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Salma Hayek: La voce delle donne

Salma Hayek: l’attrice messicana sa come far sentire la sua voce in favore dei più deboli. Ma il compito più difficile è quello di mamma... soprattutto dopo l’attentato a Manchester

Mer 28 Giu 2017 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Nel vocabolario personale di Salma Hayek la parola “impossibile” non esiste. E se qualcuno prova anche solo a pensare che la statura minuta dell’attrice sia sinonimo di vulnerabilità allora si prepari ad affrontare una vera e propria tigre. Prendendo in prestito una battuta di “Dirty Dancing” potremmo dire che “nessuno può metterla in un angolo”, come ha ricordato al Festival di Cannes con tutta la grinta di cui è capace. Creatrice degli incontri “Women in motion di Kering”, non si accontenta del titolo di “moglie trofeo” di un miliardario, ma si rimbocca le maniche per lasciare un mondo un po’ migliore di quello che ha ricevuto in eredità. In Messico, dov’è nata e cresciuta, le hanno detto che non ce l’avrebbe fatta e che magari avrebbe visto Hollywood solo da una cartolina. E invece no: non solo ha sfiorato un Oscar come miglior protagonista per “Frida”, ma si cimenta anche come regista e produttrice, oltre che filantropa. Quando la incontri, però, non srotola il curriculum per fare colpo, d’altronde non ne ha bisogno perché colpisce innanzitutto per il calore umano che sprigiona. 

A guardarla sembra invincibile, ma c’è qualcosa al mondo che le fa paura?
«Essere mamma è un compito difficile, avrei voluto avere le parole giuste per spiegare a mia figlia Valentina perché al concerto della sua cantante preferita, a Manchester, c’è stato un attentato (Il 22 maggio durante il concerto di Ariana Grande nell’arena della città c’è stato un attentato kamikaze che ha ucciso 22 persone - ndr). Lei poteva essere tra il pubblico, ce l’avrei portata di sicuro se fossi stata nei paraggi: ecco, questo pensiero mi atterrisce. La notizia non mi ha fatto dormire per svariate notti, mi sono messa a piangere, spaventata e devastata davanti ad una simile atrocità. Come genitore so che questa reazione emotiva è la più complessa da gestire…».

Come donna sente di dover dimostrare una maggiore forza?
«È una necessità, dobbiamo lavorare più duramente per dimostrare di essere brave, ecco perché sogno un film al femminile. Vedo tanto potenziale attorno a me e vorrei canalizzarlo in maniera creativa».

Chi o cosa ha ispirato questo suo desiderio di far sentire la propria voce?
«La prima volta che l’ho provato è stato con “Willy Wonka e la fabbrica del cioccolato”: appena ho visto il film ho capito che esiste davvero un universo in cui tutto è possibile, senza alcun limite. Mi si è accesa una lampadina, capisci? Ero piccola e allora non mi passava neppure per la mente l’idea di fare l’attrice, ma sapevo di voler vivere in quel mondo, in un posto in cui i sogni si realizzando e la fantasia non conosce confini. La recitazione è arrivata dopo, con la voglia di mettere in scena quella magia».

Ci può fare un esempio virtuoso?
«Il Festival dei ragazzi di Doha (Aiyal Youth Film Festival): lo sapevi che è gestito da tre donne? Stanno cambiando il cinema iniziando dall’angolo di mondo a loro affidato. Sono musulmane, indossano il burka e al tempo stesso incoraggiano il cambiamento fornendo un esempio virtuoso alle nuove generazioni. Noi tutti abbiamo bisogno di persone come loro che hanno raggiunto un risultato auspicabile anche altrove, avere una comunità cinematografica composta per metà da uomini e per metà da donne, capace di rappresentare la popolazione a cui si riferisce. In un contesto sociale dove la popolazione femminile soffre di maggiori restrizioni, questo mi sembra un modo efficace di ridare loro la voce».

Ogni volta che la si incontra, lei propone un modo nuovo per incoraggiare l’uguaglianza di genere. Ora a cosa sta lavorando di nuovo?
«Le attività dell’associazione sono molto variegate e si propongono di aiutare la realizzazione di film con tematiche sociali. La fondazione Kering non aiuta solo con un sopporto economico, ma trovando i fondi necessari per la produzione, oltre ad elargire borse di studio. Quest’anno al Festival di Cannes il premio ad Isabelle Huppert ha permesso all’attrice di scegliere una regista a cui offrire un sostegno economico per il prossimo film».

Ci sono tanti progetti artistici slegati dalla sala. E poi c’è l’esperienza di Netflix.
«L’esperienza al cinema rimane importante e non può essere sostituita perché è un momento collettivo, un modo per manifestare il rispetto per l’arte, uscendo di casa e andando a sedersi in una stanza buia accanto a sconosciuti. Mi sembra una finestra romantica e un modo per sentire il senso di comunità, uno dei pilastri dell’umanità».

Che rapporto ha lei con le nuove tecnologie?
«La tecnologia aiuta a fare passi avanti e arricchisce l’esperienza, ma accanto ai blockbuster abbiamo bisogno di progetti intimi. In un tempo di grandi cambiamenti a volte fa bene ritrovare la strada della tradizione».

Crede che le donne stiano trovando uno spazio maggiore nel mondo dello spettacolo?
«Parlarne è il primo passo. Sentire discorsi ispirati come quello di Patricia Arquette sull’uguaglianza di genere all’Oscar aiuta la consapevolezza ma la strada resta lunga».

A Washington le donne hanno sfilato nella Women’s March il giorno dopo l’elezione del Presidente Donald Trump. Cosa ne pensa?
«Si è creata una divisione anche tra le donne, da una parte quelle proattive e dall’altra coloro che hanno votato per Trump nonostante le premesse sessiste, e a me sembra un quadro piuttosto esaustivo di quanto succede nella società. La situazione comunque innesca un dibattito, come è successo con le elezioni in Francia, e si spera porti ad un cambiamento».

Questa consapevolezza aiuta anche nei casi di violenza?
«La conoscenza è fondamentale, ecco perché sostengo le campagne a favore della consapevolezza su temi delicati come la violenza sulle donne. Serve molto coraggio per parlarne, anche quando la situazione sembra difficilissima da gestire. Tempo fa abbiamo lavorato in Sud America per sensibilizzare all’uso di protezioni le prostitute del luogo, ma spesso vengono violentate da bulli e persino da poliziotti». 

Come si fa, allora?
«Quando la violenza è continua finisce per sembrare normale, ci si abitua come se non fosse mai accaduta. Come donna, me ne sono accorta ben prima di essere diventata un’attivista. Ricordo benissimo come mi sentivo a 26 anni, da araba-messicana a Hollywood, quando tutti ridevano di me, persino alla scuola d’arte, quando pensavano che non sarei andata da nessuna parte, al punto che persino gli agenti e i produttori mi prendevano in giro continuamente. È successo anche a Benicio Del Toro all’inizio della carriera. Certo, se sei carina ottieni un ruolo più facilmente, ma poi finiscono per pensare che tu sia anche stupida».

E se non lo sei?
«Altro problema: se sei sveglia allora la rabbia dell’interlocutore aumenta. Oddio, pensa, “la scimmia parla e fa i calcoli d’algebra” e il primo istinto è di liberarsene. E sai come reagiamo noi donne? Con la forza delle guerriere che fa parte del nostro DNA». 

Lei ha prodotto la serie di “Ugly Betty”. L’immagine non è tutto?
«Prendi i social media: sono loro a dettare i parametri di bellezza e perfezione, ma è irraggiungibile, fatta di filtri e ritocchi, e una ragazza che non si sente all’altezza di questi standard vuole nascondersi dietro ad un alter ego e un personaggio che non esiste. “Ugly Betty” non voleva farlo perché la protagonista non era magra né attraente, ma non ho mollato. La versione sudamericana ha totalizzato 16 milioni di spettatori solo al primo episodio, perché ha fornito un prodotto basato sulla meritocrazia, da guardare con la famiglia. Non chiamatelo solo intrattenimento: cinema e tv hanno anche la responsabilità sociale di veicolare messaggi profondi».

 



MUSA LATINA


Salma Hayek (nome d’arte di Salma del Carmen Hayek Jimenez-Pinault), classe ’66, nominata agli Oscar per “Frida”, è una delle artiste più impegnate a Hollywood per l’uguaglianza di genere. Con la fondazione Women in motion di Kering non solo sensibilizza l’opinione pubblica sul ruolo delle donne nella società e nel mondo dello spettacolo, ma sponsorizza progetti per sostenere giovani talenti al femminile. Al Festival di Cannes organizza talk con alcune delle colleghe più talentuose, da Susan Sarandon a Juliette Binoche, da Diane Kruger a Robin Wright. Il marito, il magnate francese Francois-Henri Pinault, da cui nel 2007 ha avuto una bambina, Valentina Paloma, la incoraggia a perseguire queste battaglie sociali, che includono l’impegno con Unicef e altre associazioni. L’attrice, di origini messicane, ha lasciato il college per inseguire il sogno di diventare attrice. Il successo arriva accanto ad Antonio Banderas in “Desperado”, a cui seguono “Dal tramonto all’alba”, “Breaking Up”, “Across the universe”, “Il racconto dei racconti”, “Le belve” di Oliver Stone e prossimamente ‘“e hitman’s bodyguard”. Ha prestato la voce a Kitty nel cartoon “Il gatto con gli stivali”, spin-off del dissacrante “Shrek”.

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