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Carcerati

­­Cresce di nuovo il numero dei detenuti. noi abbiamo incontrato un ex carcerato, i ragazzi del Malaspina di Palermo, i panificatori di Rebibbia. e Ilaria Cucchi che ha dato vita all’associazione intitolata a suo fratello

Ven 26 Mag 2017 | di Servizio di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 19

Hanno perso il bene più prezioso, la libertà. Vivono nelle loro celle che vengono aperte 8 ore al giorno. Per respirare all’aria aperta hanno dalle quattro alle sei ore al giorno, momenti in cui il cielo non è più tagliato dalle sbarre, ma lo sguardo non può andare comunque oltre quell'orizzonte delimitato dal muro di cinta. Alcuni di loro vorrebbero scontare la pena in carceri più vicine alle famiglie, qualcuno è insubordinato, qualcuno si lamenta per la vita intramuraria, il sovraffollamento, l'incompatibilità con altri detenuti, la carenza di assistenza sanitaria e di servizi e anche della carenza nel trattamento o protestano contro il regime 41bis. In migliaia nel 2016 hanno fatto lo sciopero della fame (6532), hanno rifiutato il vitto e le terapie (1993), qualcuno ha danneggiato i beni dell'Amministrazione (2190), in 96.327 hanno partecipato a manifestazioni di protesta collettiva. 
Qualcuno, al contrario, ha provato a cominciare il cambiamento, ma qualcuno non ce l'ha fatta a sopportare il peso di quel cielo a quadretti: nel 2016, nelle carceri italiane, ci sono stati più di 8500 casi di autolesionismo, 39 suicidi, 1011 tentati suicidi e più di 100 evasioni e mancati rientri.
I dati sono stati pubblicati a fine maggio nel nuovo report, il XIII, redatto dall'Associazione Antigone (associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale). 
Al 30 aprile 2017, sono detenute 56.436 persone, 2.362 donne (4,2%) e 54.074 uomini (95,8%). 
Il massimo affollamento (187%) si registra nel carcere di Como, seguono Bergamo (180%) e Brescia (179,9%). 
Nel Lazio, il più affollato è il carcere di Cassino, con 323 presenze su una capienza di 203 (affollamento del 159,1%); seguono il Regina Coeli di Roma, con 930 presenze su una capienza di 622; Velletri, con 590 presenze su una capienza di 411; Latina, con 109 presenza su una capienza di 76; Civitavecchia (446 su 334); Roma Rebibbia Femminile (1417 su 1175); Roma Rebibbia terza Casa (316 su 266); Frosinone (562 su 506). Le carceri con un tasso di affollamento pari allo 0% sono quello di Lauro (Av), Camerino (MC) e Alba “G. Montalto” (Cn), gli Opg di Napoli Sant'Eframo e di Reggio Emilia; il Sant'Agostino di Savona e il carcere di Empoli. 
 
REATI COMMESSI
Al 31 dicembre 2016, i detenuti sono in carcere, al primo posto, per reati contro il patrimonio, reati contro la persona, stupefacenti, armi e all'ultimo posto per reati contro la personalità dello Stato.
Per quanto riguarda l'età, su un totale di 54.653 detenuti (Fonte: Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - Ufficio per lo sviluppo e la gestione del sistema informativo automatizzato - sezione statistica; dato aggiornato al 31 dicembre 2016 - ndr) quasi 8500 vanno dai 50 ai 59 anni, segue la fascia dai 35 ai 39, dai 30 ai 34, dai 40 ai 44. 
Per quanto riguarda i titoli di studio, al 31 dicembre 2015, i detenuti iscritti ai corsi universitari sono 178 (170 uomini e 8 donne; 153 italiani, 25 stranieri).
«Notiamo – spiega Alessio Scandurra di Antigone – che per la prima volta i numeri tornano a crescere, dopo un po' di anni. Veniamo da una stagione, 2010-2011, molto pesante e abbiamo subìto  anche le condanne della Corte Europea dei diritti dell'Uomo nel 2013. Sono stati anni di grandi difficoltà per la vita negli Istituti e la crescita che si registra, anche se ancora piccola, ha tutte le caratteristiche delle crescite strutturali e ci fa paura. Tra l'altro sono andamenti che, se non li inverti, non si invertono da soli. Se fai entrare più persone di quelle che escono, anche se la differenza di saldo positivo non è ampio, si accumula anno dopo anno».
In realtà il quadro normativo sembra positivo.
«Veniamo da una stagione di riforma, dove sono successe cose che non accadevano da anni. Ci sono stati più interventi, tante piccole cose messe assieme e siamo tornati in un quadro di normalità su vari fronti. Leggere, però, i decreti sicurezza di Minniti (Ministro dell’Interno - ndr) e quelli sulla legittima difesa danno la sensazione di un cambio di clima, in cui la paura e la sicurezza tornano al centro, il tutto quando i dati ci dicono, invece, che la criminalità è invariata».
Qual è la vostra indicazione?
«La nostra indicazione è andare avanti su quello che si è fatto in questi anni, dopo la condanna della Corte Europea dei diritti dell'Uomo, con le piccole riforme; alcune non sono andate in porto e ci sono tante indicazioni utili che basterebbe solo che diventassero norme. Non c’è bisogno di rivoluzioni né di altre idee brillanti a cui nessuno ha pensato. La politica deve fare ciò che la politica ha indicato come soluzione del problema e che non si faccia prendere dall'ansia elettorale. Per cui poi tutto passa in secondo piano e parte il tam tam sull'insicurezza, a cui si risponde mostrando i muscoli con ricette totalmente inutili».                                                                    

 


Bimbi in carcere

Al 30 aprile 2017 le detenute madri con figli al seguito presenti negli istituti penitenziari italiani sono 50. 
A Roma al "Germana Stefanini" Rebibbia Femminile CCF sono 4 i bambini italiani e 10 gli stranieri. 
A Torino al "G. Lorusso L. Cutugno" le Vallette CC sono 12. 
A Cagliari all’“Ettore Scalas” CC sono 2 (Fonte: Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - Ufficio del Capo del Dipartimento - Sezione Statistica).


 

In attesa di sentenza definitva

Una delle questioni di cui si dibatte spesso è la presenza di un numero troppo elevato di persone in carcere in attesa di sentenza definitiva: la media europea è del 21,7%; in Italia, si trova il 35,2% dei detenuti in attesa di sentenza definitiva. La Polonia è il Paese con il dato più basso, il 5,9%, mentre San Marino registra il dato più alto, il 100%.


 

La scuola dentro

Per quanto riguarda la formazione, al 31 dicembre 2016 i numeri di corsi scolastici sono 1476 dal 2015 al 2016, comprensivi di corsi di alfabetizzazione, di scuola primaria, secondaria di primo e secondo grado, per un totale di 18.161 iscritti. 
Di questi sono stati promossi il 48,1%.
«Tra le carceri migliori - spiegano da Antigone -, Milano Bollate è d'eccellenza, ma in molti altri Istituti ci sono attività o iniziative interessanti. Anche Roma Rebibbia resta un buon istituto». 

 


Nel nome di Dio

I detenuti cattolici sono 29.568, il 54,7% del totale.
I detenuti musulmani sono 6.138 unità (l’11,4%); gli ortodossi sono 2.263 (il 4,2% del totale); evangelisti, avventisti del settimo giorno, hindu e via dicendo rappresentano percentuali al di sotto dell’uno per cento; 14.235 persone (il 26,3% del totale) hanno preferito non dichiarare all’amministrazione penitenziaria la propria fede d’appartenenza, perché non credenti  o per altri motivi.

 


Stefano può farci cambiare   


Nata la “Stefano Cucchi Onlus” per tutelare i diritti fondamentali dell’uomo

L'abbiamo incontrata più volte in questi anni. Dopo la morte di Stefano, in occasione della pubblicazione del suo libro e della presentazione del documentario “148 Stefano - Mostri dell'Inerzia”. L'abbiamo seguita e sostenuta quando con coraggio, con quelle foto del corpo tumefatto del fratello, è entrata in Procura a Roma per chiedere la verità su quella morte. Ilaria ha lottato come solo una sorella può fare, ma con una forza che è diventata un esempio da seguire. A febbraio è stata inaugurata la Stefano Cucchi Onlus, un'Associazione nata dall’esperienza di questi anni. Intanto, a giugno riparte il processo. «Abbiamo alle spalle otto anni di processi sbagliati, durante i quali si pensava di scaricare la colpa della morte sul morto stesso. Ora siamo al momento della verità. E la verità la identifico nella parola omicidio. Per anni si è parlato solo di lesioni lievi».
Quando pensi sia cambiato qualcosa? 
«Quando ho mostrato le immagini del corpo tumefatto di mio fratello. Chiunque abbia avuto la forza di vederle ha capito quale era la verità: c’era un corpo devastato, c’era un essere umano che era stato lasciato morire di dolore, da solo, come un cane».
Se tu non ti fossi mossa forse non sarebbe successo nulla. Che Paese siamo?
«Nel nostro Paese c’è bisogno di eroi, purtroppo. L’eroe può essere un familiare, un amico o un avvocato, che si batte non solo con professionalità, ma anche con cuore. Come il nostro Fabio Anselmo, ormai diventato avvocato delle vittime di Stato. Questi processi sono complicatissimi. Bisogna crederci. Noi familiari, come lui, siamo continuamente sottoposti ad attacchi. Perché abbiamo un grande problema culturale in Italia. E la legge che è passata in Senato sulla tortura ne è una prova». Un problema culturale, come spiega anche Stefano Anastasia, Garante dei diritti dei detenuti del Lazio, per il quale “il caso di Stefano è il caso di una battaglia straordinaria che può aiutarci a cambiare la cultura. Noi vogliamo che sia di esempio per far capire come si devono trattare le persone in condizione di privazione della libertà”.
Sono passati quasi otto anni da quell'ottobre 2009. Cosa ricordi di quei giorni?
«Pochi giorni dopo la morte di Stefano - continua Ilaria -, un mio caro amico lo sognò. Stefano gli diceva che stava bene, gli chiedeva di riferirmi di andare avanti, che forse non avrei mai scoperto cosa era successo, ma che dovevo andare avanti, perché sarebbe servito ad altri. Io allora non potevo capire il significato di quelle parole… Sono passati 8 anni e ora lo capisco. E penso che tutto accade per un motivo. Ecco, io credo che la morte di Stefano, il suo sacrificio, è servito per dare voce ai cosiddetti ultimi».   
Cosa vorresti dirgli?
«Che secondo me si sbagliava: arriveremo alla verità e avremo giustizia!».                   

 


Stefano Cucchi: Morire di carcere

Il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi viene arrestato per droga dai Carabinieri al Parco degli Acquedotti di Cinecittà, a Roma. La sera stessa viene perquisita la casa dei genitori. Dopo una notte in cella, viene chiamato il 118 perché il ragazzo si sente male. 
Il 16 ottobre viene portato in Tribunale per la convalida dell’arresto. Uno dei carabinieri che lo accompagna riferirà al giudice di avere visto già da quel momento segni sulla faccia del ragazzo. Viene portato in aula, dove il padre vede subito che il figlio ha la faccia gonfia. Il giudice non concede gli arresti domiciliari. Stefano non sta bene. Viene portato a Regina Coeli. Viene disposto il ricovero all’ospedale Fatebenefratelli, dove gli riscontrano la frattura di due vertebre. Lui firma l’uscita per tornare in carcere. Peggiorate le sue condizioni, viene portato di nuovo al Fatebenefratelli e trasferito al reparto penitenziario dell’ospedale Pertini. I familiari, per avere notizie sullo stato di salute del figlio, cominciano una trafila burocratica, impeditagli dalle differenti informazioni fornite sia dagli agenti, che sono all’ingresso del Reparto, sia dal personale sanitario. Il 22 ottobre 2009, dopo 6 giorni in cui i familiari non hanno notizie sul motivo del ricovero del figlio, un carabiniere notifica alla famiglia di nominare un perito di parte per l’autopsia. Stefano è morto.

 


Reato di tortura: Amnesty e Antigone contro

è stata approvata il 17 maggio dal Senato (con 195 voti a favore e 8 contrari) la proposta di legge sull’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento italiano. Amnesty International Italia e Antigone hanno dichiarato: “Questa legge qualora venisse confermata anche dalla Camera sarebbe difficilmente applicabile. Il limitare la tortura ai soli comportamenti ripetuti nel tempo e a circoscrivere in modo inaccettabile l’ipotesi della tortura mentale è assurdo per chiunque abbia un minimo di conoscenza del fenomeno della tortura nel mondo contemporaneo; nonché distante e incompatibile con la Convenzione internazionale contro la tortura. Con rammarico prendiamo atto del fatto che la volontà di proteggere, a qualunque costo, gli appartenenti all’apparato statale, anche quando commettono gravi violazioni dei diritti umani, continua a venire prima di una legge sulla tortura in linea con gli standard internazionali”. 
Ricordiamo che il 26 giugno è la giornata internazionale per le vittime di tortura.

 


Non solo Cucchi

Oltre al caso Cucchi, c’è quello di Giuseppe Uva, fermato la sera del 13 giugno 2008 dai Carabinieri per aver messo delle transenne in mezzo alla strada, morto il 14 , nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Circolo, dopo aver passato una notte nella Caserma dei Carabinieri di Varese. Nel 2016 i poliziotti e i Carabinieri sotto processo vengono assolti dall’accusa di omicidio.
Altra storia triste quella di Federico Aldrovandi, morto il 25 settembre 2005, dopo essere stato fermato durante la notte da una pattuglia della Polizia. All’indomani si aprono due processi. Il primo, per omicidio colposo, vedrà nel 2012 la condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione per i quattro uomini per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi“. Nessuno sconterà la propria pena, tre di loro torneranno in servizio in veste amministrativa nel 2014. Il secondo processo, per diversi reati tra cui falso, omissione e mancata trasmissione di atti, si chiuderà nel 2010, con la condanna di altri tre poliziotti per depistaggio.

 


Sasà e la sua tempesta


Grazie al teatro in carcere l’ex ‘scugnizzo’ dei quartieri spagnoli ha trovato una via d’uscita

“Sono stato fortunato perché ho potuto vivere un carcere possibile”. Salvatore Striano comincia così a raccontare il suo carcere, i suoi anni dietro le sbarre, anche a Madrid, dove fu arrestato dopo un periodo di latitanza. «Ero latitante, mi arrestarono e poi mi trasferirono a Rebibbia, nella sessione di alta sicurezza. Ma io sono stato fortunato, perché, dopo poco, ho cominciato a fare teatro. Mi ricordo che mi sentivo sempre male quando rientravo dal teatro e dalla scuola nella mia cella: passavo davanti alle altre celle e vedevo gli altri detenuti che stavano lì chiusi per 20 ore al giorno!».

Non per tutti era possibile fare teatro?
«No... E invece tutti dovrebbero avere questa benedetta riabilitazione. Se io sono un disadattato, perché vivo in un mondo delinquenziale, quando arrivo in carcere mi dovresti rieducare. Quando questo non accade per tutti, significa che una fetta della popolazione rimane quello che è, anzi, si incattivisce, perché qual è il senso di rimanere rinchiusi per anni inutilmente?». 

Quando sei stato arrestato eri contento?
«Lo sono inconsciamente tutti i delinquenti coscienti. Io ero un criminale cosciente: sapevo quello che facevo tutte le mattine, avevo le mie ragioni che non sono ragioni, ma avevo le mie ragioni. E chi è come me, quando viene arrestato dice “Ass fa a' maronna”. Spontaneamente non mi sarei mai consegnato. Quando ti fermano, invece, non è colpa tua, ti hanno arrestato. E dentro di te ringrazi. L'altra parte di te, ovviamente, va in solitudine, in sofferenza, ma quello passa».

Quanto è difficile la convivenza in cella?
«È difficile, perché in quel caso la detenzione dipende anche da chi c'è in cella con te. E, se succede un fatto, è difficile credere che tu non c'entri niente. Se vuoi dormire, devi aspettare che anche gli altri vogliano dormire, se hai fame devi aspettare gli altri o se non hai fame sei costretto a mangiare; poi non puoi svegliarti prima altrimenti svegli gli altri ed è impossibile rimanere a dormire se gli altri si vogliono svegliare prima! Meglio stare solo in cella, dunque!».
 
Il carcere rieduca davvero? 
«Per me le carceri italiane non hanno la capacità di rieducare le persone. Non si ha la capacità di iniziare un programma sulle persone. Il punto è che in carcere non ci sono solo i grandi boss, che potrebbero non essere recuperabili e che se non vogliono cambiare non cambieranno. Le carceri sono anche piene di gente che potrebbe essere recuperata, se le fosse data una possibilità».

Tu sei nato e cresciuto ai Quartieri Spagnoli a Napoli: in certi quartieri ci si può sottrarre a un destino segnato?
«Lo puoi fare sempre. Ma io credo che non abbiamo insegnanti che formano. Le Istituzioni mancano. E poi, se tu mandi le persone in carcere a centinaia di chilometri da casa significa che consegni le persone in mano alla camorra. Se tu mettessi il carcerato a 10 minuti di distanza da casa, una donna si potrebbe organizzare meglio, invece che farsi pagare da un camorrista il viaggio e il sostentamento della famiglia!».

Quando hai cominciato con il teatro?
«Dopo sette mesi di carcere a Rebibbia (dove Sasà Striano è rimasto per otto anni - ndr) . Mi hanno letteralmente raccattato. Mi hanno dato il teatro perché stavo malissimo, avevo perso mia madre, ero caduto negli psicofarmaci».

Cosa hai provato la prima volta sul palcoscenico?
«Quando ho messo i piedi sul palcoscenico ho capito che anch’io ero una vittima, vittima di me stesso. E il teatro era il luogo in cui potevo salvarmi. Da piccolo nel quartiere non andavo neanche a scuola, pensavo di fare Robin Hood e invece ero tremendo. Sono andato a scuola solo fino alla terza elementare. Non sapevo neanche scrivere quando sono entrato a Rebibbia. Avevo 24 anni. Quando sono andato a fare teatro ho scoperto che per fare qualsiasi cosa bisogna sapere leggere e scrivere. Che per fare teatro per forza devi sapere leggere: allora ho cominciato ad andare a scuola. Dalla scuola non scappi se vuoi fare qualcosa di buono nella vita e se non ci vai ad 8 ci vai ad 80 anni. E più leggevo e più imparavo che anche noi carcerati abbiamo diritti e che si potrebbe migliorare la vita in carcere. L'arte è in grado di mettere in crisi chi entra in carcere». 

Eppure c'è un ma... 
«Se fai teatro con 300 persone su 1500, quei 1200 vincono, sono di più. I 1200, mentre i 300 fanno teatro, fanno un corso di aggiornamento di criminalità. Io, se entro in carcere che faccio le rapine, poi imparo a usare le pistole e a fare le bustine. Lo strumento carcerario italiano ti incattivisce, ti imbastardisce, invece il carcere dovrebbe insegnare il bello, dovrebbe rilassare, non dovrebbe portare verso la rabbia, la frustrazione. Se non dai il teatro, la scuola, la pittura, che sono piccoli strumenti, non si va da nessuna parte... E soprattutto, i 1200, dopo il ‘corso di aggiornamento’, saranno anche più scaltri e sarà difficile che vengano arrestati se combinano qualcosa».

Tu perché sei stato arrestato? 
«Perché sono stato tradito dagli amici. Perché gli amici non esistono in quel mondo. Se vuoi avere un amico tienitelo nel mondo legale. Perché nell'illegalità l'amicizia non esiste. Se non avessimo fatto i delinquenti non sarebbe accaduto. Nella delinquenza non ci possono essere sentimenti». 

Dopo otto anni a Rebibbia, sei uscito e per te è arrivato il cinema, “Gomorra” di Matteo Garrone, “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, e poi i libri, tra cui “La tempesta di Sasà”, che si ispira chiaramente a Shakespeare.
«Nei personaggi di Shakespeare ho trovato tutta la mia esistenza. E ho scelto quel titolo, perché nella tempesta ci sono tre elementi: vendetta, perdono e libertà. Ognuno ha dentro la propria tempesta ed io ero prigioniero non solo del carcere, ma anche della camorra. Con il teatro io ho trovato la mia libertà!».    


 

Cotti in fragranza


I ragazzi dell’Istituto Penale Minorile di Palermo realizzano biscotti con prodotti a km zero o coltivati in beni confiscati

La porta si apre lenta, seguendo il tempo scandito dal carcere. La porta di ferro è dipinta di un grigio chiaro, è pesante. Mazzi di chiavi tintinnano. Chiavi che aprono, chiavi che chiudono. Al di là di quelle porte di ferro, vive una ventina di ragazzi che ha una età compresa tra i 14 e i 25 anni. Il dinamismo della città di Palermo arriva, lo sento, nonostante quelle porte e i muri alti, ma a loro è precluso. Di giorno studiano e il pomeriggio qualcuno lavora, qualcuno segue altri corsi. Molti devono ancora imparare a leggere, qualche straniero non capisce bene l'italiano, quasi tutti scoprono i propri talenti stando lì dentro. Sono giovanissimi e hanno tante storie da raccontare, storie che spesso ti comunicano solo con gli sguardi, con la diffidenza o con l'attenzione. I corridoi sono colorati: ci sono disegnati i Paesi del mondo, i segnali stradali, la piramide alimentare, scritte in italiano e anche in arabo. Lungo un corridoio decine di cartelloni raccontano il passaggio di molti scrittori, che, con discrezione, varcano quella porta per raccontare la loro esperienza, ma soprattutto per provare a capire cosa significa vivere lì dentro, cosa significa per un ragazzo nato e cresciuto nella famiglia sbagliata stare lì e cercare di imparare che un’alternativa è possibile. Il Malaspina di Palermo, Istituto Penale Minorile, è uno di quei luoghi in cui un futuro si prova a costruirlo per questi ragazzi, grazie all'impegno di tante persone e di un direttore, Michelangelo Capitano, che fa di tutto per far conoscere loro le eccellenze, per dar vita a progetti, per renderli autonomi per quando usciranno da quella porta di ferro, che si chiuderà lenta alle loro spalle. 

“BUONICUORE” BUONI DAVVERO
Da un anno, i ragazzi sono protagonisti di un biscottificio, “Cotti in fragranza”, aperto nella stessa struttura in cui si trova il carcere, ma accessibile al pubblico. La squadra è formata da cinque giovani Nicolò, Angelo, Andrei, Pino, Giuseppe. A coordinare il progetto Lucia Lauro e Nadia Lodato. Prima realtà imprenditoriale dentro un Istituto Penale per i Minorenni del Sud (terza in Italia), l’obiettivo è promuovere l’inclusione dei giovani del Malaspina, che potranno diventare lavoratori specializzati ed autonomi, anche al di fuori del percorso detentivo. I ragazzi hanno cominciato producendo biscotti al mandarino, ma ora li fanno anche con il cioccolato, con lo zenzero (che coltivano loro) e con il sale! I biscotti sono buoni e fragranti e presto saranno in tutta Italia! 
Info: www.cottiinfragranza.com                       


 

Dal mare nascono speranze

Si chiama Lisca Bianca ed è una barca ormeggiata a Palermo con una storia tutta da raccontare. Per conoscerla abbiamo sentito l'ingegnere Francesco Belvisi, che ha seguito la parte tecnica di restauro della barca: «Il lavoro comincia qualche anno fa. Non è semplice seguire il restauro di una barca, occorrono molti mezzi, anche economici, è necessario trovare sponsor, associazioni e persone di buona volontà. A dar avvio al rapporto con il carcere minorile di Palermo ed alla collaborazione con alcuni ragazzi è stato Elio Lo Cascio, con il quale collaboro, che già lavorava con loro. Avuta l'idea, ne abbiamo parlato con il Direttore, Michelangelo Capitano, che è stato molto contento». La barca, con la quale una coppia di pensionati aveva fatto il giro del mondo in tre anni e che poi era stata abbandonata dopo la morte dell’uomo, diventa, dunque, la protagonista di un progetto a cui lavorano 10 giovani, tre dell’istituto penale Malaspina e sette di una comunità terapeutica. Un lavoro che ha come scopo il restauro e il re-utilizzo di Lisca Bianca, per attività volte all’nclusione di soggetti con una fragilità sociale. E da questa estate tornerà a solcare il mare a pieno regime.

 


Fine pane mai


A Roma la prima caffetteria aperta al pubblico all’interno di un carcere

Laura Bruzzaniti

Il primo bar pasticceria aperto al pubblico dentro un carcere è stato inaugurato a Rebibbia alla fine di aprile. Si chiama "Fine pane mai - La 3a bottega", terza bottega come la terza Casa Circondariale di Rebibbia, dove si trovano i detenuti che preparano la pizza e il pane. 
La bottega è una caffetteria di confine: la sua porta d'ingresso è proprio sul muro lungo oltre 3 chilometri che circonda il carcere di Rebibbia, periferia di Roma est, e segna il limite  tra dentro e fuori. Ma la bottega non ha niente da invidiare a una pasticceria del centro di Roma: un camino, un bancone lucido pieno di dolci, pizza, pane, un angolo gastronomia con piatti pronti, un grande specchio, tavolini all'aperto in un piccolo cortile.   
Come è nata l'idea?  
«Il progetto è nato nel 2012, finanziato dalla Cassa Ammende del Ministero della Giustizia e dalla nostra azienda - ci racconta una persona della Panifici Lariano che preferisce rimanere anonima -. è stato messo su un forno all'interno del carcere, sono stati acquistate tutte le attrezzature necessarie per un laboratorio di panificazione, alcuni detenuti hanno seguito un corso di formazione per diventare panificatori e poi ne abbiamo assunti otto, con contratto regolare, che ora preparano pane pizza e prodotti di gastronomia». 
Chi sono i panificatori di Rebibbia? 
«Sono tutti uomini, tra i 20 e i 40 anni, italiani e stranieri. Solo otto per ora, ma se le cose vanno bene il forno e la bottega potrebbero dare lavoro fino a venti persone». 
Già da alcuni anni vendete a supermercati e discount, come Auchan, Sma e Eurospin: è stato facile fino ad ora?
«Lavorare con i detenuti non è sempre facile, non tutti hanno la stessa motivazione». 
Perché questa apertura?  
«L'idea è quella di aprire il carcere al quartiere, la bottega vuola "abbattere il muro". Ci interessa l'aspetto sociale di questo progetto e vogliamo che i nostri clienti siano soprattutto le persone del quartiere, non solo chi lavora nel carcere o chi viene a trovare un parente. Vogliamo che il carcere sia visto in modo diverso da chi abita qui intorno, che diventi normale venire a Rebibbia per prendere un caffè o comprare il pane». Una scommessa che si può vincere.      
 
         
 

 

Poggioreale: La monnezza diventa musica

Si è fatto conoscere perché dalla spazzatura Maurizio Capone fa nascere strumenti musicali. Ed ora questo lavoro si è spostato anche in carcere, quello di Poggioreale a Napoli, dove, con alcuni detenuti, ha cominciato a realizzare strumenti in vista di una eventuale produzione. A fornire il materiale i rifiuti del carcere! Fondatore nel 1982 dei “Capone & Bungt Bangt”, gruppo considerato precursore della eco music mondiale, Maurizio è impegnato in molti progetti, oltre alla ristampa dell’ultimo disco “Mozzarella Nigga”: «Con i detenuti il lavoro principale consiste nel rendere il materiale di risulta del carcere appetibile e gradevole per quanto riguarda l’aspetto visivo. I miei strumenti, quelli che uso anche nei miei concerti, restano grezzi allo stato puro, perché quello che conta è solo l’acustica. Mentre con i detenuti, oltre all’acustica, cerchiamo di curare il design poiché sono degli strumenti che verranno commercializzati con il marchio Bungt e Bangt. E i proventi andranno proprio a loro!».
 

 


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