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Roberto Saviano: “Vorrei essere un gorilla”

Le paure, la normalità, il ragù nei Quartieri Spagnoli e nonno Carlo

Ven 24 Feb 2017 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Qualche mese fa è stato pubblicato il suo nuovo libro, “La paranza dei bambini”. Quante polemiche. Tante, troppe. Quanta violenza in alcune dichiarazioni, sui social, negli incontri pubblici. Ascolto, leggo e non posso fare a meno di domandarmi quanto male fa tutto questo alla lotta alle mafie. Mi sembra di vederli loro, i mafiosi, che se la ridono, mentre noi ci perdiamo in inutili polemiche, in guerre intestine tra chi dovrebbe essere dalla stessa parte, ognuno con la propria prerogativa, con la propria area di interesse, con la propria urgenza di scrivere. Leggo i post, ascolto le tesi, le ipotesi, le antitesi e penso alla superficialità di tutta questa violenza indirizzata contro chi prova a raccontare ciò che è difficile anche solo da immaginare, mentre nessuno si ferma a riflettere sul dolore profondo che provoca mettere su carta il male. Per questo ho deciso di intervistare Roberto Saviano, provando a chiedergli come sta, di cosa ha paura, il suo ultimo ricordo da uomo libero. Ed anche di suo nonno Carlo!

Cominciamo dal libro: hai detto di averlo scritto pensando alle donne perché?
«Perché le donne le immagino davvero capaci di modificare la realtà, perché hanno il coraggio che spesso agli uomini manca. Perché le donne sono abituate ai salti nel buio, sono abituate a lotte titaniche, a difendere le loro libertà, gli spazi conquistati, i diritti raggiunti. Perché le donne non sono disposte a perdere niente di tutto questo e sono attente perché sanno che uno spazio o un diritto, se non presidiati, possono svanire in pochissimo tempo, dopo anni di lotta. Ma le donne non sono attente solo ai diritti che le riguardano da vicino, tutelano spesso anche l’infanzia e non solo quella dei propri figli. Le donne, anche se non sono madri, anche quando scelgono di non esserlo, sono sempre protettrici di percorsi».

Che donna avevi in mente come riferimento da cui partire? 
«La donna che avevo in mente ha finito necessariamente per coincidere con una madre, soprattutto per via della copertina del libro, un tatuaggio bellissimo sulla schiena di un detenuto, dal titolo straziante: ‘Our Lady of Sorrow’, ‘Nostra Signora del Dolore’. È una Madonna incisa sulla pelle, una Madonna che soffre per suo figlio. Io non sono credente, ma quell’immagine mi ha colpito dentro, nella parte più profonda, perché mi è sembrata subito non semplicemente una madre che soffre, ma la sofferenza. Non una madre addolorata, ma il dolore. E allora io le madri così le immagino, nei territori dove le alternative sono talmente poche che vigilare sui percorsi dei propri figli non può essere un vezzo, ma una necessità. Le immagino addolorate, sofferenti, per dover fare tutto loro, anche quello che in genere fa il mondo fuori casa. Addolorate per non poter cambiare tutto, migliorare tutto, rendere la vita leggera anche ai figli di chi non può farlo. Immagino quella madre che lasciava il figlio di 13 anni a spacciare cocaina solo in casa alle 3 di notte (è emerso dall’operazione che ha portato in carcere esponenti del clan Elia di Napoli) e immagino le donne che questa notizia l’hanno letta. Immagino lo strazio e credo che su tutto questo non si può tacere, che una soluzione vada necessariamente studiata».

Cosa ha fatto scattare in te la decisione di occuparti di questo argomento?
«Ho trovato necessario raccontare il drammatico abbassamento dell’età media degli affiliati ai clan di camorra a Napoli che è sotto gli occhi di tutti e che, nonostante inchieste e arresti, sembra quasi un fenomeno che si può eludere, come se, non parlandone quotidianamente, possa cessare di esistere. Ho trovato necessario mettere in connessione la giovane età dei ‘paranzini’ (i ragazzini della ‘paranze’, le nuove gang a Napoli - ndr) con ciò che accade altrove, lontanissimo, in Messico, in Afghanistan o anche nelle periferie di città più vicine a noi come Marsiglia, Nizza, Madrid, ma che studiamo con superficialità»

I bambini sono quella parte della società su cui dovremmo investire di più. Le mafie lo hanno capito bene...
«Già al tempo di “Gomorra” raccontavo di giovani leve utilizzate come muli, di bambini utilizzati come vedette. Ora gli adolescenti sempre più spesso non riconoscono capi che non siano altri adolescenti come loro. Non è una camorra imprenditoriale quella delle paranze, ma non per questo è meno pericolosa, lo è anzi di più perché ogni giorno deve sparare, deve terrorizzare, per conquistare territorio, spazi, potere». 

Non tutti i bambini di Napoli sparano e quello che racconti è una parte del tutto, ma che non si può e non si deve nascondere. Cosa spinge al negazionismo?

«A Napoli rispetto alla parte sana della popolazione spara una minoranza, è ovvio, ma chi spara rende i quartieri a più alta densità criminale (anche se poi sparatorie avvengono anche in quartieri considerati non a rischio) insicuri per tutti. Cosa spinge al negazionismo? Quell’orgoglio che in questo caso è napoletano (ma se parli delle mafie italiane diventa italiano, se parli di infiltrazioni al Nord diventa milanese, torinese, bergamasco, genovese, modenese...) e che non ti fa sopportare che possa esistere chi getta discredito su una terra con cui hai un rapporto viscerale. Una terra che senti di dover difendere, costi quel che costi. Attenzione a considerare questo amore qualcosa di superficiale o, peggio, innamoramento verso una cartolina, un luogo dell’anima più che reale. Quando mi accusano di non conoscere Napoli, perché non parlo delle sue bellezze, capisco perfettamente a cosa si riferiscono. A Napoli ci ho vissuto a lungo e la frequento assiduamente e il dolore che provo è immenso. Dolore che nasce non dal vedere le facciate dei palazzi storici della Sanità (antico rione - ndr) magari annerite dai gas di scarico delle auto, ma nel vedere impalcature che stanno lì da 15 anni e che a poco a poco gli abitanti del palazzo smontano, perché dopo 15 anni capiscono che sono stati abbandonati, tutti, loro e le impalcature. Piazze bellissime occupate da venditori abusivi, lo stesso Lungomare somiglia molto più a un lungomare nordafricano che a quello di una città europea. Napoli è piegata dal traffico, perché i mezzi di superficie sono pochi e sempre in ritardo e le metropolitane bellissime, ma inefficienti: talvolta tra un treno e l’altro passano anche 20 minuti; allora un conto è se esci per una passeggiata o se sei un turista, altro è se la metro ti serve per andare a lavorare e per poi tornare a casa, devi poterci contare. Per non parlare della quasi impossibilità di acquistare i biglietti nelle stazioni delle metro, che aggiunge anche un danno economico non indifferente. Tutto questo chi mi critica, chi mi dice di raccontare il bello, lo vive ogni giorno sulla sua pelle e io ci metto il carico da cento, perché racconto quello che molti non sanno (anche se dicono di saperlo), quello che è scritto nelle ordinanze di custodia cautelare, nelle sentenze. Questo diventa insopportabile. Che fare? Smettere di raccontare? Scrivere romanzi d’amore? Ci penso tutti i giorni, giuro. Poi però leggo del bambino di 13 anni in casa a spacciare da solo alle 3 di notte al Pallonetto a Santa Lucia, a due passi dal San Carlo, a due passi da dove si è celebrato il ritorno di Maradona a Napoli e penso che non è giusto che non si sappia come le persone vivono a due passi da lì, dal salotto inutilmente e odiosamente buono della città. Non è giusto che per non ammorbare gli animi di chi vuole stare tranquillo, tutto debba restare come è, che non si possa fare nemmeno un tentativo per cambiare passo. Le inefficienze di una città, inefficienze che non dipendono solo dalla presenza delle organizzazioni criminali, non devono restare rabbia repressa e difesa del territorio così com’è. Devono diventare denuncia. Chiunque può farlo e chiunque deve essere ascoltato». 

Basta poco per regalare normalità a quei bambini: ti capita mai di farlo in qualche modo, anche senza mostrarti?
«Mi capita, fino a ora soprattutto senza mostrarmi, per un motivo ovvio: per chi gestisce la mia sicurezza è molto più agevole lavorare se non annuncio la mia presenza. Per scrivere “La paranza” a Napoli ci ho trascorso moltissimo tempo intervistando, incontrando, seguendo la mappa dell’inchiesta dei pm Woodcock e De Falco: mentre guardavo in lontananza le luci sul Vesuvio e la domenica i fuochi per qualche festeggiamento o per la vittoria del Napoli, mi sentivo solo, più solo di quando lavoravo a “La paranza” da New York. Chi oggi mi dice “vieni a Napoli, facciamoci una passeggiata tra la gente”, dimentica che da Napoli sono dovuto andar via, perché nei condomìnii facevano riunioni d’urgenza per gestire la mia presenza nel palazzo. I condòmini avevano paura per loro, per i loro figli. C’erano professionisti che ricevevano in casa clienti, commercianti a cui dava fastidio la presenza dell’auto della scorta costantemente parcheggiata davanti al portone o all’ingresso del loro negozio. Ho cambiato decine di case a Napoli, prima di convincermi ad andarmene. E ora dovrei passeggiare tra i suoi vicoli, allegramente, come se a 28 anni non avessi dovuto cambiare città per motivi di sicurezza - ché la scorta serve a continuare la propria vita - e perché, pur pagando regolarmente la pigione, ero inquilino poco gradito. Mi si dice poi di alleggerire i contribuenti dell’onere di dovermi pagare la scorta senza sapere che la scorta non si sceglie e non puoi liberartene. Più che andare a vivere in America non posso, in questo modo lo Stato italiano non paga alcuna scorta, almeno quando non sono in Italia». 

Cosa ti rimane delle migliaia di persone che hai incontrato sino ad ora?
«Gli sguardi delle persone, in cui spesso leggo stima e riconoscenza».

Gli incontri nelle scuole: quali sono le domande più difficili?
«Come fai a innamorarti se vivi sotto scorta? Come fai a vedere i tuoi amici?».

Perché hai cominciato a scrivere? Di chi è la ‘colpa’?
«Di mio nonno materno Carlo che mi ha contagiato. Lui raccontava storie sempre e su tutto. Da una collezione di francobolli partiva un racconto incredibile che comprendeva tutto: amore, morte, amicizia, tradimento. Devo tutto a lui». 

Cosa provi quando scrivi?
«Dolore, perché quando si scrive si perde sempre qualcosa. Un’amicizia, la stima di un lettore che non convinci. Si perde tranquillità».

Qual è il luogo nel quale ti rifugi per scrivere?
«È la pagina bianca sul computer. Una pagina che adoro, che non mi inibisce, ma mi stimola a riempirla di pensieri, contenuti, parole». 

Cosa è la normalità?

«Non lo so più».

Qual è l'ultimo ricordo della tua normalità?

«Io che cucino il ragù nella casa a Sant’Anna di Palazzo a Napoli, nei Quartieri Spagnoli. Il mestolo di legno che al Sud chiamiamo cucchiarella, rosso di sugo e rovente, che ogni tanto porto alla bocca, più per fame che per accertarmi che sia pronto: il ragù quando è pronto lo riconosci dalla consistenza, dal colore, dal profumo. Non hai bisogno di doverlo assaggiare...».

Non sono pochi i detrattori: mi capita di leggere dei commenti sulla tua pagina Facebook che spesso sono di una violenza che fa male. Come gestisci questo? 
«Lascio fare, gli odiatori devono odiare. Quando sono troppo volgari sopratutto contro altri lettori cancello i commenti. Quando non sono volgari spiego le mie posizioni. Perché spiegare è l’unico modo per provare a convincere non tanto a essere d’accordo con te, ma della onestà del tuo ragionamento. Mi dico sempre, la merda concima. Gli odiatori sono questo concime se puoi rispondere e smontarli. In un giardino di discussione servono». 

Cosa ti fa paura?

«Ho vissuto talmente con il concetto di morte - tutti parlavano della mia morte - che non mi spavento più. Tempo fa avrei risposto: mi fa paura la delegittimazione. Oggi rispondo che mi fa paura non riuscire a difendermi». 

In questi dieci anni vissuti con la scorta hai mai pensato che un giorno tutto questo finirà?
«Certo, ci penso spesso. A dire il vero sono dieci anni che cerco una exit strategy. Prima o poi la troverò».

Cosa è la bellezza per te? 

«Per me bellezza è una pagina scritta decenni o secoli fa che mi dà istruzioni precise su come comportarmi oggi. Bellezza è un film le cui immagini mi nutrono per giorni. Bellezza è il Cristo velato attorno a cui tutti fanno silenzio per paura che si svegli. Bellezza è imperfetta, è vicina, è tua». 

In cosa trovi la forza, l'energia anche per liberarti dalle storie dolorose di cui parli?

«Scrivo per liberarmene, per non tenerle dentro, compresse». 

In cosa credi, cosa ti aiuta? 

«Non credo in Dio, sono ateo. Ma non è lì che chiederei aiuto. Ma forse una fede ce l’ho, nei libri e nella possibilità che, leggendo, qualcosa si trasformi davvero». 

Ti sei mai pentito di aver scritto?

«Ogni giorno. E ancora me ne pento». 

Cosa vorresti dire a chi non ti capisce, a chi fraintende, a chi dimentica, quell’antimafia che parla male dell’antimafia e che non capisce che così si fa il gioco delle mafie?

«A loro non direi molto, solo che io scrivo, racconto e facendolo mi spiego, ogni giorno. Ho invece qualcosa da dire a chi mi invita a tacere e a parlar d’altro: quel potere che non ha voglia di essere raccontato e criticato per me è un potere che va raccontato e criticato ancora di più. In caso contrario, se riuscisse davvero a zittire le voci contrarie, sarebbe un potere da temere enormemente».

Hai mai voglia di allontanarti da Saviano ed essere semplicemente Roberto?
«Ho spesso voglia di allontanarmi da Saviano e anche da Roberto. Vorrei essere un altro. Questo immagino capiti a tutti, a me capita spessissimo come a tutti coloro che vivono come bersagli. Mentre ti rispondo vedo sul mio muro la foto di un gorilla silverback, ecco se dovessi scegliere sarei un gorilla silverback. Il suo sguardo, il suo silenzio mi riguardano».

 



10 anni con la scorta

Nato a Napoli il 22 settembre del 1979, dopo essersi diplomato al Liceo Scientifico Diaz di Caserta, si laurea in Filosofia all'Università di Napoli Federico II. Comincia la sua carriera giornalistica nel 2002, scrivendo per riviste e quotidiani. Nel marzo 2006 pubblica “Gomorra” (Mondadori), che sino ad ora ha venduto 10 milioni di copie in tutto il mondo. Tradotto in 52 paesi, il best seller è diventato anche uno spettacolo teatrale, un film e una serie tv. Durante una manifestazione per la legalità tenuta il 23 settembre del 2006 a Casal Di Principe (Ce), denuncia in piazza gli affari dei capi del clan dei Casalesi, rivolgendosi a loro con toni accesi e invitando la gente a ribellarsi. A causa delle minacce e intimidazioni subìte, dal 13 ottobre 2006 vive sotto scorta. Su RaiTre nel 2010 presenta con Fazio “Vieni via con me”. Nel 2012 conduce con Fazio “Quello che (non) ho”, su La7. Nel 2013 pubblica “ZeroZeroZero”, edito da Feltrinelli. Nel 2015 e nel 2016 conduce “Imagine” sul Nove. A novembre 2016 pubblica “La paranza dei bambini”, sempre per Feltrinelli.


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