scuola, la famiglia, la televisione… L’italiano, pur essendo una lingua logica e in apparenza molto facile da apprendere, è straordinariamente complesso e a volte (e non avvolte) si presenta come un pavimento su cui è stata appena passata la cera. In questi casi il rischio di fare un capitombolo è dietro l’angolo. Il problema è che spesso si finisce con il sedere per terra e le gambe in aria, anche quando il pavimento è asciutto e non scivoloso. Ed è su tali incidenti domestici che forse dovremmo interrogarci. Di certo l’uso e l’abuso di telefonini e messaggini – ecco due innocui diminutivi iperbolici -, la velocità nella risposta (troppo spesso inviamo senza controllare cosa e come abbiamo scritto), la superficialità e la pigrizia contribuiscono a rendere la scrittura piatta e trasandata, con frasi spezzettate, più simili a codici fiscali che a proposizioni di senso compiuto». 

E quindi, di grammatica si può morire?
«No, “Di grammatica non si muore”, ma, senza di essa, ci si può ammalare».

Quali sono gli errori più gravi? 
«Si confermano ai vertici della classifica i maltrattamenti a danno dei segni graficamente più piccoli, garbati e indifesi: accenti (Lo sò, fù, quà, mé, stò, tré, và…); apostrofi (po, cera, d’avvero, daccordo, un amica, un’abbraccio…) e punteggiatura (virgole gettate a casaccio; punti che compaiono come pruriginose bolle della varicella; punti che scompaiono, lasciando il lettore in apnea; parentesi che sfidano il moto perpetuo e restano aperte all’infinito; punti e virgola in via d’estinzione; puntini di sospensione che rompono gli argini e diventano cinque, quindici…). Drammaticamente stabili, poi, gli inciampi sul temuto congiuntivo (Se io avrei stato…) e le violenze inflitte alla lettera H (Buon hanno, Vietato hai minori, hai sensi della legge, vivo ha Roma, ti anno visto). Completano la galleria degli orrori le insopportabili raffiche di piuttosto che, usato impropriamente con valore disgiuntivo, il qual è con l’apostrofo, il che polivalente (la ragazza che stavo parlando) e i comici propio, pultroppo e almeno che». 

 


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