acquaesapone Ambiente
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Rifiuti? La nuova frontiera economica per le industrie ‘green’

Le emissioni che producono il riscaldamento globale sono frutto di una visione industriale vecchia. Eppure si potrebbe invertire la rotta. Anche in Italia

Mer 26 Apr 2017 | di Francesco Macŕro | Ambiente
Foto di 5

Il 2016 è stato l’anno più caldo della Storia. Almeno da fine ‘800, quando l’uomo ha iniziato a fare analisi sul clima. Per spiegare la crescita delle temperature medie, che più o meno tutti abbiamo avvertito, alcuni hanno parlato dell’attivazione, dagli anni ’90, del cosiddetto Niño, la corrente ciclonica situata in corrispondenza delle coste pacifiche del Sud America, talmente grande da condizionare il clima dell’intero pianeta. Le novità meteorologiche hanno avviato, di fatto, una nuova fase del clima mondiale. «L’atmosfera, negli ultimi 20-30 anni, è stata molto meno stabile rispetto a quanto ci si aspetta da un clima temperato. Ciò ha dato origine a fenomeni eccezionali, come piogge molto intense e concentrate in pochissimi giorni, o a nevicate epocali, come quelle dell’inverno appena passato. Oppure a periodi molto lunghi di caldo. Tutti gli eventi climatici si sono radicalizzati». 
A spiegarci che legame c’è tra i cambiamenti climatici e l’inquinamento globale e quali potrebbero essere le opzioni per scongiurare guai peggiori è l’ingegnere Luisa Di Paola, ricercatrice ed esperta di biotecnologie avanzate in campo ambientale ed energetico presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.
 
Da che cosa hanno origine questi fenomeni ‘estremi’?
«Dall’accumulo di gas serra. Non parliamo solo dell’anidride carbonica frutto di attività umane, come i processi di combustione per produrre energia termica nelle industrie, nelle case o nelle automobili; c’entra anche la quantità di metano sprigionata in attività agro-alimentari e di allevamento. In teoria, persino pubblicare un libro ha un impatto sulla produzione di anidride carbonica…». 
 
Tutto inquina…
«Certo. L’impatto maggiore, però, non è dato dalle attività svolte per creare calore, quanto da quelle per produrre il freddo. Pensiamo ai condizionatori d’estate». 
 
In che senso?
«I processi necessari per far scendere la temperatura di una certa quantità d’acqua di un grado richiedono una ‘spesa’ di energia tre volte maggiore rispetto a quella che serve per far salire di un grado la temperatura della stessa quantità d’acqua».
 
È tutta colpa dell’anidride carbonica? 
«Attenzione: l’inquinamento che percepiamo non è legato ad essa, perché in atmosfera ne aspiriamo quantità non dannose per la nostra salute, né, respirandola, avvertiamo un cattivo odore. Ciò che percepiamo sono polveri sottili e idrocarburi incombusti. Questi sì che inquinano l’ambiente e sono pericolosi per la salute».
 
Di che cosa si tratta?
«Degli ‘scarti’ di attività dei motori a combustione interna, in particolare i diesel. Non vengono prodotti, invece, nei motori a gas, gpl e metano».
 
Quali potrebbero essere le alternative valide per cambiare le cose?
«Sono già disponibili: ad esempio, le fonti di produzione di energia dalle biomasse. Pensiamo al fuoco della legna di un albero in un caminetto: è una produzione pulita, perché l’anidride carbonica che si sprigiona dal tronco è esattamente pari a quella rimasta intrappolata nella pianta nel corso dei suoi 20, 30 o anche 50 anni di vita per consentirle di crescere. Il bilancio totale delle emissioni, quindi, è pari a zero».
 
È così anche per il petrolio?
«In questo caso, gli effetti non sono paragonabili. Perché, pur derivando da elementi analoghi all’albero da legna, l’anidride carbonica che liberiamo bruciando la benzina o simili è rimasta intrappolata dentro queste fonti fossili centinaia di milioni di anni fa. Il bilancio, in questo caso, si potrà chiudere solo tra milioni di anni; nel breve periodo, quindi, le emissioni prodotte aumentano enormemente la quantità di anidride carbonica in atmosfera, risultando inquinanti».
 
Quali rischi corre la nostra salute?
«Bisogna distinguere tra forme inquinanti dannose per la salute umana e quelle rischiose per la salute del pianeta. L’anidride carbonica appartiene, sostanzialmente, al secondo gruppo. Ben diverso è l’effetto delle benzine e degli altri idrocarburi incombusti, che ogni giorno bruciano in tutti i motori: resi volatili, si diffondono nell’aria col fumo di combustione, mettendo a rischio i nostri polmoni». 
 
Come agiscono queste polveri?
«Ci uccidono poco alla volta. Per questo sono in aumento le malattie allergiche in persone particolarmente esposte a questi inquinanti. Che possono provocare infezioni polmonari, insufficienza respiratoria, perfino il cancro». 
 
Quindi l’anidride carbonica c’entra solo per l’effetto serra…
«È così. Ha effetti sul cambiamento climatico».
 
Eppure, il nostro mondo è sempre più inquinato. Aumentano le macchine, crescono le industrie, i climatizzatori sono sempre di più. Bastano le domeniche ecologiche?
«Sono palliativi che non affrontano il problema alla radice».
 
Quali potrebbero essere le soluzioni?
«La produzione di energia ‘verde’ dagli scarti di lavorazione. Un cambio di paradigma che dovremmo abbracciare. Iniziando finalmente a muoverci nell’ottica ‘rifiuti-zero’, convertendoli per quanto possibile in energia. Questo non solo aiuta sul fronte della riduzione di emissioni inquinanti, ma consente di produrre energia da ciò che era considerato uno scarto. Un’opportunità unica per l’Italia, che ha una grande quantità di scarti legati all’attività produttiva». 
 
Qualche esempio?
«Il risultato delle potature del verde pubblico potrebbe essere convertito in energia elettrica in apposite mini-centrali attive in ogni quartiere. L’energia ottenuta verrebbe redistribuita ai cittadini in filiera corta, con basse quantità di elettricità disperse nel trasferimento energetico».
 
Eppure, le centrali a biogas sono al centro di molte polemiche…
«È la logica che negli Usa chiamano ‘nimby’, not in my backyard (non nel mio cortile - ndr). C’è innanzitutto un problema culturale, perché questi sistemi sono ancora poco conosciuti e quindi vengono rigettati come pericolosi». 
 
Sono esenti da rischi?
«Tutti i sistemi che hanno a che fare con i combustibili gassosi non sono esenti da rischi. Ma non ne hanno di più rispetto al distributore di benzina o GPL vicino a casa. La differenza è che la stazione di benzina è culturalmente accettata, questi impianti no. Anzi, le centrali a biogas lavorano di solito a bassa pressione: c’è molto più rischio nei serbatoi di gas dei distributori, perché la densità del combustibile è molto maggiore».
 
E i cattivi odori?
«Queste strutture sono dotate di un fermentatore di biogas che emette olezzi nauseabondi. Ma i costruttori attenti possono ovviare al problema mediante dei filtri a carbone attivo. Un dato va tenuto presente: a parità di residuo bruciato, questi impianti inquinano meno di un camino. Perché quest’ultimo scarica direttamente in atmosfera, mentre l’impianto deve trattare i fumi che escono rimuovendone le polveri»
 
Esistono in Italia impianti di questo tipo?
«Per il momento, parliamo di sistemi diffusi soprattutto al Nord, ad esempio per la produzione di biogas dagli sfiati delle discariche». 
 
Come mai?
«La componente accademica e quella imprenditoriale devono iniziare a informare la popolazione. Non si può e non si deve imporre un sistema senza aver prima portato a termine un’attività d’informazione ed educazione sociale. I cittadini devono sapere che questi sistemi sono ‘puliti’ e producono energia che può essere utilizzata. Esistono aziende che utilizzano queste tecnologie consumando meno energia di quanta ne producono, per cui il recupero energetico produce una redditività in più: la parte che non sfruttano per l’autoconsumo la rivendono al Gestore dei Servizi Energetici nazionale, che paga. E gli incentivi statali, in Italia, valutano l’energia prodotta più di quanto facciano pagare quella assorbita dalla rete».
 
Nel mondo ci sono esempi virtuosi?
«Uno su tutti: la Norvegia. Uno dei maggiori produttori di petrolio off-shore. Che, nonostante questo, recupera tutti i rifiuti, tra riciclo e produzione di energia. Tanto che da quest’anno acquistano rifiuti differenziati dagli Stati circostanti, per tenere attivi tutti gli impianti. I rifiuti, per questo Paese, sono diventati una carta vincente per il loro futuro, al punto da farne un asset di guadagno».
 
Da noi?
«A livello socio-politico, l’Italia non è ancora a quei livelli. Sul fronte dell’avanzamento tecnologico e delle competenze, invece, siamo all’avanguardia. Perciò, credo che questo settore dovrebbe diventare strategico per il nostro Paese. Un ambito su cui investire per la ripresa economica. Le aziende del ‘green’ sono le uniche che hanno visto crescere costantemente il loro fatturato e il numero di impiegati, nonostante la crisi generale…».
 
E le automobili?
«I costruttori si sono già in parte adeguati. Penso ai modelli ibridi, che recuperano energia elettrica dal funzionamento del motore, efficienti e che riducono i consumi; ai motori a biodiesel, un’altra forma di biocombustibile che si ottiene da scarti oleosi. Poi c’è la diffusione delle auto elettriche».
 
Secondo alcuni, però, s’inquina di più per procurare energia elettrica che non con le auto tradizionali…
«No. È molto più semplice adeguare un sistema di produzione di energia da fonti pulite che non ottenere motori in grado di usare fonti pulite».
 
Per questo da noi le auto elettriche sono ancora poche?
«C’è un grande problema di autonomia dei mezzi, ma anche di scarsità delle stazioni per le ricariche. Inoltre, sono ancora pochi i modelli che consentono di ricaricare da prese casalinghe».
 
Le case automobilistiche stanno investendo nel ‘green’?
«L’adeguamento delle auto non è molto costoso. Ciò che conta è l’investimento a livello nazionale ed europeo. E l’UE tiene in forte considerazione ciò che rientra nel recupero e nella valorizzazione dei rifiuti. Nel nuovo programma-quadro per la ricerca Horizon 2020, gran parte dei fondi sono diretti agli studi per la produzione di acqua per tutti e per ottenere energia verde dagli scarti. L’Europa, in questo, è un punto di riferimento».
 
Come valutare le scelte della Cina e del neo-presidente statunitense Trump sul fronte della produzione ‘pulita’?
«L’industria cinese e le idee di Trump sulla produzione industriale sono l’emblema di una visione vecchia. Quella per cui si pensava a limitare le normative sull’inquinamento pur di aumentare la produzione. Altre esperienze, compresa quella del nostro Paese, dimostrano che aziende con una maggior attenzione all’ambiente, nel medio-lungo termine ottengono risultati migliori. L’efficientamento energetico e il rispetto delle norme, alla lunga, pagano di più».
 
Quanto può diventare pericoloso per il pianeta un tipo di sviluppo industriale senza attenzione alla sostenibilità ambientale? 
«Se il ritmo di crescita industriale procede come ci si aspetta e, con esso, l’inquinamento globale, l’impatto critico sarà relativamente veloce. A quel punto, diventerà inevitabile imporre ‘dazi ambientali’. Per cui, accanto ai vincoli sul rispetto delle norme sociali o sindacali ci saranno dei ‘paletti’ ambientali. Tra qualche anno, le aziende ritenute più inquinanti dovranno pagare dazi importanti sui loro prodotti. Non so quanto sarà conveniente…».                                                                

 



LUISA DI PAOLA

L’ing. Luisa Di Paola è laureata in Ingegneria Chimica presso l’Università Roma “La Sapienza”, dove ha conseguito anche il Dottorato in Processi Chimici Industriali. è ricercatrice universitaria presso il Campus Biomedico dal 2008.  I suoi interessi di ricerca spaziano dalle biotecnologie avanzate in campo ambientale ed energetico, alla biochimica computazionale.
 

Condividi su:
Galleria Immagini