acquaesapone Mondo
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Life in ethiopian parish: il parroco etiope

La forte identità dell’Etiopia tra donne con il velo, odori insoliti e una parrocchia su un altopiano

Gio 27 Apr 2017 | di Testo e foto di Roberta Cappelli | Mondo
Foto di 11

Avevano detto che l'Etiopia era diversa...
La prima volta che ci arrivai, rimasi piuttosto disorientata: nulla di quello che mi circondava coincideva con l'immagine dell'Africa che i tanti viaggi e le lunghe permanenze nella Terra Madre mi avevano impresso sulla pelle e nell'anima.
Non erano tanto i luoghi, le strade o gli edifici, quelli li riconoscevo.
Ma la gente… mi parlava di un'altra Africa!

Le donne portano quasi tutte il velo, gli uomini hanno spesso sembianze medio orientali e anche gli odori che si respirano nell'aria sono insoliti. 

Ti può succedere di essere svegliata la mattina dalla voce del muezzin o di incrociare raffinate signore col burka, oppure di passare accanto a donne con un grande cappello di paglia dalla foggia sudamericana, intente a pulire senza sosta le strade. 
Nonostante questi contrasti, si percepisce che hanno una forte identità gli Etiopi.
Sono gli unici in Africa ad aver mantenuto una lingua ufficiale, l'Amarico, parlata solo nel loro Paese; come sistema di scrittura non utilizzano un alfabeto, ma un alfasillabario costituito da 260 segni sillabici, divisi in sette ordini a seconda della coloritura vocalica; hanno un calendario che non coincide con il nostro: pare siano loro a contare gli anni dalla data esatta della nascita di Cristo, 7 anni 8 mesi e 10 giorni dopo quella comunemente presa a riferimento dal calendario gregoriano. Il capodanno è l'11 settembre, i mesi sono 13, di 30 giorni, salvo l'ultimo di 5 (o 6 se l'anno è bisestile). Oggi in Etiopia siamo nel 6° mese (Yecatìt) dell'anno 2009. Ma non chiedete che ora è: gli Etiopi cominciano a contare le ore da quando si fa giorno (circa le 6.00), quindi alle 7.00… si pranza!
L'Etiopia è un luogo che, se non ci sei mai stato, può sembrare solo uno dei tanti paesi africani. Poi vai lì, non da turista, e cominci a vivere la quotidianità dei suoi circa  94 milioni di abitanti e allora tante situazioni ti appaiono più chiare. 
Ufficialmente è denominata Repubblica federale democratica dell'Etiopia. Subito, però, ti accorgi che le limitazioni vanno oltre le tue aspettative. La comunicazione è un'arte difficile, si sa, ma in Etiopia raggiunge limiti insospettabili: fatta una piccola eccezione per Addis Abeba, mi sono interrogata a lungo sull'utilità di avere con me 2 smartphone ed un cellulare… La burocrazia per avere il permesso di comprare una scheda telefonica locale non è seconda neppure a certe pratiche italiane: devi fare una richiesta scritta con tanto di foto tessera che… no, una portata dall'Italia non va bene, che se hai i capelli lunghi, devi avere rigorosamente le orecchie scoperte, e così il passaggio dal fotografo locale è obbligato, salvo ritirare i tuoi imbarazzanti ritratti il pomeriggo del giorno dopo! Per una sim che ti permetta il collegamento ad Internet è ancora più difficile e qui i giorni di attesa per ottenerla passano a due. Salvo chiederti poi, uscita dalla città, cosa farci, visto che la linea telefonica è per lo più assente quasi ovunque e le speranze di collegarti al web sono ridotte davvero al lumicino: gran parte della popolazione rurale non sa nemmeno che internet esiste. Tanto più che è in vigore una legge per la quale, ad esempio, se trovati a telefonare tramite Skype, si rischiano fino a 15 anni di reclusione… L'informazione segue la stessa linea: un unico canale televisivo, opportunamente filtrato, così che arrivino meno notizie possibili dal mondo. Anche con l'elettricità non si scherza: non è mai garantita e le sere passate a lume di candela sono quasi la norma, un evento quotidiano a cui si è abituati, come al sole che sorge la mattina.
 
NEL CUORE
Ma poi abbandoni la città e ti inoltri nella parte vera dell'Etiopia, incontri villaggi, oltrepassi fiumi, attraversi vallate imponenti, dove la vegetazione sembra sovrapporsi alla tua anima o entrarci dentro con una potenza sconosciuta. Ti perdi nelle sconfinate foreste, dove la sera il buio ti avvolge e senti soltanto il rumore della vita allo stato puro. Tutto sembra immenso e pare ricordare a chi osi guardare che qui, proprio qui, è iniziato tutto! 
Viene da scoprirsi il capo ed inginocchiarsi. In silenzio. Nei piccoli villaggi disseminati tra le montagne la vita scorre come ha sempre fatto da secoli, forse da millenni. La semplicità è quella tipica di tanti paesi africani. Questa gente sembra però più silenziosa, più ordinata, meno incline alla confusione. Forse  perché l'Occidente evoluto non è riuscito ad infiltrarsi tra questi popoli di pastori ricchi di storia, dal passato affascinante e dall'aspetto regale, come si conviene a chi per primo si insedia in un pianeta.
 
OGNUNO E' UNA STORIA
Di storie, in Etiopia, ce ne sono tante. Ogni persona che incontri ha una storia. O è la storia.
II fascino di vivere un Paese, mescolandoti con la gente e tagliando ogni distanza, condividendo la quotidianità senza aspettarti nulla di diverso o di esotico, è quello di ritrovarti ad essere in breve tempo una di loro, di entrare nel loro mondo, di immergerti nel fluire ordinario del loro tempo e di sorprenderti a vivere momenti molto intimi, familiari ed intensi.
 
LA PARROCCHIA, PORTO SICURO
La Parrocchia di Galcha, nel Sud del Paese, sulla strada che porta verso il confine con il Kenya, è un porto sicuro in mezzo ad una vegetazione che si stende  rigogliosa su un altopiano a 2500 metri sul livello del mare. Father Tiberius non è nato in Etiopia, viene dall'Uganda; ma è in Etiopia che vive e compie il suo servizio da 25 anni. è una persona affabile e ospitale, sempre di buon umore e sorridente, abituato ad affrontare le difficoltà che quotidianamente incontra sul suo cammino e su quello dei suoi parrocchiani. La vita non è facile per un parroco in Etiopia. I cristiani sono solo una minoranza della popolazione, ma la presenza di sacerdoti è molto esigua rispetto al numero di fedeli. Questo comporta che una parrocchia si sviluppi su superfici oltremodo estese, in un raggio anche di 40 kilometri, e che le piccole chiesette di fango (out-stations), dove si riunisce la gente di ogni singola zona, arrivino ad essere addirittura 60 o 70. Insomma, c'è un bel da fare. Ma questa è la missione che Fr. Tiberius ha abbracciato e che porta avanti con profondo amore e rispetto per le anime che gli sono state affidate! La sera, poi, parcheggiato il grosso fuoristrada con cui si inerpica su terreni fangosi e montagne dal fondo disastrato, che sia alla luce delle lampade o al chiarore delle candele, ci si ritrova intorno ad un tavolo, con la scusa della cena, a condividere esperienze, ricordi e tante storie, che sembrano improbabili, ma parlano di un popolo dalle origini antiche e dal presente silenzioso, ma deciso.
 
CINESI, TRA LEGGENDA E REALTÀ
La storia dei cinesi, di come stiano conquistando il mondo e di alcune loro peculiari abitudini nasce una sera davanti alla tv, complice la notizia di alcune nocive contraffazioni alimentari. Patrick, il nostro amico kenyota, ci mette in guardia raccontando che a Nairobi, appena i cinesi hanno cominciato a costruire la superstrada che collega la capitale a Mombasa, sulla costa, inspiegabilmente tutti i cani dei dintorni siano spariti. Ma il prete, dal canto suo, ci informa che anche in Etiopia i cinesi sono arrivati per realizzare la grande strada che collegherà nientemeno che Addis Abeba a Nairobi! Ora, gira la voce (difficile dire quanto ci sia di leggenda e quanto di realtà!) che un giorno, in un villaggio dei dintorni, ad un uomo sia sparito il suo cane, al quale era molto affezionato, e che di questo fatto non riuscisse a darsi pace. Parlandone in giro, viene a sapere che i cinesi, stabilitisi con il loro quartier generale nella zona, trovano naturale catturare i cani per cibarsene. Il caso vuole, però, che questa regione sia abitata da una nutrita popolazione di iene, che si sono ritrovate insieme ai cani in alcune delle frequenti retate notturne. Pare che più di un ignaro cacciatore non ce l'abbia fatta. La carne di iena è velenosissima per l'uomo…
 
LA STORIA DEL CAFFÈ
La storia del caffè, invece, è più tipicamente locale. Siamo ad Yrga Chafe, nella zona di Sidamo, che dà il nome ad uno dei caffè più apprezzati al mondo. Qui la gente ci vive con il caffè, è qualcosa di connaturato nelle persone, quasi un prolungamento dei loro corpi. Se provi a chiedere che attività facciano per vivere, ti danno un'infinità di risposte, ma mai un accenno al prezioso oro nero. Poi scopri che ne coltivano qualche ettaro ciascuno e persino nel giardino di casa! E al tuo sguardo interrogativo sul perché del loro silenzio, ti rispondono: "Perché, il caffè è un lavoro?!?...". 
 
LA CAPRA EUFORICA
Tiberius ci racconta anche quest'altra storia, perché in Africa, si sa, c'è sempre una storia per tutto! Si dice che un giorno, nella regione di Kefa, confinante con Sidamo, un gruppo di capre, tornato dal pascolo, abbia vissuto una strana esperienza. Una di loro, anziché dormire, rimase sveglia tutta la notte, facendo un gran baccano, con un'euforia fuori dal normale e disturbando non solo le altre capre del gregge, ma anche il sonno dei vicini. Al mattino tutti si andavano interrogando sul perché quella capra avesse avuto quell'insolito comportamento. Ipotizzarono che, forse, potesse aver mangiato qualcosa di "indigesto"! Così decisero, nei giorni successivi, di seguire quel gregge, per capire la natura di quell'episodio alquanto bizzarro. Ed effettivamente scoprirono che quella capra andava a mangiare una pianta a loro sconosciuta, alla quale associarono subito il singolare effetto. La capra aveva scoperto il caffè! Per lungo tempo si credette che fossero le foglie a procurare quell'esuberanza, così all'inizio si utilizzò questa parte della pianta per farne una bevanda. Solo più tardi si capì che erano i frutti a dare quella sensazione di euforia e di iperattività, che provò la capra in quella famosa notte.
E così, tra una storia e l'altra, le serate tra amici di diversi Paesi passano in allegria. Le culture si fondono, le vedute si ampliano, le anime si arricchiscono e le notti passano serene, in attesa di un nuovo giorno nella parrocchia etiope, con i suoi ritmi cadenzati, talvolta lenti, altre volte frenetici, ma sempre traboccanti di quella vita che continuerà a scrivere la storia di un popolo semplice nella sua regalità.

Condividi su:
Galleria Immagini