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Mississippi Blues

Viaggio nella terra in cui la musica non si ascolta, ma si ‘sente’, dove sono nati il rock, il jazz, il gospel, il blues

Ven 26 Mag 2017 | di Testo e foto di Roberto Gabriele | Mondo
Foto di 21

Chi se lo immaginava…. Era il 2010 quando andammo per la prima volta, quasi per caso, in Mississippi. Dovevamo fare un Coast to Coast americano e sapevamo più o meno cosa aspettarci, ma non avevamo idea che lì, nel profondo sud agricolo, ci avremo lasciato il cuore… Siamo tornati qui a rifocillarci i timpani quattro volte in meno di 7 anni. E non poteva che essere così. Ci siamo innamorati di questi luoghi in cui la musica è parte integrante della vita della gente, fa parte del loro DNA, di quello che vivono e “sentono”. Eh, già… Qui la musica non si ascolta, si “sente”, si percepisce in ogni angolo delle strade, nei locali, nello stile di vita. Ad esempio, qui c’è una autostrada a sei corsie che si chiama: “Blues Highway” e collega, non a caso, Memphis con New Orleans, le città in cui sono nati il Rock e il Jazz, nel mezzo c’è Clarksdale, dove è nato il Blues, e Natchez, che ha dato vita al Gospel. Tutto riporta alle sonorità di questi grandissimi generi musicali tutti afroamericani, che hanno stravolto per sempre la colonna sonora della nostra vita, anche al di là dell’Oceano. 
 
CLARKSDALE, NEL PROFONDO DELTA
Lungo l’autostrada ci fermiamo a Clarksdale, una cittadina nel profondo “Delta” del Mississippi. Il vecchio centro storico è praticamente abbandonato per 350 giorni l’anno, tranne nei giorni di festival. Camminare nelle strade del centro è un’esperienza incredibile: sei in una città fantasma. Pulitissima, anche se decadente, è completamente deserta, le distanze sono enormi e nessuno cammina a piedi, passa solo un’auto ogni tanto…
Ci sono solo un paio di locali in cui mangiare, un distributore di benzina, un negozio di magliette dove ti scegli la taglia e il disegno te lo stampano davanti a te; poi c’è la banca e un solo albergo, che si riempie solo ad agosto e ad aprile quando ci sono i festival del blues. E poi in una stradina, in mezzo alle villette con il cancelletto scassato e giardinetto incolto, c’è un tipo che fa il meccanico o almeno cerca di aggiustare quei rottami di auto che qualcuno ogni tanto gli porta da riparare, più che altro con la scusa per potersi fare quattro chiacchiere. Alle spalle della banca c’è il mitico “International hair design” un salone di parrucchiere enorme nel quale si cammina tra ciocche di capelli, con gli enormi caschi stile anni ‘50: qui il tempo si è fermato. Il resto dei negozi sono tutti chiusi, per sempre, con tanto di vetrine ancora allestite e abbandonate lì forse dagli anni ‘70 o ‘80. Un teatro bellissimo è ormai diventato una voliera per uccelli… è  sconcertante avventurarsi da quelle parti: ogni casa, ogni auto, ogni angolo è un testimone di antiche glorie passate e ora è lasciato a se stesso, a raccontare null’altro che se stesso.

IL BLUES È NATO QUI
Il blues è nato qui dalle voci e dalle chitarre degli antenati di chi oggi ancora rimane da queste parti a coltivare i campi di cotone. Anche l’origine della parola Blues, tradotta, non è il colore, ma indica un significato di “triste, agitato, depresso”, è questo lo stato d’animo degli schiavi che vennero portati qui a lavorare e che ancora abitano nelle pianure del Delta del Mississippi; è questo lo stato d’animo che ancora pervade questa gente. E se i negozi sono vuoti, i localini fetidi nei quali si suona il miglior blues del mondo sono invece in piena e fortissima attività. Si chiamano Juke Joint e sono grandi come un nostro monolocale, costruiti con assi di legno inchiodate come la capanna dello zio Tom, l’interno è scarsamente arredato e tutto di stile vintage, ma di quello vero, di quello mai cambiato da più di 50 anni. Alle pareti, vecchi memorabilia originali, attaccati e dimenticati, stratificati l’uno sull’altro nel tempo, come le mura dell’antica Tebe. La polvere stratificata dappertutto, tavole di legno per il pavimento e sui muri i quadri dei più grandi bluesman del mondo, che hanno suonato in quei luoghi puzzolenti di muffa e di luppolo. Qui la musica si ascolta in piedi oppure seduti a terra. Qui capita di conoscere Josh Stewart Razorblade (lametta da barba), che la sera prima suonava sul palco in piazza e di chiedergli di raccontarti la sua vita, mentre tu gli offri una birra e lui ti regala il suo CD. 

I BLUESMAN NON SONO ROCKSTAR
I bluesman non sono delle rockstar, non vanno in giro con le guardie del corpo e inseguiti dai fan, sono gente comune che suona per il piacere di farlo e ha voglia di contatto umano; ti vedono straniero e sono loro a venirti a chiedere “che ci fai tu da queste parti?” e quando gli racconti che sei un appassionato di blues e che vai lì ogni anno sei già diventato uno di loro. Ci si scambia gli indirizzi email, si inviano le foto e l’anno dopo ci si incontra ancora, come in una rimpatriata con i vecchi compagni di classe, come se si avesse condiviso una vita insieme. Il Blues è così. Si è tutti fratelli. Blacks.
 
JUKE JOINT IN APERTA CAMPAGNA
I Juke Joint spesso si trovano non solo nei villaggi, ma anche in aperta campagna, nel bel mezzo dell’infinito spazio di una piantagione di cotone, alla quale si arriva dopo aver attraversato le paludi su una strada sterrata!!! Arrivando in auto, vedi una casetta con il suo tetto di lamiera scassata e luccicante e credi sia un deposito di attrezzi o il vecchio ufficio di un caporale, che gestiva il lavoro degli schiavi…. Macchè…. Sei arrivato al Po’ Monkey (scimmia povera) uno dei locali più rinomati del Delta. Non ci sono parcheggi, ma non c’è neanche problema di spazio: arrivi e butti l’auto in un fosso, come si faceva una volta, attaccando il cavallo con il calesse ad un albero. L’esterno è circondato da ferracci vecchi, trattori, scimmiette di peluches attaccate con il fil di ferro ad un palo, in omaggio al vecchio storico proprietario morto l’anno scorso. In questi posti di norma non si mangia, si beve solo birra o whiskey. Puoi anche entrare senza consumare nulla: all’esterno sulla porta ci sono due cartelli che spiegano le uniche due regole semplici da rispettare. Il primo cartello dice “puoi entrare senza birra: la vendiamo noi”; l’altro cartello invece dice che “le armi sono proibite nel locale”. Tutto qui. L’ospitalità del Sud del mondo è sempre chiara e schietta, senza giri di parole e decisamente etica.
 
SOLO BLACKS
Altro posto pazzesco è il Red’s, al cui interno è possibile fare foto, ma non video: davanti a questo trovi sempre un tipo che arriva la sera con un enorme barbecue e che cucina costatelle di maiale condite con l’omonima salsa agrodolce, affumicandole con braci di legna di acero profumata. Se vuoi mangiare, ti prendi una costata da 12 ossa o la mezza da 6 e ti porti la tua birra, ti accomodi sul prato e ascolti la musica che arriva dall’interno del locale. Intorno a te ci sono solo blacks, i bianchi locali non frequentano certi posti, gli unici bianchi che vedi sono quelli che arrivano dal Tennessee o dall’Arkansas per ascoltare la musica. Turisti stranieri come noi non ce ne sono, ogni volta siamo gli unici europei: da queste parti c’è poco da vedere per il turismo di massa, ma è un posto unico per chi vibra con la musica.

MORGAN FREEMAN AL GROUND ZERO
L’apoteosi dei Juke Joint è sicuramente il Ground Zero, un locale, stavolta enorme, ma a sua volta scassato come tutti gli altri, e in perfetto “Mississippi style”. Il proprietario è il mitico Morgan Freeman, l’attore è originario proprio di queste parti, che se lo è comprato e ogni tanto ci va a prendere una birra. Non puoi andare in Mississippi senza passare da qui. Ci sono già passati tutti i più grandi, da BB King a Eric Clapton, da Stevie Ray Vaughan a Super Chickan, a Deak Harp…. Qui potrai assaggiare i veri pomodori verdi fritti, come nei film, e davanti al locale c’è anche la famosa “fermata del treno”; oppure puoi assaggiare un hamburger con 400 grammi di manzo texano e bere oltre 20 tipi di birre alla spina diverse. Al Ground Zero c’è musica tutte le sere, durante il week end è pieno e ci suonano i big, ma nei giorni infrasettimanali si suona per gli amici, ci si va per stare in compagnia e per vedere qualcuno. Sul palco sale chi vuole, fa una jam session improvvisata e poi si lascia il posto a qualcun altro che voglia esibirsi. Non ci sono scalette, programmi, ospiti… E se vuoi lasciare un segno del tuo passaggio non c’è problema: chiunque tu sia puoi mettere il tuo tag con un pennarello qualsiasi angolo di muro trovi libero (se lo trovi!), all’interno, all’esterno, sulle porte, nei bagni, sul bancone, nella cucina... Il locale è anche tuo, fai vedere che ci sei stato!

IL TEMPIO DEL BLUES
Entrando al Club Ebony di Indianola sentirai quella sensazione di rispetto che si prova nei luoghi sacri. è veramente il tempio del blues, appartenuto a BB King che qui era nato e dove ha fatto una fondazione e un museo a suo nome. Dopo la sua morte (maggio 2015), è un pò in decadenza, ci si suona di rado, ma vedere un posto del genere in silenzio senza musica e senza gente fa impressione, è un pò come entrare in un cimitero monumentale dove sono sepolti i grandi della Storia della Musica. Tra gli incontri fatti, c’è senz’altro quello con l’organizzatrice del Festival… Gente semplice che non solo ha aperto casa ad un gruppo di sconosciuti, ma ci mostra che sulla veranda di ingresso c’è una ghiacciaia con birra e bibite, che possiamo prendere anche quando lei non sarà in casa…. L’interno è un pezzo di storia della musica, alle pareti ci sono foto di lei con i più grandi musicisti del mondo: dai Rolling Stones a Robert Palmer, da BB King agli ZZTop, che hanno finanziato il museo di Clarksdale con una donazione di un milione di dollari. All’ingresso, il pianoforte e migliaia di spartiti, dischi ammucchiati, i gatti che camminano sui divani e il suo letto a baldacchino aiuta a costruirsi un’idea di chi vive in quella casa. Il computer a sua volta è assolutamente vintage con il monitor a tubo catodico… In Mississippi, così come in Africa, c’è solo l’essenziale: la musica innanzitutto.

VENDERE L’ANIMA PER LA MUSICA
La storia più bella che si racconta è quella di Robert Johnson, il musicista al quale si attribuisce l’invenzione del blues. Ubriacone e donnaiolo, una sera all’incrocio tra la Strada 61 e la 49 (dove c’è il famoso monumento con le chitarre) vendette la propria anima al diavolo per imparare a suonare la chitarra come un dio. E così fu. Ma il diavolo, poi, gli tolse la vita, facendolo avvelenare con l’arsenico nel whisky dal marito di una delle sue donne. Di Robert Johnson ci sono tre tombe ufficiali, ma nessuno sa (o finge di non sapere) dove sia davvero il suo corpo, se sia stato fatto a pezzi o se se lo sia portato il diavolo da qualche altra parte.            

 

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