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Come dirlo ai nostri figli?

Bubi, il nostro gatto, non c’è più e noi abbiamo scelto di dire la verità

Mer 26 Apr 2017 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli

Ok, questa è dura. La scrivo di getto, come viene, perciò non aspettatevi troppe sofisticherie. Bubi non c’è più. Abbiamo dovuto farlo sopprimere. Ma in fondo è solo un gatto con uno sciocco nome, no? è incredibile come possa essere diversa la sensibilità delle persone riguardo agli animali. Quando è scappato di casa, qualche anno fa, abbiamo tappezzato il quartiere di manifesti con la sua foto e poi abbiamo setacciato ogni angolo, ogni buca, ogni cespuglio di ogni giardino del quartiere. E abbiamo scoperto che gli animali tirano fuori il lato migliore degli essere umani. Forse è proprio per questo che tanta gente li ama. Certo, c’è anche chi è totalmente indifferente e lo capisco, non mi dà nemmeno particolarmente fastidio. L’empatia verso un essere così diverso da noi gioca secondo regole misteriose. E poi c’è la storia familiare, l’abitudine. Io per esempio ho avuti gatti in giro per casa sin da quando ero bambina, per me sono una presenza amica, anzi di più, amorevole. Se non ci convivi per un bel po’ di tempo magari non sai quanto sia bello, tutto qui. Capivo meno, invece, le persone che facevano commenti cattivi: “Beh, sarà finito sotto una macchina…”. Ma che gusto c’è a dire una cosa così? Se non te ne frega nulla basta dire: “No mi spiace non l’ho visto il suo gatto” o anche “Scusi, ma non ho tempo da perdere”. Invece no, c’era qualcuno che ci teneva a rifilarti il suo veleno. Ma giuro, sono eccezioni. La maggior parte degli abitanti del quartiere era solidale, si informava, ci dava notizie, anche semplici sensazioni. E lo so che è solo un gatto, però è (era) un gatto membro della famiglia, a tutti gli effetti. Un esercito di gattare e gattari si è passata la foto di Bubi instancabilmente, ci ha consigliato, esortato a non scoraggiarci, ha cercato, ci ha fornito tante segnalazioni utili e anche qualcuna inutile, ma sempre con una partecipazione che ogni volta ci sorprendeva. All’epoca i nostri figli erano ancora piccoli, non si sono praticamente resi conto di nulla, anche se per noi era un dramma vero. Alla fine Bubi non era finito sotto una macchina, cara odiosa signora con il cane che hai voluto farci sapere che brutta persona che sei. Era solo in giro, a seguire i suoi istinti. Finché la nostalgia non l’ha riportato a casa. O forse solo la fame o tutt’è due. La mattina che ho aperto il portone e l’ho visto lì davanti, in attesa, francamente non mi sono chiesta perché. Era passato un mese, non ci potevo credere. Qualche volta i miracoli avvengono.
è passato qualche anno, Bubi ha trascorso serenamente a casa con noi il resto della sua vita e i miei figli hanno fatto in tempo ad abituarsi a lui, a conoscerlo, ad amarlo quanto me. Poi si è ammalato e abbiamo dovuto compiere una scelta dolorosa. Seguita da un’altra, altrettanto difficile: come dirlo ai nostri figli. Abbiamo seguito il consiglio più comune, forse il più saggio, di certo non il più facile: dir loro la verità. Certo, non sbattendogliela in faccia, ammorbidendola il più possibile. Riflettendoci, ci sono venuti in mente un milione di frasi fatte. Provate a cercarle sul web: “Ora è in cielo”, “Corre su un prato verde”, “Si è addormentato e non si sveglierà più” oppure “è partito per un viaggio”. La morte è una compagna con cui dobbiamo fare i conti, nasconderla ai bambini è inutile. Essere troppo diretti, tramutare un passaggio naturale e inevitabile in un incubo, sarebbe ingiusto e sbagliato. In mezzo c’è un filo da equilibrista. E noi mamme lo percorriamo ogni giorno con la costante paura di cadere.

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