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Morire di lavoro

Sono africani, del Bangladesh, dell'est Europa. Sono fantasmi senza diritti le vittime del caporalato. Oggi, dopo le manifestazioni, la nuova legge 109, l'impegno dei mediatori, nulla è cambiato.

Mar 28 Mar 2017 | di Angela Iantosca | Attualità
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Legati per ore sulla terra scura della pianura pontina. Sotto il sole della Puglia, nei campi di pomodori del foggiano, nelle campagne di San Severo e Rignano, nella Piana di Gioia Tauro, tra lo sporco, la polvere e la miseria di Castel Volturno, al Nord e sulle dolci colline del Chianti. Hanno la pelle scura, ma sono anche bulgari, rumeni e italiani. Cominciano a lavorare all'alba e finiscono dopo 10, 12, 14 ore in quei campi maledetti senza fine. Piegati sulle schiene doloranti, ripetono sempre gli stessi gesti privi di speranza. Non hanno più lacrime, non sanno protestare, loro fantasmi senza nome. Derubati dei documenti, ricattati, picchiati, sottomessi da datori di lavoro che per loro sono i 'padroni', non sanno di avere diritti e, quando lo sanno, non possono ribellarsi perché come può parlare una persona che non esiste? Vivono con negli occhi la famiglia d'origine, dalla quale non possono tornare, per vergogna, per mancanza di soldi e perché nessuno deve sapere cosa accade davvero nella sognata Italia. Mandano soldi, quando li hanno, e alcuni inviano foto rassicuranti: sorrisi forzati davanti a Suv che non appartengono a loro, perché in India, nella loro terra, tutti devono pensare che almeno uno ce l'ha fatta a star bene. Sono loro alcuni degli schiavi del 2000: costretti ad aver paura di tutto, anche di pretendere un diritto. Qualcuno non resiste e la fa finita. Qualcuno invece muore di fatica, di stenti o per droga, la nuova piaga. Dormono ammassati in appartamenti sufficienti per una sola persona, in tende, in baracche o fabbriche abbandonate e a fine giornata li vedi pedalare verso casa, così scuri su strade buie, scuri e invisibili. Perché loro sono invisibili. Per tutti. Anche per noi.  

È il 2010 quando nella provincia di Latina scende in piazza il primo gruppo di braccianti. Sono trecento e sono stanchi di subire. Ma è il 18 aprile del 2016 che accade qualcosa di storico: migliaia di indiani a Latina manifestano pacificamente, perché il loro contratto non viene rispettato, perché le condizioni di vita sono disumane. Gli indiani sono un gruppo molto coeso, tenuto unito dalla religione, ma ad essere fondamentale in questa presa di coscienza è stato Marco Omizzolo, sociologo, giornalista, che ormai da dieci anni si occupa di questa tematica. «Il mio interesse per loro è nato dalle domande che mi ponevo vedendoli in bicicletta sulle strade vicino Sabaudia: Dove vanno? Dove vivono? Dove lavorano? Allora ho cominciato a seguirli. Ho studiato molto, li ho frequentati nei templi (ce ne sono 5 tra Latina e Fondi - ndr) e quando ho visto che la maggior parte mi raccontava del forte disagio nei campi, ho deciso di fare l'esperienza diretta: lavorare con loro». Per tre mesi Marco è stato nei campi tra Sabaudia e Terracina, anche 12 ore. Partiva la mattina, con la bici o con la macchina, raggiungeva il luogo di lavoro e a testa china faceva come tutti, rimanendo in silenzio. Poi tornava a casa e scriveva. «Finita l’esperienza, in quella azienda abbiamo organizzato il primo vero sciopero di braccianti indiani nel 2010. Non ce la facevano più: molti da 6 mesi non percepivano stipendio. Quella giornata si concluse con una vertenza positiva ed una stretta di mano con il ‘padrone’. Ma a presidio smobilitato alcune persone andarono con bastoni in pugno a minacciare gli indiani, dicendo che non si dovevano permettere. Ma loro hanno tenuto e alla fine sono stati tutti retribuiti. Ora lavorano altrove! Per quanto riguarda i miei ‘capi’ lo hanno saputo dai giornali che avevo lavorato nella loro azienda per fare una inchiesta. Non ho subìto in quella fase pressioni, ma ho saputo che si sono molto arrabbiati!».

Nel 2016 un'altra manifestazione importante: per la prima volta in Italia un gruppo di sfruttati è sceso in piazza esercitando il dirtto allo sciopero. Da allora cosa è cambiato?
«Oggi la situazione è tornata ad essere come prima dello sciopero di aprile 2016. Nella fase subito successiva c'erano state vertenze concluse in maniera positiva, perché le retribuzioni sono in parte migliorate. In alcune aziende si è passati da 2,50/3 euro a 4,50/5 euro all'ora, comunque sempre al di sotto di quanto previsto dal Contratto provinciale del lavoro, che prevede 9 euro lorde l'ora per lavorare 6 ore e trenta al giorno, domenica esclusa».

Perché ora si è tornati come prima? 
«In primo luogo per il fatto che i contratti sono stagionali, che l'attenzione mediatica è diminuita, che la normativa nazionale è cambiata, proprio in ragione dello sciopero pontino, e si è ottenuta la legge contro il caporalato dell'ottobre 2016, la 109, che è una buona legge, ma tutta incentrata sugli aspetti prevalentemente repressivi. Per tutti questi motivi i datori di lavoro sono tornati a pagare di fatto 3,50 euro all'ora. Non solo, una parte dei lavoratori, quelli più attivi, o non ha visto rinnovato il contratto o è stata licenziata o variamente allontanata».

Sono stati sostituiti?
«Quelli più attivi e che parlano meglio l'italiano sono stati sostituiti o dai richiedenti asilo/profughi che vengono reclutati direttamente da alcuni datori di lavoro o da caporali nell'area romana e fatti arrivare a lavorare in alcune aziende pontine, oppure con la tratta o, in alcuni casi, vengono sostituiti da donne, in alcuni casi indiane, molto spesso italiane, provenienti dai Monti Lepini. Recentemente stiamo notando che gli indiani vengono sostituiti nel sud pontino da gruppi del Bangladesh». 
Molti i vantaggi che derivano ai 'padroni' da questa sostituzione: i nuovi arrivati non sanno cosa significa avere un contratto di lavoro, non sanno cosa sia il TFR o il caporalato, non capiscono che quella figura che loro reputano amica invece fa intermediazione illecita e prende soldi. «Così il caporale del Bangladesh recluta connazionali in alcune piazze, le cosiddette piazze degli schiavi, come a Castel Volturno, e li porta nelle zone agricole a lavorare nelle condizioni ormai note».

Quali sono i vari tipi di caporalato pontino?
«I primi caporali erano italiani. Poi è arrivata la comunità nord africana e lì il caporale era nord-africano/italiano, poi sono arrivati gli indiani e si sono sostituiti agli africani. Ma la figura del caporale indiano è particolare: un indiano diventa caporale dopo che è arrivato qui, ha lavorato per un certo periodo nei campi e ha compreso come approfittare di alcune situazioni attraverso una relazione con il datore di lavoro, quindi è un caporale/mediatore. Lavora nell'azienda, parla molto bene l'italiano, meglio degli altri, prende più soldi, ha sempre un contratto di lavoro, prende soldi anche dai lavoratori e ha un ruolo leggermente diverso rispetto ai braccianti: sta sul trattore o aspetta i lavoratori a cui impartisce gli ordini». 

Perché non denunciano?
«Parlano malissimo l'italiano, non hanno un rapporto sereno con le Forze dell'ordine, spesso c’è una difficoltà da parte delle stesse a relazionarsi con lo straniero; spesso non hanno i documenti; viene messa in discussione la loro parola; hanno paura del processo, visti i tempi lunghi, perché chi è stato derubato comunque deve lavorare per vivere e se denuncia non lavora più».

Dove sono i punti principali nella provincia di Latina in cui è presente il fenomeno?
«Il Sud Pontino è legato al mercato ortofrutticolo di Fondi, dove c’è un ipersfruttamento, assenza di servizi, lavoro anche notturno. A Borgo Hermada è presente la questione del doping. A Sabaudia c'è una maggiore consapevolezza con un sistema di tratta che fa riferimento a persone anche importanti della comunità e un sistema di ricatto e di violenze».



“MORIRE COME SCHIAVI” IN PUGLIA

Paola Clemente è morta a quarantanove anni nei campi di Andria, in Puglia, in un’estate piena di sole, sotto una cappa di silenzi e omertà, che ha permesso a qualcuno di utilizzare le sue braccia per troppo tempo, con la ricompensa di poco più di due euro l’ora e nessun diritto. Paola, ma anche molti altri: uomini e donne, braccianti stagionali sfruttati in modo vergognoso da caporali e mediatori capaci di produrre contratti fasulli. “Morire come schiavi” (Imprimatur), della giornalista Enrica Simonetti, in un viaggio on the road, dal Gargano alla Calabria, racconta le storie di tante donne pugliesi, calabresi, lucane, di numerosi immigrati africani e rumeni, arrivati in Italia con la promessa di un lavoro sicuro. Chiamati per “fare l’acinino” ai grappoli d’uva, raccogliere pomodori, olive, arance, mandarini, per necessità sono costretti a condizioni di lavoro stremanti.

 



Vittime anche le donne

Nella pianura pontina le vittime di caporalato lavorano 14 ore al giorno, tutti i giorni, spesso anche la domenica. «A volte – spiega Omizzolo - abbiamo trovato lavoratori obbligati a lavorare di notte con le luci nelle serre, soprattutto nel sud pontino e a ridosso del mercato ortofrutticolo di Fondi”.  Umiliati e costretti a chiamare padrone il datore di lavoro, non sporgono denuncia in caso di infortunio: “Frequenti sono episodi di violenza; se parli con il sindacato o con un giornalista non lavori più; e molti sono quelli che vengono rapinati. Molti lavorano in nero e vengono pagati in contanti: il giorno della paga, che tutti conoscono, capita che vengono aggrediti lungo la strada di ritorno a casa da persone mandate proprio dai ‘padroni’. Ovviamente queste rapine non vengono mai denunciate. Tutto questo determina un'altra cosa: il rischio di cadere nel giro dei prestiti ad usura interni alla comunità». Altra questione le donne: anche loro cominciano a lavorare nei campi, quelle delle famiglie più povere, e anche le giovani delle seconde generazioni. Alcune hanno subìto violenze fisiche; se si lamentano, perché non vengono pagate, vengono malmenate. «La donna che non sottostà alle richieste sessuali del capo rischia di perdere il lavoro, di non vedere rinnovato il permesso di soggiorno, di vedersi etichettata come poco di buono e di non trovare lavoro in nessun’altra azienda».

 



DOPATI PER NECESSITA'

Un fenomeno tipico del territorio pontino è quello del doping. Molti sono costretti dai padroni a drogarsi per sopportare il lungo lavoro. «Ma per la loro religione non possono fare uso di droghe – spiega Marco Omizzolo -, perché è vietato l'uso di sostanze che alterano lo stato psicofisico, perché questo altera il rapporto con la divinità. E chiunque denunci di essere stato obbligato a far uso di sostanze dopanti - addirittura non usano neanche il termine droga quando parlano - subirà un'onta da parte della comunità che ti allontana. E la comunità per loro è una risorsa importante, perché ti dà protezione, ti fa sentire dentro un posto sicuro, dove a volte ci sono prestiti gratuiti, i templi sono un luogo straordinario dove anche mangiare gratis. A loro dunque conviene rimanere, non denunciare questa situazione perché verrebbero allontanati».

 



Gurmukh Singh portavoce della comunità Sikh pontina

La paura del male, la delusione per questa Italia, la necessità di cambiare la legge 

Gurmukh Singh è la voce della comunità sikh presente nella provincia pontina. In Italia dal 1992, dopo essere stato bracciante e aver lavorato per diverse aziende, è diventato negoziante e ha cominciato a dar voce al disagio e alle ingiustizie subìte da tutti, anche grazie all'incontro con Marco Omizzolo. Noi lo abbiamo incontrato a Borgo Hermada, vicino Sabaudia, dove lavora e vive con la sua famiglia. 

Quando sei arrivato in Italia?
«Nel 1992. Dopo aver girato per il mondo, ho raggiunto mio cognato che lavorava dentro uno stabilimento ad Aprilia. Allora ho cominciato prima come aiutante manovale e poi dentro un’azienda agricola».

Eri sfruttato?
«I primi sei anni sono stato clandestino. Mangiavo, dormivo e lavoravo fino a 14 ore al giorno, anche la domenica. Mi pagavano 4mila lire all'ora. Poi ho fatto i documenti e ho cominciato a lavorare in un'altra azienda dove pagavano anche gli straordinari. Ho lavorato vicino Lavinio per altri 7 anni e poi ho aperto un negozio di frutta e verdura a Borgo Hermada».

Quando hai conosciuto Marco Omizzolo?
«Vedevo Marco spesso. Dove c'erano i problemi, c'era lui. Ho capito che era una persona attiva e onesta».

Prima che arrivasse Marco Omizzolo non vi lamentavate?
«Si parlava tra di noi. Ogni tanto moriva qualcuno nei campi, che nessuno curava. Ma non c'era il coraggio di denunciare. Nelle aziende agricole ti sfruttavano moltissimo, ma nessuno voleva perdere il lavoro. Nessuno voleva perdere quello in cui stava. Avevano degli alloggi. Molti dicevano: “Dove andiamo se usciamo da qua?”. Ma quando hanno conosciuto lui, hanno cominciato a parlare, a dire che erano maltrattati e sfruttati».

Alcuni sono costretti a far uso di doping?
«Sono costretti, perché non ce la fanno a fare quella vita. Sono andato dentro un'azienda dove lavorano dei ragazzi che raccolgono cocomeri: hanno mal di collo, mal di reni e sono costretti a fare uso di droghe per andare avanti. Noi, per la nostra religione, non possiamo magiare carne, uova, pesce, gli alcolici sono vietati… E per noi è una vergogna assumere droghe: non si può!».

Cosa è cambiato in questo anno?
«Io ringrazio la Cgil, Marco Omizzolo, le Forze dell'Ordine che hanno capito come devono lavorare tramite queste persone: grazie alla manifestazione grande che abbiamo fatto il 18 aprile del 2016 ora ci sono molti più controlli rispetto a prima. Però secondo me sta ritornando tutto come prima. Pochi giorni fa ho incontrato dei ragazzi che per prendere il CUD, che è un loro diritto, hanno dovuto pagare 25 euro a testa al datore di lavoro».

Come si potrebbe sistemare la cosa?
«La prima cosa da fare sarebbe mettere in regola chi viene qua, chi vive già in Italia, devono sanare i clandestini e chiudere questa legge stagionale che permette di far giungere qui le persone per il lavoro temporaneo nelle campagne (Il permesso di soggiorno per lavoro stagionale è disciplinato all’articolo 24 del T.U. sull’Immigrazione (D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286) ed ha una durata limitata – ndr). I ragazzi arrivano sapendo di avere questo contratto. Ma poi diventano clandestini, quindi degli schiavi ricattabili. A molti il padrone toglie i documenti, quando arrivano».

Altri problemi?
«L'alloggio. Le case costano sui 500 euro, quanto quello che guadagnano. Per pagare i padroni di casa allora si vive in 4/5 in una casa che potrebbe ospitare solo una persona».

Avete paura?
«Non della morte. Ma abbiamo paura che facciano male alle persone».

Ti aspettavi questa Italia?
«Sinceramente no. Pensavamo molto bene. Ma più andiamo avanti, più i problemi aumentano. Ora ci sono anche le seconde generazioni che studiano e poi lavorano. Ma il problema dell'integrazione è che molti non sanno l'italiano e se non si conosce la lingua non ci si può integrare».

 



Quinto Rapporto Agromafie 

Secondo il V Rapporto Agromafie, di Eurispes, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità presentato a marzo 2017, il volume d'affari complessivo annuale dell’agromafia è salito a 21,8 miliardi di euro, con un balzo del 30% nell’ultimo anno. Rispetto al fenomeno, la classifica stilata vede Latina piazzata al 41esimo posto su 106 province italiane, alle spalle di Rieti (36esimo) e Viterbo (40esimo), e davanti a Frosinone e Roma (rispettivamente 73esimo e 74esimo posto). La maglia nera spetta a Reggio Calabria. Nella top ten negativa Palermo, Caserta, Napoli, Caltanissetta, Catanzaro, Catania e Bari. Ma anche Genova e Verona. La provincia meno permeata Trento. Dal Rapporto emerge un altro aspetto: oltre il 30% dei prodotti agroalimentari consumati in Italia proviene da paesi extracomunitari dove non valgono gli stessi diritti sociali della UE. Riso, conserve di pomodoro, olio d’oliva, ortofrutta fresca e trasformata, zucchero di canna, rose, olio di palma sono spesso il frutto di un “caporalato invisibile” che avviene in Paesi lontani, dove viene sfruttato anche il lavoro minorile (circa 100 milioni di bambini nei campi secondo l’ILO).

 



Basta soluzioni temporanee!

Celeste Logiacco nella piana di Gioia Tauro per rendere visibili gli invisibili

Ha 34 anni ed è Segretario Generale della Flai Cgil della Piana di Gioia Tauro, la sua terra dove ha deciso di rimanere a vivere, provando a dar voce agli invisibili che il mondo ha conosciuto nel 2010 grazie a quelle immagini della rivolta di Rosarno, che vide coinvolti centinaia di lavoratori dell'agricoltura, accampati in condizioni disumane in una vecchia fabbrica in disuso e in un'altra struttura abbandonata, stanchi di essere sfruttati, stanchi dell'ennesimo attacco gratuito da parte dei soliti sconosciuti.

Qual è la situazione ora?
«Al momento la situazione è estremamente difficile. Ci sono oltre 2000 lavoratori migranti che si trovano nelle tendopoli di San Ferdinando. Sono ai limiti della sopravvivenza».

Da dove provengono?
«Per lo più sono africani del Ghana, del Senegal, Mali, del Burkina, del Niger e della Nigeria. E continuano ad arrivare in grandi quantità».

Nel 2016 c'erano state promesse di intervento per cambiare la situazione. Cosa è successo?
«A febbraio del 2016 presso la Prefettura è stato firmato un Protocollo operativo in materia di accoglienza e integrazione degli immigrati della Piana di Gioia Tauro. Poi, dopo l'incidente di giugno 2016, quando è morto uno di loro, c'è stato l'impegno di costruire una nuova tendopoli come condizione temporanea. Ma, viste le conosciute condizioni di invivibilità, si sarebbe dovuto rendere necessario un intervento immediato e non rinviabile, per superare condizioni di criticità igienico sanitario e favorire l'integrazione attraverso una politica di sostegno socio abitativo. Ora si aspetta che ci sia meno presenza nella tendopoli per intervenire. Tra l'altro, le condizioni climatiche dei mesi invernali hanno reso ancora più complicata la loro vita. Non dimentichiamo che ci sono anche molte donne e bambini! Sono anni che diciamo che le soluzioni temporanee non bastano più a contenere l'arrivo di lavoratori immigranti. Di poco più di un mese fa la tragedia sfiorata, quando è scoppiato un incendio nella tendopoli: 10 baracche sono andate distrutte, tre lavoratori hanno riportato ustioni su tutto il corpo e una donna è stata ricoverata a Catania con gravi ustioni. Il punto è che non c'è sicurezza nel campo allestito dal Ministero degli Interni e dovrebbero essere messe in atto tutte le politiche per il superamento della situazione, ridando dignità al lavoro. Negare un’accoglienza degna significa consegnarli a caporali e sfruttatori!».

Quali sono le loro condizioni di lavoro?
«Prendono o 25 euro a giornata o vengono pagati a cottimo: 1 euro per una cassetta di mandarini,  0,50 per una cassetta di arance. Lavorano dalle prime luci dell'alba, dalle 10 alle 14 ore al giorno».

Nella Piana c'è ormai una forma di caporalato interno.
«Sì, all'inizio erano italiani i caporali. Da qualche tempo molti caporali sono ex braccianti sfruttati diventati intermediari».

Come intervenite?
«Ogni mattina, alle cinque, io insieme ad altri, tra cui Jacob Atta, ex bracciante ora sindacalista, li raggiungiamo con il nostro mezzo adibito a sportello sindacale mobile, per parlare di lavoro, della busta paga, del perché non bisogna rivolgersi al caporale. Al momento non ci sono problemi di droga. E per quanto riguarda le donne non lavorano nei campi, ma sono nel giro della prostituzione. Organizziamo anche corsi per insegnare la lingua. Certo rispetto agli scioperi c'è paura. Spesso dicono “Se non ci vado io a lavorare tanto ci andrà un altro”. Ma qui nella Piana non ci sono nuovi gruppi a cui rivolgersi, come nella pianura pontina».    

 



A LAMEZIA TERME CON PROGETTO SUD

Nella zona di Lamezia Terme, da due anni, la Comunità Progetto Sud di Don Giacomo Panizza ha avviato sul territorio un lavoro di intervento attraverso unità di strada, accoglienza, informazione, mediazione e protezione: «è previsto anche il supporto e l'accompagnamento medico e sociale - spiegano la responsabile Marina Galati e la coordinatrice Isabella Saraceni -. Inoltre è in corso un lavoro di ricerca sul fenomeno». Sulla base dei dati raccolti, si evidenzia che il fenomeno dello sfruttamento lavorativo è diffuso e, a volte, è legato alla tratta di persone. Riguarda prevalentemente gli uomini, ma vi sono anche le donne sottoposte a sfruttamento, anche di tipo sessuale. I lavoratori provengono soprattutto dall'Africa sub-sahariana; dal Marocco, dal sud-est asiatico, dall'est Europa. «L'attività di intermediazione sembra essere gestita prevalentemente da capisquadra stranieri che reclutano e a volte trasportano con i pulmini sui luoghi di lavoro gruppi di connazionali che pagano il servizio!». I prezzi sono i soliti: 25/30 euro a giornata per 10 ore di lavoro. Ma sino ad ora non ci sono stati moti di rivolta, perché le condizioni abitative sono migliori della Piana e anche lo sfruttamento è meno intenso.

 


NON SOLO AGRICOLTURA

Tra i campi, ma anche nelle aziende spesso i diritti dei lavoratori vengono negati

Quando sento i prezzi fissati per gli agricoltori che lavorano nei campi non posso fare a meno di pensare a quanto vengono pagati talora i giornalisti. A volte zero, con la scusa che si tratta di uno stage o di un modo per imparare e prendere il tesserino, a volte 5 euro che potrebbero diventare zero  se per caso provi a lamentarti. Perché c'è sempre qualcuno pronto a ricordarti  che “dietro di te c'è una fila di persone che vuole scrivere per meno di te”. Poi c'è chi fa battaglie contro il caporalato e i suoi collaboratori non li paga proprio. E vogliamo parlare di quelle migliaia di battute che si scrivono per giornali che poi improvvisamente spariscono? E con chi ti lamenti se quotidiani nazionali ti offrono 15 euro in cambio di una disponibilità di 24 ore al giorno? Ovviamente se non ti sta bene, avanti un altro!

SE NON CORRI SEI FUORI
Ma veniamo ad altri settori. Nell’ultimo anno se n’è parlato molto, anche grazie ad un’inchiesta del New York Times che ha reso noto al mondo il modo in cui sono trattati i lavoratori di una azienda che si occupa di vendite on line. Chi lavora per quell’azienda può arrivare a faticare 80 ore a settimana, a non dormire anche 4 giorni di seguito, ad essere continuamente monitorato e stimolato, a non andare in bagno, perché non c’è tempo, e a non bere, neanche un bicchiere d'acqua, perché, se perdi minuti preziosi, “sei fuori”. Un’azienda, quella in questione, presente anche in Italia e nella quale - fanno sapere quelli che sono riusciti a infiltrarsi - al giorno si percorrono anche 17 km tra gli scaffali e che se non corri il richiamo è dietro l'angolo.

CONSEGNE A TEMPO DI RECORD
Pochi mesi fa, a Torino, scoppia un altro caso: scioperano per la prima volta i lavoratori di una startup che consegna cibo a domicilio entro 30 minuti dall’ordine. Fino a settembre i lavoratori venivano pagati 5,60 euro lordi l’ora poi, con l’introduzione di un nuovo contratto, il fisso è stato abolito. Ora ricevono 2,70 euro a consegna. Hanno un co.co.co., non hanno coperture per le malattie, usano i propri smartphone per telefonare e navigare senza ricevere un rimborso, la manutenzione di bici e motocicli è sulle loro spalle. Ovviamente dopo la protesta non è cambiato niente. Perché, se non ti sta bene, qualcun altro pedalerà al posto tuo!   

A.I.

 


   

#MarciaNoCaporalato

Ad aprile, probabilmente il giorno di Pasquetta, in Puglia, si svolgerà una Marcia nazionale contro il caporalato (nel giorno in cui il giornale va in stampa la data è da definire).
Seguite la mobilitazione su left.it/MarciaNoCaporalato


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