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Era una donna italiana

Nei tortellini di Gianna la poetica bellezza delle donne cantate dai poeti del passato

Ven 24 Feb 2017 | di Giacomo Meingati | Attualità

Le parole bisognerebbe a volte saperle perdere.  

Altrimenti diventano i lampioni che, con le loro luci artificiali, oblìano i bagliori che la vita ancora sa dire. 

Sono luci che non amano parole di miele che le spieghino, perché sono grezze, fatte di fatti veri, che accadono in momenti concreti, e sono come le lucciole, scompaiono se gli si contrappone la luce artificiale della comprensione di ciò che è bene e ciò che è male. 
Sono come un vero diamante, ancora sporche di terra. 
Ecco, il volto di questa donna era assolutamente reale, segnato, scavato. Diceva che questa donna aveva vissuto per davvero. 
La luce di un sole coraggioso, capace di illuminare anche lo strazio dei paesi distrutti dell'Italia centrale, nonostante un dolore che, un antico greco forse direbbe e che potrebbe provare davanti a quelle scene, al contempo ‘le illuminava il volto e feriva lo sguardo’. 
Insomma questa donna aveva vissuto per davvero ed era una donna italiana. Portava le buste con i tortellini fatti da lei ai vigili del fuoco, che salvavano le persone ancora sepolte nelle macerie del terremoto. Aveva un incedere fiero, assolutamente pragmatico, ma con un misterioso tocco solenne, ricordava la mamma che, nelle immortali pagine di Manzoni, elegante e quasi angelica, attraversava la morte, quasi non toccando terra, come l'angelo dantesco alle porte dell'Inferno, di Milano infestata dalla peste, per consegnare al carro dei monatti la sua figlia defunta. Il dolore, indicibile, non riusciva a scalfire un certo fondo del suo cuore e poteva solamente, sfiorandolo, renderne più manifesto il vivo splendore.
Anche quella era una donna italiana, Lombarda, per la precisione. 
 
C'è una divertente leggenda su Petrarca. 
Petrarca sconvolse l'Europa e ne trasformò totalmente e vigorosamente il modo di fare poesia, essendo quel "pugno al cuore dell'occidente" che, insieme con Dante e Boccaccio, da Firenze contribuì a portare la civiltà umana a iniziare il cammino dal medioevo all''umanesimo. Petrarca rivoluzionò il modo di cantare alle donne, sia dal punto di vista stilistico, ma anche e soprattutto, vivendo un viscerale legame con Agostino, inserendo nel canto, con coraggio, la sua verità di uomo che viveva cose reali. La carne, insomma, della sua storia. 
Egli, che raccolse nel suo Canzoniere le poesie con cui aveva cantato una donna per tutta la vita, chiuse quella raccolta con una canzone alla Vergine Maria. 
Ora, l'antica leggenda vuole che quando Petrarca morì andò in cielo e la Vergine fuggí a nascondersi non facendosi trovare. Quando Cristo se ne accorse le chiese: «Mamma ma perché sei andata via?» e la Vergine, con le gote rosse, rispose: «Perché nessuno dei tuoi angeli è mai riuscito a parlare di me come è riuscito lui». Cristo, confuso, chiese: «Ma un uomo non può cantare come cantano gli angeli, in che modo li ha superati?». E Maria rispose: «Non mi hanno fatto piangere le perfezioni degli angeli, ma le sue grida umane». Ed inizió a cantare: «Vergine s'a mercede miseria estrema de l'humane cose già mai ti volse al mio prego t'inchina, soccorri alla mia guerra bench'i' sia terra e tu del ciel regina». 
«Vedi - concluse Maria - il grido di un uomo che si toglie le maschere è più maestoso del canto di San Michele Arcangelo».  
Anche Laura, i cui capelli dorati Petrarca rese più immortali delle stelle, era una donna italiana ed è a questa femminilità italiana che vorrei dedicare queste poche righe e questo troppo altisonante elogio. Questa femminilità che ha retto sulle spalle secoli di vita dura, di sofferenze, privazioni, sacrifici, che, nella loro reale cruda durezza, non hanno potuto scalfire il diamante dentro il cuore di ogni donna italiana, semmai lo hanno rinforzato e lo hanno, sfidandolo, reso più forte, solido e luminoso. 
Vorrei rivolgere questo umile invito a ogni donna, soprattutto alle ragazze giovani, a riprendere in mano i poeti italiani, che custodiscono nei loro canti qualcosa che parla di loro, tutte loro, qualcosa che è in loro: Dante, Petrarca, Ungaretti, Leopardi, cantano e raccontano alle donne italiane del diamante che fiero respira nei loro cuori, così come la star dell’hip hop romano Primo Brown, facendo eco ai versi di questi padri, dice nella sua canzone "diamanti", rivolta proprio ad una donna, anch'essa italiana: "Oh mi piacciono i diamanti, mi piacciono davanti, trovarli negli sbagli per non replicarli, mi piace la tua gemma quando la mostri agli altri che è ferma e solo tua e che non possono comprarti [...] e se adesso fai fatica è solo per trovare i diamanti anche negli angoli bui della tua vita". 
 
Primo aveva ragione e il diamante su cui sprigiona le sue "intoccabili rime" è manifesto nei passi fieri da cui siamo partiti e a cui ritorniamo. Come nei passi della signora Gianna che ha fatto a mano i tortellini per i vigili del fuoco di Amatrice: «Ragazzi state facendo una roba, incredibile, quando piangete, perché trovate anche solo una persona ancora in vita, io piango con voi, quando lottate per strappare alla morte anche solo un bambino io lotto con voi, e questo è tutto quello che ho: mia mamma mi insegnò a fare i tortellini a mano come sua madre a lei e così via per generazioni: questo è tutto quello che ho e sono venuta a portarlo qui». 
La signora Gianna, come tutte le donne italiane, e in generale le donne in tutto il mondo, ha dentro echi lontani di questo diamante reale, reso indistruttibile proprio dalle fatiche e dal dolore che per secoli le donne hanno dovuto soffrire, fatto sopravvivere con fedeltà e ribellione silenziose grazie all'amore sprigionato, alla solidarietà e al canto dei poeti che non lo hanno dimenticato. 
Questa lucentezza non astratta, ma tangibile nei tortellini dati ai soccorritori dalla signora Gianna, fatta carne nelle cose concrete, negli sbattimenti quotidiani che da secoli le donne italiane sopportano per quel loro spontaneo e naturale senso di amore, questa così pragmatica gemma vera solo se incarnata nella realtà può essere vera al cuore di ogni uomo, proprio come quell'angelo che strappò al demonio l'anima di Buonconte da Montefeltro, usando soltanto un ultimo suo pensiero di speranza. Così può essere una donna: può strapparti al freddo delle notti in cui si gela e per farlo le basta anche solo l'ultimo sorriso che ti è rimasto.
 
Mi torna alla mente un’altra donna che una volta ho incontrato ad Arezzo, mentre andava all'ospedale ad assistere il marito ammalato grave e che, alla mia domanda sul perché guardasse per terra, rispose: «E che fai non lo guardi ancora, un fiore?». 
E quando le chiesi se la malattia del marito non le avesse fiaccato la voglia di amarlo rispose: «Ma vedi, le cose facili sono scritte sull'acqua e vanno subito via; le cose difficili, come amare un uomo malato, sono incise nel diamante e rimarranno per sempre tue». 

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