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Felicity Huffman: Molto casalinga, poco disperata

I 50 sono i nuovi 30? Se così fosse Felicity Huffman ne sarebbe la testimonial perfetta

Mer 26 Apr 2017 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 8

Seduta su una delle poltrone barocche del salotto di Gabrielle Solis, la più diva delle “Desperate Housewives”: la prima immagine di Felicity Huffman risale a 10 anni fa, sul set della serie ambientata a Wisteria Lane. L’ho incontrata un paio di volte per un tour stampa a Los Angeles, negli studi televisivi dove girava il telefilm, e sembrava sovranamente indifferente al clamore che il fenomeno casalinghe  suscitava. D’altronde, bastavano la sfacciataggine di Nicolette Sheridan e il fascino felino di Teri Hatcher a catturare tutta l’attenzione. Lei no, stava al suo posto, senza sgomitare, con una pacatezza quasi regale. A un decennio di distanza eccola qui, sempre nel cuore della California, a raccontare “American Crime”, creato dal Premio Oscar John Ridley. E non sembra cambiata affatto. 

Cosa l’ha spinta a tornare alla TV dopo essere stata una casalinga disperata? 
«La formula unica di “American Crime”: ogni stagione racconta un episodio di grande impatto sociale, tocca un tema che come esseri umani ci tocca da vicino. Ma lo fa in modo diverso, il cast resta lo stesso, ma i personaggi cambiano. Ecco, costruire con i colleghi un rapporto di fiducia così profondo è una benedizione e permette di lavorare in un ambiente protetto pur cambiando pelle e interpretando qualcuno di diverso. E per farlo ho deciso anche di rivoluzionarmi nell’aspetto: nelle prime due stagioni sono passata da bionda a bruna, perché volevo che il pubblico voltasse totalmente pagina».
 
Tutto merito di Lynette, il suo alter ego in “Desperate Housewives”: in cosa le somiglia?
«Entrambe siamo ambiziose e amiamo i nostri mariti, ma lei ha decisamente un maggior numero di figli, rispetto a me che di bambine ne ho due. E ovviamente è più autoritaria di quanto non lo sia io. La serie tv è stata un viaggio anche privato, perché in quel periodo ho scoperto la maternità assieme a lei».
 
In che tipo di famiglia è cresciuta?
«Siamo sette sorelle e un fratello e ho sempre saputo dividere gli spazi e le attenzioni…».

Fare la mamma anche sul set, “American Crime” incluso, non è poco gratificante piuttosto che, ad esempio, interpretare una spia?
«Per me è fantastico: elimina la pressione di essere sempre al top e richiede un trucco minimo!». 
 
Si è messa molto alla prova nel ruolo della trans gender in “Transamerica”. Cosa le ha regalato il film?
«Viviamo in una comunità globale e il modo migliore per stare al mondo è l’empatia. Sono onorata di aver interpretato questa donna e di aver dato voce ad una minoranza spesso emarginata. Come artista sento il bisogno di far sentire tutti rappresentati».
 
Ha una forma invidiabile. Il trucco c’è, ma non si vede?
«è tutto merito della mia truccatrice. E pensare che una donna mi ha incontrata in aeroporto in Francia e mi ha detto: “Ti trovo bene. Come mai in tv sembri più brutta e grassa?”».  
 
Si è mai sentita una casalinga disperata?
«In realtà all’inizio mi ero candidata per la parte di Bree (interpretata da Marcia Cross - ndr): avevo cercato di presentarmi ai provini al massimo della forma, curando ogni minimo dettaglio, ma mi sono portata dietro le mie figlie che nel frattempo litigavano e mi avevano riempito la testa di pastina e quant’altro. Appena mi hanno vista i produttori mi hanno detto: “Sei davvero un totale disastro! Lynette è perfetta per te!”». 
 
Si è mai sentita inadatta?
«Sono un essere umano e ho ricevuto molti rifiuti, qualche volta mi hanno anche licenziata, ma non perché mi fossi presentata ubriaca! Comunque ho imparato dalle sconfitte a lavorare ancora più sodo e a non lasciarmi prendere dalle invidie. Ecco perché mai mi sono sentita inferiore alle mie colleghe di set, semmai a volte ho pensato di non essere stata abbastanza brava in una certa scena. Ecco, in quel caso mi dicevo: “Ok, puoi fare di meglio”».
 
Cosa le piace fare nel tempo libero?
«Nella vita di tutti i giorni ho abitudini piuttosto normali: prendo le mie figlie a scuola, faccio jogging e mi dedico al giardinaggio». 
 
Nessuna occupazione intellettuale?
«La verità è che ho l’obiettivo di salvare il mondo, ma in realtà sono piuttosto noiosa. Certo, mi piace leggere prima di addormentarmi, ma non ricordo mai i nomi dei libri. Se vi dicessi che mi piace William Manchester sembrerei intellettuale e intelligente, ma siccome non vi voglio sviare aggiungerei anche Danielle Steel».
 
Possibile che lei non abbia nessun vizio?
«Il thè conta?».
 
Invece in tv anche la menopausa sembra sexy!
«Lo pensa anche mio marito quando dice che “Desperate Housewives” è l’unica serie in tv dove le quarantenni sembrano più giovani di cinque anni prima, alla stagione d’esordio».  
 
Che ruolo ha la gelosia nella vostra coppia?
«William (H. Macy, il marito - ndr) è stato sempre più famoso di me, ma ora sono io a lavorare di più, ma tra noi non è cambiato niente. Sarebbe diverso se uno dei due fosse disoccupato o comunque vivesse con il terrore di essere davanti all’ultimo lavoro della sua vita. Non è questione di notorietà, ma di fiducia. Lui ha una stima di me più alta di quella che io stessa ho: cosa c’è di più meraviglioso?».

 



NON SOLO CASALINGA


Felicity Kendall Huffman è una splendida 54enne, che quest’anno festeggia i 20 anni di matrimonio con William H. Macy, dopo una frequentazione a intermittenza di 15 anni, da cui ha avuto due figlie, Sofia e Georgia (16 e 14 anni, entrambe hanno come secondo nome quello della nonna Grace). Al Festival della TV di Monte Carlo, una delle rare occasioni di uscita di coppia sul red carpet, lui l’ha pubblicamente ringraziata per essere tanto speciale. La sua carriera ha avuto due periodi particolarmente gloriosi, negli anni ’90 con pellicole del calibro di ‘Magnolia’ e poi con il ritorno in scena con “Desperate Housewives”, serie cult targata ABC Studios, casa di produzione per cui attualmente è in tv con “American Crime” (entrambi i telefilm sono disponibili su TimVision, la tv on demand di TIM). Nel frattempo si è cimentato in ruoli complessi, come la trans gender Bree nel film “Transamerica”, che le è valso, tra gli altri premi, anche un Golden Globe, oltre alla nomination agli Oscar. Ha ricevuto la stella nella Hollywood Walk of Fame nel 2012. Nel frattempo, si batte per i diritti delle donne e nello stesso anno ha lanciato un sito al femminile, “What the flicka”, sulla maternità.

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