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La prof. migliore d’Italia!

Annamaria Berenzi, da nove anni insegnante in ospedale, iscritta da una sua ex alunna all’Italian Teacher Prize

Ven 26 Mag 2017 | di Angela Iantosca | Attualità
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È la prof. migliore d'Italia! Ma questo a noi non interessa. Quello che ci ha colpito è il luogo in cui insegna Annamaria Berenzi, la voce che cambia quando parla del suo lavoro, la sua dolcezza e il fatto che a segnalarla all'Italian Teacher Prize sia stata proprio una sua ex alunna. Niente di straordinario, direte. E invece sì, perché i suoi studenti frequentano la sezione ospedaliera dell'istituto Castelli, all'interno del Civile di Brescia, perché i suoi sono ragazzi che ogni giorno devono combattere una battaglia per la vita.
 
Come è arrivata a insegnare in un ospedale?
«Dovevo cambiare la mia destinazione ed ero diventata sovrannumeraria. Per questo dovevo scegliere una sede. Io insegnavo da 14 anni nell'Istituto tecnico e ho pensato che l'Ospedale potesse essere interessante: volevo capire se potevo essere utile».
 
Il primo incontro?
«Con una ragazza in una stanza di isolamento. In ospedale non esistono classi, ma singoli studenti. E lei è stata la mia prima studentessa: una ragazza del IV superiore in una stanza in  isolamento del reparto di ematologia. Cosa significa questo? Che la mia prima lezione è stata senza libri, perché in isolamento non puoi portare niente, solo te stesso. In quel momento ho usato il mio bagaglio e l'ho messo all'opera. Era una ragazza straordinaria».
 
Come è l'approccio?
«Ci si guarda in faccia, senza escludere il problema che è lì con noi. Noi non chiediamo mai ai ragazzi che patologia hanno, ma, inevitabilmente, se sei in Neuropsichiatria o Oncologia sai cosa hai di fronte. Poi sono loro che ti spiegano la situazione. Ma è importante partire dal dato della realtà. Io dico sempre: «Qui dobbiamo darci del tu, perché tu sei qui in ospedale, in pigiama, con un catino che ti può servire per vomitare. Siamo io, te e la malattia e insieme cerchiamo di rosicchiare un po' di tempo e di spazio...».
 
Come si diventa insegnanti in ospedale?
«Purtroppo allo stato attuale la sezione ospedaliera ha un codice meccanografico, ha dei riferimenti tecnici, ci si va in base ai punteggi e alle graduatorie, ma non c'è una selezione a monte. Ma insegnare in quel contesto non è una cosa semplice ed ho conosciuto gente che si è trovata in difficoltà. Qualcuno arriva senza rendersi conto del coinvolgimento, anche gente di buona volontà, ma occorre una disponibilità, mettersi in gioco, anche su un canale umano diverso, che capisco che non è spontaneo e che non tutti hanno intenzione di farlo. Puoi essere il matematico migliore, ma non essere empatico e allora in un posto come questo non funzioni bene».
 
Come funziona con i voti? 
«Bisogna considerare la situazione e il luogo nel quale ci si trova. Alcuni ragazzi hanno gli insegnanti che li seguono a casa, quando escono dall'ospedale. Ma ovviamente devo tenere presente che a volte capita di fare una verifica in day hospital, dove si è in mezzo ad altra gente, con i bambini piccoli che urlano: non possiamo pensare che i tempi siano gli stessi della classe. Gli obiettivi sono gli stessi, le modalità sono diverse».
 
Lei insegna matematica e fisica alle superiori.
«In ospedale io insegno questa materia a ragazzi che sono iscritti a qualsiasi ordine di studio. Grazie ai registri elettronici a volte è facile inserirsi nel percorso del ragazzo e in quello della classe che devono lasciare temporaneamente per stare in ospedale. È ovvio che il nostro rimane sempre un lavoro di emergenza».
 
Immagino abbia avuto casi di ragazzi che non ce l'hanno fatta...
«Il problema oncologico, dai 14 ai 19, è una patologia rara. Le percentuali di successo sono molto alte e nella leucemia abbiamo raggiunto l'80% di successo. Inevitabilmente in questi nove anni ne ho avuti di casi… alcuni mi hanno onorato dell'aver desiderato la mia vicinanza anche quando la situazione era piuttosto grave. Non si dice mai “non c'è speranza”, ma i ragazzi capiscono tutto. Li ho tutti dentro di me… Ma quando entro in ospedale penso sempre che sarà un successo e penso che il mio alunno guarirà».
 
Quanto l'ha cambiata questo lavoro?
«Mi ha cambiato molto. Questi ragazzi ti insegnano a dare la giusta misura alle cose. Spesso c'è il rischio di diventare intolleranti alle paranoie, quando ci si lamenta delle cose stupide. Ma per fortuna la normalità è altro e i problemi sono altro. Insegnare in ospedale in questi nove anni mi ha regalato questa cosa: sentire la fortuna delle cose che si hanno. Quando dico che sono una privilegiata è perché mi hanno regalato un modo di guardare la vita che prima non avevo».
 
Lei è stata candidata da una sua ex alunna.
«Quando mi è arrivato il messaggio di questa ragazza, Alessia, in cui mi diceva “ti ho candidato”, sono rimasta senza parole. E già solo il fatto che lei mi aveva candidato e che avrebbe voluto farmi vincere per me era una vittoria».
 
Poi ha vinto.
«Il Ministero della Pubblica Istruzione ci ha convocati il 17 marzo. Tutti sapevamo che sarebbero stati annunciati i cinque vincitori. La prima proclamazione è stato l'elenco dei cinque. Ma per proclamare il vincitore hanno fatto entrare una persona: quando ho visto Alessia, ho capito! È stato bellissimo: e pensare che lei è stata mia alunna per un anno, quattro anni fa!».
 
Quanti siete in ospedale?
«A Brescia siamo quattro per le scuole superiori e copriamo solo le discipline trasversali di tutti gli indirizzi: matematica, fisica, informatica, italiano, inglese, tedesco, storia. Per le altre materie, dipende dal periodo di degenza. Quando la degenza è lunga, riusciamo anche a far venire in ospedale una rete di collaboratori. Per ogni ricoverato, ognuno fa da tutor a ripetizione e questo referente tiene le fila dei rapporti con i colleghi della classe, o andiamo ai consigli, almeno all'inizio del percorso. È difficile far capire la realtà delle cose. Con i compagni non abbiamo il tempo di interagire, ma facciamo in modo che i colleghi vengano, che attivino un collegamento Skype, se il ragazzo  se la sente… non sono ragazzi che si sono rotti una gamba».
 
Il rapporto con il tempo? 
«È un incubo: c'è lo stress di essere pochi rispetto ai tanti bisogni. Non sono tanti i lunghi degenti, ma ognuno di loro è un mondo a sé. Ma la cosa fondamentale è non far passare l’ansia: bisogna essere molto rassicuranti. Perché il ragazzo a volte sta male, a volte non c'è e noi adulti dobbiamo fargli sentire che va tutto bene…».
 
E con chi esce dall’ospedale poi mantiene i rapporti?
«Tengo i contatti, ci salutiamo quando tornano magari per le visite e ti salutano con quel sorriso di chi ne ha passate tante!».
 
Per il futuro?
«Starò qui finché sarò utile!».                                                  

 


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