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Aree protette… solo sulla carta

Tutelare i tesori naturali conviene: dove si applicano le leggi UE si guadagna

Gio 27 Apr 2017 | di Clemente Pistilli | Ambiente
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Dovrebbero essere le aree naturali più protette al mondo. Non si contano quasi le leggi che le tutelano. I finanziamenti, anche se ne occorrerebbero sempre di più, non mancano e c’è un mezzo esercito impegnato nei controlli. Tra inadempienze varie e la solita pastoia burocratica, finisce però che le aree naturali d’Europa sono realmente protette solo sulla carta. E mentre interi patrimoni verdi di inestimabile valore rischiano di scomparire, un’occasione è già stata persa: quella di trasformare parchi e oasi in un potente volano per l’economia. Non a caso il WWF, la più grande organizzazione ambientalista a livello mondiale, ha denominato il recente rapporto sul tema “Prevenire parchi di carta: come far funzionare le leggi sulla natura europee”.
 
DECENNI DI CHIACCHIERE
Per la Commissione europea, l’esecutivo dell’UE, le cosiddette Direttive Uccelli e Habitat rappresentano il quadro normativo sulla conservazione più rigoroso del Vecchio Continente. Richiedono agli Stati membri di designare una serie di siti ritenuti fondamentali per la protezione delle specie e degli habitat di particolare importanza, che insieme vanno a costituire la Rete Natura 2000. Direttive dunque che impongono ai diversi Paesi l’adozione di misure di protezione e di sistemi di monitoraggio finalizzati a garantire appunto l’integrità degli habitat o tutele rigorose per proteggere le specie di uccelli selvatici europei e altre a rischio. L’analisi compiuta dagli esperti, a partire da quella del WWF, mostra però che solo il 30% delle aree di protezione istituite ai sensi della Direttiva Uccelli e il 41% ai sensi della Direttiva Habitat disponevano di un piano di gestione (dati 2012).
Di più: solo il 23% delle specie animali e vegetali e il 16% degli habitat protetti sono risultati in buono stato di conservazione. 
Eppure di tempo ne è passato dall'approvazione di quelle regole,  risalenti rispettivamente al 1979 e al 1992. Una realtà che pone dunque l’UE ben lontana dall’obiettivo che si era data di arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2020. 
Per il WWF fondamentale diventa così aumentare il numero delle aree marine protette, adottare misure e piani efficaci per tutti i siti naturali comunitari, effettuare maggiori investimenti e migliorare il monitoraggio e l’applicazione degli obblighi di legge. Fondamentale per la natura e pure per l’economia.

GIOIELLI A RISCHIO ABBANDONATI
Gli esempi del resto non mancano. Tra i “gioielli” a rischio indicati dall’organizzazione ambientalista ci sono quelli di Doñana, in Spagna, area umida dell’Andalusia dove sono presenti anche il lupo iberico e la lince pardina, minacciata da un piano di dragaggio del fiume Guadalquivir; l’antica foresta polacca di Bialowieza, al confine con la Bielorussia, dove ancora pascola il bisonte europeo e dove il Governo ha approvato un piano che triplica il taglio degli alberi, i fiumi delle montagne di Tarcu, in Romania, minacciati dallo sviluppo del settore idroelettrico, le spiagge della Grecia, dove sono affatto tutelati i nidi delle tartarughe caretta caretta. 
Ed ancora: i fiumi bulgari, messi a rischio sempre dagli impianti idroelettrici, il dogger bank, banco di sabbia sottomarino nel Mare del Nord, danneggiato da metodi di pesca distruttivi, e il parco nazionale ungherese del Pirin, regno dell’orso bruno, dove si sta approntando un piano per la decuplicazione dei bacini sciistici. 

GLI ESEMPI POSITIVI
Dove invece le aree naturali sono state ben tutelate, a trarne vantaggio sono stati in primis i cittadini. Il WWF sottolinea così che nell’area alpina del Tiroler Lechtal, in Austria, il turismo è decollato e agli agricoltori sono arrivati fondi per conservare il paesaggio. Stessa situazione nella riserva naturale di Askö-Tidö in Svezia, nel lago di Saimaa, in Finlandia, dove vive la rarissima foca degli anelli, nelle zone umide di Schaalsee, in Germania, a Torre Guaceto, nell’alto Salento. 
In quest'area della Puglia a beneficiare della concreta protezione ambientale sono stati soprattutto i pescatori. 
Infine, ottimi risultati a favore della natura anche nelle zone paludose della Polonia, dove sono stati recuperati gli habitat necessari al pagliarolo, il più raro uccello canoro d’Europa. La natura, dunque, non più come freno, ma come vero motore dello sviluppo. Purché la si voglia tutelare realmente.

 


Natura: rendite del 5.000%

 
Una recente ricerca della Commissione europea ha stimato che per gestire in maniera efficace la Rete Natura 2000, dunque le zone di protezione individuate ai sensi delle Direttive Habitat e Uccelli, occorrerebbero almeno 5,8 miliardi di euro ogni anno, ma che allo stesso tempo tale investimento porterebbe un ritorno economico pari a 200-300 miliardi di euro. Un rendimento pazzesco: tra il 3.348 e il 5.072%. 


 



Mare: così cresce 5 volte il guadagno 

 
Il caso di Torre Guaceto, nell’alto Salento, è uno degli esempi portati dal WWF per dimostrare che proteggere la natura migliora anche l’economia. Un’area protetta della Puglia, nei pressi di Brindisi, di cui l’associazione ambientalista si sta interessando dal 1970, grazie alle sollecitazioni della marchesa Luisa Romanazzi Carduzzi, e dove vivono specie come il gatto selvatico, il daino e il cinghiale. Severe misure di gestione di tale bene hanno favorito la conservazione degli habitat, la ripresa delle praterie di posidonia nel mare e l’incremento delle popolazioni di specie ittiche. I pescatori artigianali, nei giorni migliori, arrivano così a guadagnare 4-5 volte di più di quanto guadagnerebbero pescando fuori dall’area protetta. Risultati resi possibili da una cogestione del patrimonio ambientale, tra organismo di gestione, associazioni e scienziati, che concordano le diverse azioni per proteggere la biodiversità marina, avvantaggiando allo stesso tempo l’economia locale.

 


Il vero ‘petrolio’ italiano

 
Le aree marine protette in Italia attualmente sono 30 e non tutte godono di ottima salute. Nel Lazio, ad esempio, oltre alle secche di Tor Paterno a sud di Roma, tra Torvaianica e Ostia, c’è l’area protetta delle isole di Ventotene e Santo Stefano. Qui la Capitaneria di porto l’estate scorsa ha sequestrato il depuratore isolano, perché quanto finiva in quel mare paradiso dei sub era tutto meno che depurato. Tra Liguria, Toscana, Corsica e Sardegna è stato istituito il cosiddetto santuario dei cetacei, dove è possibile avvistare delfini, capodogli, balenottere e anche qualche orca, animali che purtroppo spesso finiscono però spiaggiati, vittime soprattutto di sistemi di pesca proibiti. Sempre in Liguria si trovano poi le aree protette delle Cinque Terre, di Portofino e dell’isola di Bergeggi. In Sardegna si trovano invece le aree marine protette di Capo Carbonara, dove si possono incontrare anche banchi di barracuda, quelle della penisola del Sinis, di Tavolara, che ospita anche diverse specie di testuggini, di Capo Caccia e dell’isola dell’Asinara, dove è di casa ormai anche il tropicale pesce balestra.
 
 



I NOSTRI PARCHI PIU' ANTICHI

 
Le difficoltà evidenziate dal WWF nella tutela delle aree naturali europee sono evidenti gettando uno sguardo agli stessi parchi nazionali più antichi d’Italia, dal Gran Paradiso al Circeo. In Valle d’Aosta sono diventate un problema le stesse pecore, lasciate pascolare senza regole, che mangiano così le erbe più tenere e lasciano in ampie aree solo erbe amare e infestanti, distruggendo l’ecosistema. Nel Parco nazionale dello Stelvio, tra Lombardia e Trentino Alto Adige, alle difficoltà di gestione si aggiunge la piagadel bracconaggio, e in quello d’Abruzzo la convivenza con gli orsi è sempre più difficile, senza contare che il disturbo arrecato dai visitatori a tali animali ha portato l’ente gestore anche a imporre il numero chiuso in diverse aree. Per quanto riguarda infine il Parco Nazionale del Circeo, nel Lazio, si discute da anni dei problemi di conservazione della duna, dell’erosione, dei rifiuti abbandonati nella foresta, da qualche mese attaccata anche da un insetto asiatico. Lo stato dell’isola di Zannone, inoltre, dall’estate scorsa è al centro di feroci polemiche tra il sindaco di Ponza e i vertici dell’Ente Parco, mentre sull’isola i mufloni muoiono come mosche.

 

 


Le specie nostrane a rischio


Nonostante che alle stringenti norme europee si aggiungano le tante leggi italiane a difesa dell’ambiente, le specie considerate a rischio nella nostra penisola sono numerose. Secondo l’Iucn, l’Unione internazionale per la conservazione della natura, sono ben 73. Molti sono gli uccelli acquatici considerati in pericolo, dalla coturnice di Sicilia (foto) all’alzavola, dal moriglione alla moretta tabaccata, fino al tarabuso. Allarme rosso poi per la tartaruga caretta caretta (foto) e per il delfino, per cui di recente si è parlato anche di qualche malattia ancora da decifrare bene, che sarebbe la causa dei troppi decessi di tali animali spiaggiati. Restando sempre sulle tartarughe, sono considerate in pericolo la testuggine palustre europea e la testuggine palustre siciliana. A rischio pure i capodogli, negli ultimi anni avvistati tra l’arcipelago campano e Ventotene (Lazio), e la lontra, che un tempo popolava anche l’oasi di Ninfa, in provincia di Latina. A rischiare di scomparire infine alcuni pesci d’acqua dolce, dal temolo, che vive nei fiumi del Nord Italia, al carpione del Garda.

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