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╚ italiano il primo robot-riabilitatore domestico post-ictus

Si chiama Icone ed Ŕ frutto del lavoro di unĺazienda spin-off con sede a Pomezia. Punta tutto sulla semplicitÓ di utilizzo a casa del paziente e su una grafica da videogames

Gio 25 Mag 2017 | di Francesco MÓcaro | Salute
Foto di 9

Parte tutto da un improvviso mal di testa. Poi un lato del corpo smette di funzionare; la difficoltà a parlare, la bocca che si storce e le gambe che non reggono più; quindi, la corsa in ospedale, i farmaci somministrati per sbloccare le difficoltà circolatorie che tolgono l’ossigeno al cervello. E, dopo gli esami per capire l’entità del danno subìto, le visite dal neurologo e dal fisiatra. Infine, almeno per un mese, le prime attività di recupero neuromotorio per gli arti inferiori con i fisioterapisti. Fino alla dimissione e all’inizio del ‘calvario’ vero e proprio: quello fatto di difficoltà quotidiane per chi non riesce più a muovere l’arto. Sono centinaia di migliaia le persone, in Italia e nel mondo, vittime di ictus. Un nemico subdolo e silenzioso che a livello mondiale rappresenta la seconda causa di morte e la terza di disabilità. 

IL 35% SOPRAVVIVE
Il disagio che segue il paziente nel ritorno a casa è una delle frontiere più battute dalla ricerca scientifica e tecnologica. 
Sì, perché il 35% dei soggetti vittima di ictus sopravvive. Ma pagando una dura eredità: l’impossibilità di compiere movimenti semplici con la mano o il braccio, la necessità di passeggiare con il deambulatore, di essere aiutati continuamente dai familiari, anche solo per lavarsi, vestirsi, pettinarsi, prendere un oggetto o versare l’acqua in un bicchiere.

 
IN ITALIA 200MILA L’ANNO
In Italia, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, ogni anno si verificano circa 200mila casi di ictus: una cifra impressionante. Che non ha scoraggiato, comunque, chi studia per riportare i pazienti colpiti a livelli di qualità della vita migliori. Secondo i dati dell’Italian Stroke Organization, dal 1990 al 2013 l’incidenza di questa malattia è leggermente diminuita, passando da 128 casi ogni 100mila persone all’anno a 114. 
Maggior attenzione alla dieta, all’attività fisica e ai fattori di rischio, di pari passo con la predisposizione di protocolli di emergenza sempre più efficaci fin dai primi momenti che seguono il ‘colpo’ (ictus, in latino, significa proprio questo), hanno garantito più prevenzione e cure migliori, soprattutto per gli over-60. 
 
SUPERARE LA DISABILITA' 
Ma per chi sopravvive ci sono margini per uscire dal tunnel della disabilità? «Senza attività di riabilitazione intensiva – che deve comunque prescrivere sempre il fisiatra in base agli esiti e alle condizioni diagnostiche – l’ipotesi è che il braccio pian piano inizi a perdere tono muscolare, a irrigidirsi, e che nel tempo si moltiplichino spasmi muscolari e dolori al gomito», spiega il professor Dino Accoto, bioingegnere presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma. 
Accoto è uno dei fondatori di ICan Robotics, spin-off specializzata nella progettazione e realizzazione di dispositivi di riabilitazione robotica, con sede a Pomezia (RM). 
«La capacità del cervello di ‘riallenarsi’ per recuperare e tornare a imparare come si muove il braccio - aggiunge - tende a diminuire con il passare del tempo e con il progredire dell’età, pur restando comunque sempre attiva».
Per questo, dopo l’ictus e le prime cure specialistiche, non di rado è utile verificare se, per il recupero della funzionalità dell’arto immobilizzato, si possa ricorrere a quella che viene definita ‘riabilitazione intensiva’: un po’ come quando si va in palestra ad allenarsi, è un’attività che, dopo la dimissione ospedaliera, può servire per aiutare il cervello a istruire altri neuroni rimasti intatti a muovere il braccio menomato. 
 
IL ROBOT-RIABILITATORE
Fino ad oggi, le tecnologie robot capaci di fornire ai fisioterapisti indicazioni oggettive e misurabili su eventuali progressi compiuti dal paziente erano confinate in enormi stanze all’interno di pochi centri ad alta specializzazione, dotati dei costosissimi apparecchi in grado di fare questo. Rari e in molti casi pure lontani geograficamente. «Per questo abbiamo pensato di costruire un robot-riabilitatore che potesse rompere questo schema e fosse autorizzato a uscire dalle cliniche e dagli ospedali, per essere portato fino al letto del paziente, anche se quest’ultimo si trova in un paesino sperduto di provincia», prosegue Accoto. 
Così è nato Icone, il primo dispositivo di riabilitazione robotizzata al mondo ad ottenere il marchio CE medicale per uso domestico. Una novità che promette di rivoluzionare radicalmente l’esperienza della riabilitazione post-ictus per migliaia di pazienti.
 
COME UN FLIPPER 
A prima vista, assomiglia a un vecchio flipper da tavolo. Misura 50 centimetri per 70 e pesa circa 30 chili. Eppure, Icone può stare tranquillamente in un trolley da viaggio ed è in grado di far eseguire sessioni di esercizi mirati ai pazienti post-ictus, costituite da migliaia di ripetizioni ciascuna. Il robot non riabilita annoiando, anzi. È dotato di un’interfaccia grafica che visualizza su uno schermo ad alta definizione diversi giochi, dai pesciolini che nuotano in un acquario al pallone su un campo da calcio, fino alla navetta spaziale o ai birilli di un bowling: perché riabilitarsi giocando aiuta il soggetto a trascorrere le faticose ore di esercizio prescritte dallo specialista senza percepirne la pesantezza.
«In linea teorica – chiarisce il bioingegnere – le ripetizioni garantite dal nostro robot potrebbe portarle a termine anche un fisioterapista umano; che, però, difficilmente sarebbe in grado di restare efficace allo stesso modo nel corso di una lunga giornata di lavoro con più pazienti. E che, comunque, non avrebbe la possibilità di misurare le variazioni di tempo impiegato o delle forze opposte per completare un compito, né gli eventuali miglioramenti raggiunti giorno dopo giorno in termini di capacità di rotazione dell’arto, movimento lineare della manopola o altro. Né, tantomeno, di valutare in tempo reale quanto aiuto è necessario fornire al paziente perché porti a termine con successo l’esercizio». Se il paziente non ce la fa, infatti, Icone viene in suo soccorso, in modo discreto, ma efficace, portando dolcemente la sua mano verso il target visivo che ciascun compito richiede. Ovviamente, il robot non sostituisce, ma affianca il fisioterapista. «Un po’ come accade con i robot-chirurghi in sala operatoria – specifica Accoto – il nostro Icone è in grado di supportare l’attività del terapista, sostituendo le sue mani nell’ausilio al soggetto che esegue esercizi ripetuti e garantendo misure oggettive dei risultati di ogni sessione. Anche per capire se quella riabilitazione è effettivamente utile oppure no e quindi va sospesa».
 
IL PRIMO ESEMPLARE
Il primo esemplare è appena sbarcato in un centro di neuroriabilitazione di Parigi, ma sono già parecchie le richieste da parte di ospedali e centri di fisioterapia, attratti dalle possibilità offerte da quello «che è l’unico dispositivo di questo tipo autorizzato dal Ministero della Salute per l’uso extra-ospedaliero per i suoi livelli di sicurezza e la facilità di utilizzo», ricorda il docente. 
La praticità di trasporto e la semplicità di utilizzo, comunque, non escludono alcune ore di corso per i professionisti che vorranno utilizzarlo. «Sono lezioni dedicate – chiosa il titolare di ICan Robotics – a fornire loro le informazioni necessarie per gestirlo in massima sicurezza. E per fruire di tutte le potenzialità che il sistema ha al suo interno». 
Anche perché non tutti i pazienti post-ictus possono usare questo robot, che è efficace fino a un certo livello di spasticità. E, comunque, può rappresentare un’opzione solo dietro prescrizione dello specialista. Soprattutto per il post-ricovero – indicano i fisiatri –, perché la qualità dell’assistenza non è uguale dappertutto. Se, dunque, incappare in un ictus non è esattamente uno scherzo, sottoporsi alle sedute-videogames che Icone mette a disposizione potrebbe pian piano trasformare lo sconforto per le difficoltà motorie in un’attività di gioco molto meno scomoda e certamente più accettabile, per un numero enormemente maggiore di pazienti sopravvissuti al dramma di un ictus.

 



I ROBOT AMEDEO, DIEGO, PABLO E MOTORE A DISPOSIZIONE DEI PAZIENTI

Si chiamano Amedeo, Diego, Pablo e Motore e sono i robot che, accanto all’insostituibile lavoro dei fisioterapisti, aiutano i pazienti di 7 centri riabilitativi della Fondazione don Gnocchi. Un ausilio che, stando ai risultati finali di uno studio multicentrico condotto da un’équipe di esperti della Fondazione, guidata da Irene Aprile, ha dimostrato efficacia ed efficienza nel migliorare l’approccio e i risultati della riabilitazione in soggetti con patologie come ictus, sclerosi multipla e SLA. In particolare, l’esito delle attività svolte con 94 pazienti con esiti di ictus per trattare l’arto superiore, tanto a livello delle falangi che per mano, braccio e spalla, ha mostrato che «la riabilitazione robotica - spiega la Aprile - permette ai pazienti di eseguire movimenti altrimenti impossibili o difficili da eseguire. I robot consentono di aumentare la motivazione e l’intensità del trattamento, eseguendo più movimenti nello stesso arco di tempo». Rispetto alla fisioterapia tradizionale con i robot si annotano maggiori miglioramenti.

 


Più ictus con l'invecchiamento della popolazione


Dei 200mila casi registrati in Italia ogni anno, l’80% sono nuovi episodi e il 20% recidive che toccano soggetti precedentemente colpiti. In Italia l’ictus è la terza (forse la seconda, stando ad alcune stime) causa di morte, dopo malattie cardiovascolari e neoplasie (il 10-12% di tutti i decessi per anno si verifica dopo un ictus) e rappresenta la principale causa d’invalidità. Nel nostro Paese il numero di soggetti che ha avuto un ictus ed è sopravvissuto è pari a circa 913mila. Ad un anno dall’evento acuto, un terzo dei soggetti sopravviventi ad un ictus – presenta un grado di disabilità elevato, tanto da poterli definire totalmente dipendenti. Il fenomeno è in costante crescita, a causa dell’invecchiamento della popolazione. Si stima che l’evoluzione demografica porterà in Italia, se l’incidenza rimanesse costante, un aumento dei casi di ictus fino a 207.000 nel 2008. Il 75% degli ictus colpisce i soggetti di oltre 65 anni. Nel mondo il numero di decessi per ictus è destinato a raddoppiare entro il 2020 (Dati: Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa).

 



Che cos’è un ictus?

 
L’ictus è un danno cerebrale causato da un’improvvisa interruzione del flusso sanguigno diretto a una zona del cervello, con un danno alle cellule nervose. Può essere dovuto alla rottura di un vaso sanguigno nel cervello, oppure al mancato raggiungimento del sangue a una parte di quest’organo. Nel primo caso, il più pericoloso, ma raro, parliamo di ictus emorragico; il secondo invece, il più comune, è detto ictus ischemico. In entrambi i casi, produce la morte irreversibile di un certo numero di cellule cerebrali, quelle cui è mancato l’apporto dell’ossigeno e dei nutrienti. L’ictus può colpire anche persone giovani, ma di solito si presenta in età avanzata. L’indice di mortalità è del 30% e la patologia, negli ultimi anni, colpisce con sempre maggiore frequenza le donne.

 


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