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Natalie Portman: Il cinema è donna

Natalie Portman: i suoi ruoli sono un inno alla femminilità, come dimostrano gli ultimi due film, “Jackie” e “Planetarium”

Mar 28 Mar 2017 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Ha il viso di porcellana, incorniciato in lunghi capelli color cioccolata e lo sguardo fiero di un’ex bambina prodigio che calca le scene di Hollywood da oltre 30 anni: Natalie Portman è così, non ha nulla da dimostrare e lo sa bene, come si nota mentre sorseggia disinvoltamente una centrifuga alla mela verde. Melting pot di culture e lingue diverse, è ritornata da poco negli Stati Uniti dopo aver vissuto nella capitale francese per un paio d’anni, perché il marito è stato nominato direttore del Balletto dell’Opera di Parigi. Orgogliosamente discreta, ama tenere il privato lontano dai riflettori, ecco perché durante questa chiacchierata non ha menzionato la propria gravidanza e perché ha aspettato fin dopo la cerimonia degli Oscar per rivelare al mondo la nascita di Amalia, la secondogenita venuta al mondo qualche giorno prima della premiazione. 

Nel prossimo film, “Planetarium”, racconta ancora una volta l’universo femminile attraverso il legame fortissimo tra due sorelle. Che tipo di donne le piace mettere in scena?
«Le donne sono capaci di relazioni significative che mi affascinano moltissimo, anche quando non le ho sperimentate di persona. Da figlia unica, non ho mai avuto una sorella come nel film, ma vanto varie amiche fraterne che mi hanno sempre sostenuto nei momenti cruciali della vita».

Com’è stato affiancare la giovane Lily-Rose Depp?
«Mi sembra folle che questo sia il primo film della mia carriera in cui mi abbia diretto una donna. Credo tuttavia che le relazioni femminili siano centrali nell’esistenza di ogni donna, ecco perché lavorare fianco a fianco con una collega come Lily è per me sempre una gioia, quasi una magia. A volte restavamo a dormire nello stesso posto per aumentare la nostra sintonia e ha funzionato. In lei rivedo la mia esperienza di attrice-bambina e provo un’immensa tenerezza».

Il lavoro di suo marito l’ha portata a vivere dall’altra parte dell’oceano. Cos’ha imparato dall’esperienza francese?
«Vivere a Parigi mi ha insegnato molto e non parlo solo del fascino per la città, mi ha aperto gli occhi su cosa voglia dire sentirsi straniero e guardare al tempo stesso il proprio paese con la giusta prospettiva». 

Cosa ha amato della quotidianità in Europa?
«Nel Vecchio Continente la gente riesce a tornare a casa per cena, a riunire la famiglia e a tenere una sana distanza dal lavoro, che non occupa tutta la tua vita». 

Nel film “Planetarium” s’immerge nel passato. Le sarebbe piaciuto vivere in quel periodo?
«Gli Anni Trenta sono un periodo affascinante, in cui mi sarei divertita a vivere, nell’epoca delle grandi dive come Greta Garbo e poi successivamente anche Audrey Hepburn, al cui ideale di eleganza e grazia continuo ad ispirarmi».

A proposito di modelli femminili, in “Jackie” ha dato il volto alla moglie del presidente Kennedy, raccontando i momenti dopo l’attentato, uno dei giorni più tristi della storia americana. 
«Non riesco ad immaginare cosa voglia dire vivere un simile lutto sotto i riflettori, quando in realtà vorresti nasconderti sotto una roccia e dar sfogo al tuo dolore. Io First Lady? Per carità, già esserlo per esigenze di copione mi ha molto provato». 

Eppure lei sa bene cosa voglia dire vivere un’esistenza pubblica.
«Gli altri spesso vedono solo la tua facciata, ma quello che si agita sotto la superficie è ben diverso. Eppure con il tempo, proprio come Jackie, ho imparato a prendermi cura di me stessa, a schiermarmi anche dal troppo dolore». 

Quale pensa sia il lascito di Jackie?
«Non è solo quello di un personaggio pubblico, ma anche di una mamma, che avrebbe potuto delegare agli altri il compito di crescere i suoi figli, invece non l’ha mai fatto. Ecco perché la sua eredità è moderna e femminista: Jackie riconosce di poter essere la narratrice della propria storia, artefice del proprio destino».

Anche lei soffre per la differenza tra la versione pubblica e quella privata di se stessa?
«È difficile conciliarle. Per natura sono una persona riservata, che ha scelto di cambiare pelle passando da un personaggio all’altro per far risplendere la loro storia, le loro emozioni. Esiste un conflitto, ma me lo porto dentro con grande serenità, perché sono orgogliosa quando qualcuno mi avvicina dicendo che un determinato ruolo diventa simbolo di valori più alti».

Come nel caso di Jackie?
«Questo è stato il ruolo più coraggioso e pericoloso della mia carriera, perché ognuno ha una sua idea di Jackie e in molti ricordano come camminava o parlava, anche solo per averla vista in un documentario. Essere all’altezza o per lo meno fedele all’originale è stata una sfida immensa». 

Lei è una delle dive più amate di Hollywood. Quale aspetto della sua vita professionale preferisce?
«Sono fortunata perché faccio un lavoro meraviglioso, che mi permette di alzarmi ogni mattina con il sorriso e la gioia di andare sul set. Succede a patto di rimanere sempre aperta e vulnerabile, pronta a lasciarti modellare dalla storia che racconta il copione. Questo ti rende forte in un equilibrio delicatissimo che ogni artista cerca di raggiungere».

È appena reduce da un’esperienza dietro la macchina da presa, com’è stata?
«Curare la regia di “A tale of love and darkness” è stato memorabile, una sfida con me stessa che spero di aver vinto, perché piena dell’energia creativa che mi hanno insegnato le persone con cui lavoro. Non esiste regalo più gradito!».

 



MAMMA BIS E AL CINEMA SI FA IN DUE

Natalie Portman, classe ’81 e Premio Oscar per “Il cigno nero”, è un’artista israeliana oggi naturalizzata statunitense. Recentemente candidata come miglior attrice agli Academy Awards per il biopic “Jackie”, presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia, è in sala dal 13 aprile con “Planetarium” nei panni della sorella di Lily-Rose Depp. Quando lascia Israele per gli Stati Uniti la mamma casalinga si trasforma nella sua agente e fin da bambina lavora come modella. Appena adolescente ottiene il primo ruolo in “Léon” di Besson e da allora vanta una carriera in continua ascesa, con collaborazioni eccellenti con registi del calibro di Michael Mann, Woody Allen, George Lucas, Antony Minghella, Wes Anderson, Kenneth Branagh, Terrence Malick e Pablo Larraìn. Moltissimi i film da ricordare: “Star Wars”, “Thor”, “Avangers”. E ancora “V per Vendetta”, “Tutti dicono I love you”, “Ritorno a Cold Mountain”, Zoolander. Ha due figli, Aleph (5 anni e mezzo) e Amalia (nata a pochi giorni dall’ultima cerimonia degli Oscar). 

 


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