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L’Odore del Kenya nel centro di Roma

L’incontro con una ragazza tra i migranti giunti dalla Sicilia

Gio 25 Mag 2017 | di Giacomo Meingati | Attualità
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Avevo appena messo nell’I-Phone “The way life goes” il primo disco solista di Tom Kiefer, il cantante dei Cindarella. 

Uno dei musicisti più talentuosi dell’esplosione hair metal degli anni ‘80, che, appena venticinquenne all’apice della sua carriera, un giorno dopo un live sentì male alle corde vocali, pensò che non era niente ma sfortunatamente si sbagliava. Il dolore rimase, crebbe, e un giorno scoprì che aveva perso la voce, non poteva più cantare. 

Visse anni di profonda depressione, psicofarmaci, tentativi di ogni tipo per riacquistare la voce, partecipò a gruppi carismatici di preghiera e guarigione, sedute di meditazione, di tutto e di più, finché capì che non era vero che non esistevano i miracoli, ma che lui doveva essere l’artefice del suo, e così si rimboccò le maniche e armato della forza più grande che un uomo possa mai avere, l’interiorità, riuscì a guarire e a ricominciare. 

Camminavo ed ascoltavo questo disco, ed ero appena arrivato a Porta Maggiore quando partì la seconda canzone, “In a different light”, che dice: “In una luce diversa/Ho scorto un raggio di speranza per tutte queste vite disperate stanotte/L’Amore consiste/ Nel momento in cui apri il cuore e scopri che ognuno brilla!”. 

La malattia alle corde vocali non è riuscita a togliere a Tom la dolcezza del timbro, anzi, forse quel dolore ha accresciuto il modo in cui ti arriva con l’anima e la chitarra, beh, quella l’ha sempre saputa suonare. 

Arrivo al luogo di cui parlava il giornale, in cui un gruppo di persone comuni si era organizzata per accogliere e nutrire un centinaio di migranti appena sfollati da Ventimiglia, Trapani, Lampedusa. 

Davanti alle immagini dei tg che ritraevano gli sbarchi, i 6 anni di lavoro in Africa si sono fatti sentire in me e volevo andare a dare una mano, come potevo. 

Mi sono ritrovato in un’atmosfera che conoscevo bene, avendo lavorato nelle baraccopoli a Nairobi, in Kenya, solo che questa volta mi trovavo a Roma, a 20 minuti da casa mia. 

Ma la situazione era quella: stessa sensazione di sporco, stessi odori di rifiuti bruciati, stesso piscio. Mi rendevo conto che c’era un mini slum nella mia città e questo mi colpiva profondamente. 

Quando sono arrivato, i volontari si preparavano a dare il pranzo a 150 persone, provenienti da Sud Sudan, Nigeria, Somalia, Tunisia.

Mi hanno messo dietro, a buttare i rifiuti, e io ho sorriso dentro perché avevo la stessa identica sensazione di quando andavo a lavorare in Africa,  cioè di essere l’ultimo che poteva parlare e di avere da imparare da tutti, dai volontari, da quelle donne, da quegli uomini e da quei bambini. 

 

Ricordo quando camminavamo negli slum a Nairobi che un nostro collaboratore di nome Patrick, un uomo che non ho mai esitato a paragonare, per forza d’animo e spirito umano, a Martin Luther King, ci diceva sempre di stare attenti, attenti a tutto: diceva che lo slum è peggio della giungla, i serpenti che possono morderti sono peggiori e il loro veleno è tre volte più forte e molto più diffuso. Sarà per questi avvertimenti, sarà per la tensione che già avvertivo, sarà per l’abitudine a guardarmi sempre intorno, che sono riuscito a prevedere la rissa quel tanto che bastava per spostarmi dai rifiuti e non finirci dentro. 

Un uomo, probabilmente somalo, esausto, sfinito e malato, iniziò a chiedere con insistenza doppia razione e un ragazzo lì davanti al cibo gli rispondeva a brutto muso. Ho fatto appena in tempo a spostarmi che la rissa iniziò: il ragazzo, più forte e in salute, ha preso il somalo tra le braccia e l’ha iniziato a prendere a ginocchiate. Ginocchiate sugli zigomi. Avrei dovuto e potuto intervenire, ma non ne ho avuto il fegato, come in Africa quando vedevo le risse negli slum, non avevo il fegato di mettermi in mezzo. 

Proprio mentre il somalo stava finendo per terra, con lo zigomo spaccato, i miei occhi videro qualcosa che ancora non avevano mai visto: la ragazza che lavorava nella “cucina portatile” degli svizzeri, venuti indipendentemente dalla loro terra per dare una mano a quella gente, alta più o meno un metro e 58, si fionda tra il ragazzo e l’uomo, e li divide. 

Non era particolarmente carina quella ragazza, forse per quello non l’avevo notata, eppure era lì, tra due disperati, migliaia di chilometri lontana da casa sua, a separare questi due uomini che si picchiavano a sangue. Era lì e prese il somalo, lo aiutò a rialzarsi e, sottobraccio, lo portò alle docce. 

Il somalo era malato, aveva la scabbia e quella ragazza lo sapeva. 

Il somalo era malato, aveva la scabbia, e io mi sentivo come sempre il più inutile, col mio taccuino a prendere appunti sull’ABC della vita da questa gente. Quando ci siamo ritrovati con gli altri volontari al bar, per pranzo, davanti a una birra, non ho resistito e ho chiesto alla ragazza: «Da dove vieni?» e lei ha risposto: «Dalla Svizzera». Io, come al solito, al sentire il nome di una terra alla quale sono particolarmente legato ho avuto un moto di commozione, perché ho pensato che era la terra di Hans Kung, la terra di Jung: quanti doni dalla Svizzera! E lei era uno di questi doni. 

«Che fai di bello nella vita?», le ho chiesto e lei mi ha risposto con un sorriso amaro: «Eh, bella domanda. Non lo so. Non so dove devo andare, ho finito il liceo da un anno e non so che farò, perché non so che cosa voglio, non so chi sono». Questa ragazza aveva diviso due uomini in una rissa, portato abbracciato a sé un malato di scabbia verso la doccia e mi aveva risposto che non sapeva chi era! 

Era partita dalla Svizzera da qualche mese ed avrebbe proseguito per Ventimiglia, nei campi per rifugiati, per poi proseguire in Sud America, per andare tra le favelas, e quando le ho chiesto perché, lei mi ha risposto che forse per ritrovarsi doveva perdersi e che il miglior modo per perdersi è donarsi. 

«L’amore – mi disse – mi parlerà e forse un giorno lo ascolterò pronunciare il mio nome». 

È stato in quel preciso momento che, istintivamente, mi sono girato alla mia sinistra, come facevo sempre in Africa, cercando con lo sguardo il mio amico e collega Davide, con cui condividevamo quella sensazione meravigliosa di sentirsi l’ultimo dei cretini di fronte alle persone migliori del mondo, quelli che non finiscono sulle riviste, ma che ti si imprimono dentro e non vanno più via. 

In quell’istante ho pensato che la vita è uno spettacolo, l’ho sentito dentro! 

E mi sono ritrovato negli occhi di quella sconosciuta, sono entrato nei suoi mille sguardi, persi dai finestrini dei treni durante i suoi viaggi, e ho proprio percepito quel sentirsi persa, quel cullarsi all’orizzonte col mondo che ti scorre accanto e carezza il tuo smarrimento, ed ho potentemente avvertito che era proprio in quello smarrirsi che la vita la trovava, in quel perdersi si scopriva, perché ascoltava i sussurri del suo Spirito che amava. 

Non l’ho mai più vista, eppure penso a lei ogni tanto, soprattutto quando ascolto “In a different light” di Tom Kiefer, e mi ripeto che: “In una luce diversa/Ho scorto un raggio di speranza per tutte queste vite disperate stanotte/L’Amore consiste/Nel momento in cui apri il cuore e scopri che ognuno brilla!”.


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