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Enrico Galiano: “I bambini? Lasciamoli liberi di sbagliare”

Tra i 100 migliori insegnanti d’italia, il suo metodo è quello della “scuola senza”

Mar 28 Mar 2017 | di Angela Iantosca | Bambini
Foto di 8

Enrico Galiano insegna in una scuola di periferia del Friuli, nel 2015 è stato inserito nella lista dei 100 insegnanti migliori d'Italia e qualche mese fa ha incantato i ragazzi di San Patrignano. L'ho incontrato in quella occasione e ciò che mi ha colpito è stata la sua timidezza e la semplicità nell'esporre il suo metodo di insegnamento ai ragazzi delle scuole medie.  
«Il mio metodo lo ribattezzerei quello della “scuola senza”, nel senso che vado per sottrazione».

Cosa sottrai?
«Per prima cosa i voti. Ho cercato di eliminarli, come ho quasi eliminato i compiti per casa.  Togliere i voti è stata abbastanza dura, non tanto per i genitori quanto per i ragazzi, perché sono educati sin dalle elementari ad avere un voto. È dura per loro non avere la quantificazione numerica, un giudizio numerico. In realtà, non li ho eliminati del tutto: li ho tolti dalla comunicazione con loro, a cui scrivo delle lettere, in cui spiego cosa devono migliorare, cosa va bene e cosa deve essere potenziato. Questo sui risultati, il primo anno, ha dato dei miglioramenti. Ovviamente, in terza media, li reintroduco gradualmente per abituarli a quello che arriverà alle Superiori».

La seconda cosa che togli sono i compiti.
«I ragazzi, all’inizio, sono stati contenti, qualcuno ha pensato che avrebbe lavorato meno. Invece il mio scopo è responsabilizzarli: lascio a loro la libertà di fare o non fare in base alla necessità. Gradualmente lo comprendono, capendo che si studia per sé. Il mio scopo è abituarli a pensare che la cultura e studiare non sono per gli altri, ma solo per se stessi. All’inizio per loro studiare è un obbligo che si fa per i genitori. È stato bello vedere che piano piano, dopo un mese o due, cominciano a studiare a casa, anche se non  niente: io gli do solo l'opzione facoltativa. A loro la scelta!». 

Una delle tue massime è: “Dubitate sempre: andate a vedere se è vero quello che vi insegnano”. E i tuoi ti contestano?
«Vengo contestato sempre! È importante che si sentano liberi di esprimere i loro giudizi. Su molte questioni tengo il riserbo, come sulla politica, e anche sulla religione, non voglio influenzarli, anche se cominciano a intuire da che parte sto! Eppure dicono lo stesso quello che pensano. Questo è un grande traguardo!».

Cosa chiedono i bambini?
«A noi chiedono di essere lasciati un po’ più liberi di sbagliare. Viene dato poco spazio di manovra e di autonomia. Come se avessimo poca fiducia in loro. E lo facciamo anche quando chiediamo di portare un bicchiere pieno d'acqua, stiamo lì e controlliamo che non caschi. Paradossalmente questa attenzione gli farò cadere il bicchiere. Se li lasciamo liberi sbaglieranno meno!».

Si parla tanto di riforme: come è l'ultima?
«La riforma, che aveva delle buone intenzioni, ha sbagliato i modi. Il corpo insegnante non è selezionato e non è formato nel modo più adeguato. Io, per esempio, per diventare insegnante ho frequentato la SSIS (Scuola di specializzazione all’insegnamento secondario - ndr) che per la maggior parte è stata una perdita di tempo. Invece io credo che sarebbe più utile fare un tirocinio pratico a scuola prima di cominciare a insegnare. Poi, altra cosa, l'incentivo economico non rende migliori gli insegnanti. Quelli negativi rimangono tali anche se li paghi di più, perché non hanno la testa da insegnanti, ma da impiegati! A loro, pertanto, non interessa prendere 50 euro in più al mese. Invece potrebbe essere interessante mandare un insegnante ad osservare un altro insegnante: quello osservato lavora meglio e chi osserva potrebbe imparare un metodo diverso. E poi, comunque, è ovvio che ci vuole una selezione all’ingresso. Non è un lavoro per tutti!».

Cellulari in classe sì o no?
«Credo che nel giro di 10 anni il cellulare sarà usato nelle classi. Io credo che ha un sacco di potenzialità che vanno sfruttate. Non possiamo pensare di scongiurare i pericoli che derivano dai cellulari vietandoli. Liberandone l’uso, possiamo sicuramente attuare una forma di educazione. Per esempio lo vedo con il computer: sanno alcune cose, ma non lo sanno usare davvero e vanno educati. Questo è il nostro compito».

Quali sono gli ingredienti per essere un buon insegnante?
«L'amore, rivolto verso i ragazzi e verso la materia che stai insegnando. Se non ti viene l’occhio lucido quando leggi l’Infinito non va bene… Amore verso gli studenti e i ragazzi!».

E a te quando viene l'occhio lucido?
«Io insegno italiano, storia e geografia: mi commuovo quando spiego grammatica e quando spiego soprattutto il lessico, quando studiamo parole nuove e spiego il giro che hanno fatto per arrivare fino a noi! A me vengono gli occhi lucidi e loro mi guardano stupiti!».

Poi che altro ci vuole?
«Pazienza illimitata, sovrumana, empatia, voglia di imparare costantemente! Non pensiate che si prende la laurea, si comincia a insegnare e finisce lì: devi studiare tutti i giorni! Poi, se insegni alle elementari e alle medie, hai bisogno anche di fiato e forza fisica, perché oggettivamente è un lavoro fisico, quando ci sono le risse… Ma anche stare in classe ormai richiede forza fisica: non è più possibile fare la lezione frontale…».

Tu stai davanti alla cattedra?
«Le mie lezioni sono davanti alla cattedra, sopra, tra i banchi, quando fa caldo, fuori dalla classe…».

Che rapporto hai con i genitori?
«Ho un buonissimo rapporto tranne in alcuni casi. Io sono in Friuli in un comune in cui c’è una bella presenza di seguaci della Lega Nord. La buona scuola mette fra le competenze chiave insegnare l’inclusione il rispetto delle differenze. E noi lo facciamo, come se l'inclusione fosse l’accento sulla “e” del verbo essere. Ma a volte, i ragazzi, dopo essere stati a casa, si dimenticano di mettere l'accento sulla “e”… un po' anche per colpa del clima che si respira in città. E noi, allora, ricominciamo! Di solito, dunque, il rapporto è buono tranne quando parlo di queste cose, perché passo per il professore di sinistra!».

 



“EPPURE CADIAMO FELICI”

Enrico Galiano è nato a Pordenone nel 1977. Insegnante in una scuola di periferia, ha creato, sulla piattaforma Scuola Zoo, la webserie “Cose da prof”, che ha superato i dieci milioni di visualizzazioni su facebook. Ha dato il via al movimento dei #poeteppisti, flashmob di studenti che imbrattano le città di poesie. Nel 2015 è stato inserito nella lista dei 100 migliori insegnanti d’Italia dal sito Masterprof.it. Il segreto di un buon insegnante per lui è: “Non ti ascoltano, se tu per primo non li ascolti”. Ogni tanto prende la sua bicicletta e se ne va in giro per l’Europa con uno zaino, una penna e tanta voglia di stupore. “Eppure cadiamo felici” (Garzanti) è il suo primo romanzo, in libreria dal 18 aprile.


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