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Smartphone e bambini: sì, ma con equilibrio

L’utilizzo non va ‘demonizzato’, ma a tutto c’è un limite, soprattutto per i bambini

Mar 28 Mar 2017 | di Francesco Macaro | Bambini
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Smartphone, tablet e console di gioco: ormai una consuetudine nelle case di tutti gli italiani. Potrebbe non sorprendere, dunque, che in un’epoca in cui la tecnologia la fa da padrona, l’età del primo utilizzo di questi strumenti digitali si stia abbassando drasticamente, in contemporanea con l’incremento nel numero di bambini che li usano. 
Almeno a guardare i risultati di uno studio, condotto qualche tempo fa su 370 genitori con figli tra i sei mesi e i quattro anni e riportato da Time: secondo i dati, il 36% dei bambini al di sotto di un anno ha già avuto a che fare con uno smartphone.  Di questi, il 15% ha utilizzato un’app, il 24% ha fatto, più o meno di proposito, una telefonata e il 52% ha seguito un programma TV sul suo schermo. Numeri che aumentano con l’età dei piccoli, perché i genitori sempre più spesso ‘affidano’ agli apparecchi il compito di ‘intrattenere’ i loro figli o anche di addormentarli, mentre attendono alle faccende quotidiane.
«Distinguerei due piani: quello dell’acquisizione di esperienze e capacità da parte del bambino nell’uso di strumenti che nella nostra infanzia erano ignoti e quello del farsi schiavi di tali apparecchi, sottraendo ai nostri figli tempo prezioso per le altre attività sociali all’aperto», ci dice il dottor Alberto Tozzi, Responsabile dell’Unità di Medicina Digitale e Telemedicina presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù ed esperto di tecnologie digitali applicate alla salute e di innovazione in pediatria. 

L’ESPERIMENTO IN ETIOPIA
«Uno dei padri di Internet, Nicholas Negroponte – spiega Tozzi –, in un esperimento ha letteralmente ‘paracadutato’ alcune centinaia di tablet su un villaggio isolato dell’Etiopia, in un’area priva di corrente elettrica, scuole o altro. Nel giro di cinque giorni, ha scoperto che i bambini del villaggio erano capaci di far funzionare alcune app, senza istruzioni o nessuno che gliel’avesse insegnato e, poco dopo, di creare gruppi per aiutarsi a capire come usarli. È un segnale importante: non bisogna esagerare con la ‘demonizzazione’ di questi strumenti». 

Questi apparecchi aiutano, quindi, lo sviluppo cerebrale dei minori?
«Molti associano al fatto di giocare molto e di diventare ‘abili’ in queste attività il segnale di una crescita dell’intelligenza. Non funziona così: come in palestra, se ci si allena si diventa più bravi. Anche i piloti di aerei si allenano su ‘app’ per rispondere in tempi rapidi a stimoli particolari. Ma questo non ha nulla a che vedere con lo sviluppo dell’intelligenza o dell’elasticità mentale». 

La generazione pre-digitale giocava con i Lego, le macchinine, le bambole. Che cosa cambia con questo nuovo tipo di modalità ludica?
«Giochi creativi come i Lego, che usavamo noi, erano ‘rivoluzionari’ a quei tempi, perché nell’utilizzarli non c’era nessuna istruzione, bisognava inventare. E questo impatta in modo significativo con la capacità di ‘risolvere problemi’. Ma, ad esempio, nell’imparare a scrivere linee di codice di un programma, anche i più piccoli sono tenuti a rispettare dei vincoli logici molto forti: se il programma scritto non li rispetta, non funziona. Con i computer non c’è via d’uscita. Tutto questo potrebbe avere una certa ricaduta positiva anche su altre esperienze del bambino».

Qualche elemento critico nell’uso di questi strumenti, però, c’è…
«Innanzitutto nell’aspettativa dei genitori di oggi, molto ansiosi. Vedo spesso ragazzi che vengono letteralmente ‘controllati’ a distanza attraverso il telefonino e non sono più capaci di risolvere problemi: basta chiamare mamma o papà... Il ‘guinzaglio elettronico’ è un po’ pericoloso, perché limita la capacità di sviluppare l’indipendenza del bambino».

In generale, ci sono rischi nell’uso di questi apparecchi da parte dei minori?
«Quando si ha a che fare con strumenti come smartphone, ma anche computer o console, si apre una porta verso l’esterno. E i malintenzionati, anche in rete, non mancano. Non è sempre facile mettere in guardia i minori sui rischi che possono correre su Internet. In questo, è compito del genitore esercitare un controllo serio, per evitare sorprese: magari una foto o informazioni private, per ingenuità, possono essere immesse nel flusso della rete, diventando strumenti di ritorsione».

C’è quindi una sorta di equilibrio da rispettare nell’utilizzo di queste apparecchiature…
«Ci sono limiti che non dovrebbero essere superati, altrimenti il tempo impiegato per l’uso di un gioco o di un social network viene sottratto alle altre attività: giocare, magari farlo all’aperto, stare con i propri coetanei, studiare, persino annoiarsi, perché chi si annoia poi crea meglio. Tutto questo richiede del tempo. È essenziale che, se si decide di affidare strumenti digitali ai bambini specie se piuttosto piccoli, ci siano regole molto precise».

Può suggerire regole specifiche alle famiglie?
«Le regole non le deve fare il pediatra, ma il genitore. Detto questo, nella vita del bambino dev’esserci spazio per fare tutto ciò che gli è utile: gli strumenti digitali sono solo una di tante componenti, perché la sua esistenza dev’essere varia».

Il rapporto tra uso di tablet/smartphone e obesità?
«Se nostro figlio trascorre troppo tempo in attività sedentarie, non ha modo di fare l’attività fisica. Tant’è che stiamo ragionando sul modo per favorire le attività motorie attraverso questi oggetti in pazienti con problemi di obesità. Lo strumento digitale potrebbe diventare utile, perché misura quanto un soggetto si muove e quindi potrebbe dire al ragazzo: oggi non hai fatto nulla, è arrivato il momento di alzarti dalla sedia e andare a fare un giro. Inoltre, se ben usato, è in grado di mettere in contatto il minore con i suoi pari, ad esempio per organizzare una passeggiata insieme. In questo momento, noi pediatri potremmo tentare di pensare meglio a come poter sfruttare questi apparecchi per trarne effetti positivi».

Un esempio?
«L’evento-gioco di ruolo digitale ‘Pokemon-go’: checchè se ne pensi, ha consentito di associare, nel mese in cui è esploso, un chiarissimo aumento dell’attività fisica nei bambini a livello planetario. Con i dovuti aggiustamenti, potrebbe essere una strada da percorrere per tentare di superare l’equivoco del ‘digitale tutto negativo’».
 



COME INTERVENIRE?

È importante mantenere l’equilibrio tra le diverse esperienze disponibili al proprio figlio: scuola, gioco, sport, incontro con i pari sono tutte attività necessarie per consentire al minore uno sviluppo armonico della propria personalità. In questo, non servono regole ‘preconfezionate’: sta al buon senso del genitore l’opportunità di favorire l’utilizzo appropriato delle nuove tecnologie, impedendo abusi o schiavitù.
 



L’ESPERTO

Il Dottor Alberto Tozzi è un pediatra epidemiologo. Laureato e specializzato a Napoli, si è successivamente trasferito a Roma dove ha lavorato all’Istituto Superiore di Sanità come ricercatore, occupandosi principalmente di vaccini e malattie infettive. Lavora all'Ospedale Bambino Gesù dal 2004 ed è attualmente Responsabile dell’Unità di Medicina Digitale e Telemedicina presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e coordinatore dell’Area di Ricerca di Malattie Multifattoriali e Malattie Complesse. Si occupa di tecnologie digitali applicate alla salute e di innovazione in pediatria.
 



A RISCHIO LE CAPACITA' RIFLESSIVE

La capacità dei bambini di essere attenti e ricettivi facendo più cose insieme è sorprendente: ascoltano musica, fanno i compiti, guardano la tv, chattano sui social network. Secondo il dottor Federico Vigevano, Responsabile dell'Unità Operativa di Neurologia dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, questa sovrastimolazione non è del tutto negativa: «Molti stimoli fanno anche bene. Il cervello, se costantemente stimolato, fa sì che si sviluppino capacità mentali che noi adulti, in passato, non abbiamo sviluppato se non solo parzialmente e in tempi diversi».
Eppure, questa sovrapposizione d’informazioni e, soprattutto, emozioni, può portare a creare nella mente dei nostri figli un po’ di confusione, con la fatica di elaborare e riordinare, a livello psicologico e cognitivo, una grande quantità di dati. Un cervello sovrastimolato può sviluppare un deficit di attenzione, con difficoltà nel concentrarsi, specie nello studio delle materie scolastiche. Un utilizzo eccessivo degli apparecchi elettronici può ridurre le capacità riflessive e creative di un bambino e indurlo ad isolarsi, ad evitare il confronto con gli altri, ostacolando una corretta socializzazione.

 


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