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Isole Derawan, come Robinson Crusoe

Quattro isole tropicali deserte in cui vivere un’avventura incredibile

Mer 28 Giu 2017 | di Testo e foto di Roberto Gabriele | Mondo
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Sono passati già 10 anni, a luglio 2007 mi stavo preparando a partire per una delle avventure più incredibili della mia vita: un viaggio nel Borneo, tra giungla e isole deserte.
Il Borneo è la terza isola più grande del mondo ed è divisa in una piccola parte costiera, che si trova in territorio malese, e una parte, la più estesa, fatta tutta di giungla impenetrabile che si chiama Kalimantan ed appartiene all’Indonesia. Proprio qui siamo andati noi: in un piccolo arcipelago di isole tropicali sconosciute al turismo. Le Isole Derawan sono sei e solo due sono abitate, le altre sono completamente deserte e per vederle occorre organizzarsi bene. 
Quando siamo andati, lo abbiamo fatto per puro desiderio di esplorazione, per il piacere della scoperta, di poter vedere qualcosa di esclusivo, un paradiso inesplorato. Non è un viaggio semplice da organizzare: innanzitutto si ha bisogno di una guida specializzata che sappia condurre in posti così sperduti in cui ogni imprevisto può trasformarsi in un problema o una tragedia. Undici persone che arrivano dall’Italia hanno necessità di muoversi in sicurezza.

L’ACQUA POTABILE: PRIMO PROBLEMA
La prima cosa imprescindibile della quale occuparsi è l’acqua potabile… Nella giungla l’acqua non manca: la prendi dal fiume ed è pulitissima, ma nelle isole deserte circondate dal mare, l’acqua da bere è un grosso problema, nessuno ha voglia di raccogliere quella piovana che nessuno può assicurarmi che ci sarà, nonostante il monsone. Faccio quindi due conti sul fabbisogno giornaliero e compro acqua in bottiglie di plastica sufficienti per tutti: tre litri a persona per undici persone per otto giorni fanno quarantaquattro casse di acqua da sei bottiglie! Un numero decisamente impressionante. Ovviamente trovarle prima di partire, nel porticciolo di Tarakan, è difficile, ma noi non ci perdiamo d’animo: prendiamo un pulmino e ci facciamo portare a fare la spesa in un supermercato più grande. In questi posti, pagando pochi spicci puoi ottenere qualsiasi servizio inizialmente non previsto!

I VIVERI: SECONDO PROBLEMA
Anche i viveri non sono una cosa semplice da gestire: le verdure non si conservano per 10 giorni fuori dal frigo, idem per le uova. Formaggi non se ne trovano perché in zona non ne producono. Quindi risolviamo il problema della conservazione con i famosi formaggini con la mucca disegnata sulla scatola. Poi scatolame di mais e tonno locale e fagioli e le solite patate che non mancano mai nel menu di sopravvivenza. Immancabile la pasta. Il pesce lo pescheremo in navigazione.

DOVE E' IL CABINATO?
Fatta la spesa andiamo al porto a prendere la barca: speriamo tutti in un cabinato spartano ma, quando arriviamo, ci rendiamo conto che l’unica cabina presente a bordo è quella del timoniere, nella quale ovviamente è impossibile dormire! In effetti partiamo per andare a dormire sulle isole, il cabinato non ci occorre: abbiamo le nostre tende per colonizzare le spiagge vergini di queste isole che si trovano due gradi al di sopra della linea dell’Equatore. Saliamo dunque su una specie di peschereccio di legno che ha un tendalino sopra, fortuna che non puzza di pesce marcio: sarà la nostra casa galleggiante per otto giorni.

160 KM A BORDO DI UN PESCHERECCIO
Inizia la navigazione: circa 100 miglia marine (160 km) da fare sul nostro peschereccio. Impiegheremo una giornata intera per coprire la distanza. Finalmente arriviamo a destinazione: attracchiamo su una delle due isole abitate: Pulau Panjang. Qui troviamo un piccolo villaggio molto vivo, c’è il porticciolo e per noi un alberghetto, nulla di lusso ma le stanze sono delle palafitte in mezzo al mare e collegate con un pontile alla terraferma, sotto di noi vediamo delle grandi gabbie in mare: servono per l’allevamento delle aragoste che mangeremo a cena: una aragosta intera a sette euro! Prima di cena decidiamo di fare un aperitivo. Ci accorgiamo però di quanto sia difficile spiegare ai locali cosa sia un aperitivo! Ma noi abbiamo tempo e voglia di spiegarlo al povero ristoratore. Alla fine non ha nulla di ‘spizzicabile’, ma riusciamo a farci preparare una frittura di calamari con una birra calda (non c’è il frigo). 
La location in riva al mare, su un’acqua cristallina e circondati dal silenzio rotto solo dalle onde sono invece la cornice perfetta per una serata fantastica prima di iniziare il tour.

NEL NULLA
Al mattino successivo prendiamo il nostro peschereccio con il pieno di benzina fatto alla volta di Pulau Maratua, la prima delle isole deserte in cui sbarchiamo: essendo deserta l’isola, non c’è neanche un approdo; la nostra barca oltrepassa la barriera corallina, si avvicina a riva e ci tuffiamo nelle acque basse per procedere a piedi fino alla spiaggia. Naturalmente in questo modo scarichiamo a mano l’acqua, le tende, i viveri e… le fotocamere! Siamo soli, sulla spiaggia di un’isola deserta dove non potete neanche pensare alla copertura del segnale per i cellulari, nulla che ci avvicini in qualche modo alla civiltà: quando fa buio, tra le tende, riusciamo a vedere grazie alla luna e al fuoco che accendiamo sulla spiaggia usando i rami di palma secchi che raccogliamo nel pomeriggio. 
Totalmente isolati, niente acqua se non la nostra, nessun rifugio, niente corrente elettrica e in caso di una qualsiasi emergenza sanitaria che può sempre capitare, siamo ad almeno 10 ore di navigazione dal più vicino ospedale. 

UN PARADISO SOLO TUO
Stare su un’isola deserta è eccitante, lo senti, lo sai che quell’angolo di paradiso in terra è reale, e per quel giorno è solo tuo! Un’isola deserta è destabilizzante, perché sai di essere da solo e vedi realizzato un sogno che pensavi potesse esistere solo nella tua fantasia. Lontanissimo da tutto e da tutti. Sei da solo con te stesso! 
Il tempo si dilata, le giornate vengono cadenzate solo dal ritmo della natura, dal sorgere e calare del sole, dal caldo, dalle piogge e dalle maree. Ti accorgi che improvvisamente cambia la tua scala di valori e di priorità. 
Lì non ti servono soldi né tecnologia, né auto, né abbigliamento, ti basta la fotocamera, l’acqua, qualcosa da mangiare e per accendere il fuoco. Oltre alla benzina nella barca per tornare a casa, non hai bisogno di altro.

GLI UOMINI CON IL PUGNALE
Personalmente non amo il mare, non mi piace stare in spiaggia a prendere il sole, ma qui è tutto diverso e sento stimolata la mia curiosità di fotografo e di viaggiatore. Mi sono cercato delle occasioni per scattare foto e ho scoperto la bassa marea, un fenomeno del tutto normale in natura a qualsiasi latitudine, tranne nel momento in cui mi accorgo che su quell’isoletta che vedo davanti a me quella mattina, nel pomeriggio posso andarci a piedi! E così facciamo: raggiungiamo l’isoletta, camminando su un prato di stelle marine, che sono rimaste sul fondo sabbioso del mare in certe pozze di acqua lasciate dal mare quando si ritira. Ad un certo punto, sul lato opposto dell’isoletta, vediamo da lontano una barca ormeggiata e cinque uomini tutti armati di pugnale che camminano sulla spiaggia. Essendo quella una zona di pirati, il primo pensiero naturalmente è il peggiore: se sono stati lì per noi non abbiamo scampo, come minimo ci ruberanno tutto. Ma intuisco che se sono lì per noi verrebbero direttamente sulla nostra isola e che quella non mi sembra una azione di attacco. Infatti li avviciniamo nonostante tengano i pugnali in mano: sono dei semplici cercatori di ostriche che approfittano della bassa marea per raccogliere i preziosi mitili da vendere ai ristoranti!

DORMIRE SOTTO LE STELLE
Nella fascia equatoriale fa buio presto: intorno alle 18, tutto l’anno. E così poco dopo quell’ora si cena e si resta a rimirare il cielo stellato e ad ascoltare lo sciabordio delle onde che di notte si colorano dei bagliori verdi generati dal plancton. Rimaniamo estasiati dallo spettacolo e nessuno ha il coraggio di dire banalità…. Non ci sono neanche zanzare, per cui ci possiamo addormentare sulla spiaggia, fuori dalle tende e attendere l’alba...

IL PIACERE DELL’OZIO
Quando fa giorno abbozziamo una specie di colazione: qualche biscotto e una tazza di the, non abbiamo altro e questo sarà il nostro menù per i prossimi 10 giorni. La giornata prosegue con l’esplorazione dell’intricata foresta di mangrovie che ricopre l’isola. Scopriamo dei curiosi animaletti che assomigliano a delle velocissime lucertole anfibie con gli occhi grandi che respirano fuori dall’acqua ma che sono velocissime a tuffarcisi per difendersi se temono il pericolo. Scopriamo il piacere dell’ozio filosofico, della noia dialettica, impossibile fare programmi, non ci sono alternative che lasciar passare le ore della giornata continuando a pensare se davvero sia bello vivere in paradiso. Tra un silenzio e l’altro, tra una palma e un varano, ogni tanto qualcuno si determina a rompere gli indugi e tuffarsi in mare armato di maschera, boccaglio e pinne per fare un po' di snorkeling nella barriera corallina. Anche qui si aprono per me dei mondi nuovi e inesplorati: non ho mai nuotato sulla barriera corallina, solo stando con la testa sott’acqua entri in un mondo parallelo, il grande blu. Sotto di me a pochi centimetri ci sono coralli e pesci coloratissimi, uscendo di pochi metri, la barriera corallina sprofonda fino a perdita d’occhio, molti metri più in basso vedo pesci enormi che mi inquietano quanto basta per ritornare nella mia zona di comfort: sopravvivere in un’isola deserta non mi spaventa, le profondità misteriose del mare invece ci riescono benissimo.

POCO PIU' DI UNO SCOGLIO
Sangalaki è poco più di uno scoglio, sarebbe disabitata se non ci fossero 4 rangers che vivono lì per fare una serie di studi sulle tartarughe marine giganti che arrivano a decine ogni notte per fare il nido e deporre migliaia di uova. Qui è impossibile dormire fuori dalla tenda: le tartarughe ti passerebbero sopra e la cosa non sarebbe bella: un animale del genere facilmente supera i 150 chili! Evitano invece le tende perché le vedono come ostacoli. La notte in quest’isola però l’abbiamo passata in bianco a guardare lo spettacolo della natura. Le tartarughe arrivano in spiaggia, e vanno dritte come se sapessero già dove andare a fare il loro nido, e anzi, sicuramente lo sanno benissimo, poi si fermano e iniziano a scavare una buca profonda circa 80 centimetri, appena finita la buca si mettono su di essa in posizione per deporre le uova e poi la richiudono con la sabbia. Il respiro della tartaruga mentre lavora è impressionante, è un forte sospiro, quasi un rantolo che si sente forte e deciso nel buio della notte. Tutta la nidificazione dura circa 2 ore. Avviciniamo i ranger che censiscono il fenomeno: quante tartarughe per ciascuna notte, dove depongono le uova, quante ne fanno. Sono dei giovani ragazzi che vivono qui sull’isola e fanno anche un lavoro duplice di ripopolamento: da una parte prendono alcune uova e le mettono nelle incubatrici per farle dischiudere in modo sicuro lontane dai pericoli, e dall’altra creano delle gabbie sulla sabbia  intorno ai nidi che terranno fino a quando si schiudono le uova, poi proteggeranno alcuni piccoli dai predatori fino a quando arriveranno al mare. I varani e gli uccelli sono pericolosissimi sia per le uova che per i neonati mentre si avvicinano all’acqua del mare, in quel momento sono vulnerabilissimi: pochi di loro riescono ad arrivare a riva, gli altri piccoli muoiono di stenti solo per uscire dalla sabbia o vengono predati. E’ questa la dura legge della natura.

COMPLETAMENTE DISABITATA
Pulau Kakaban è un’isola incredibile: anche questa è completamente disabitata, è palesemente il cratere di un vulcano spento che esce dal mare ed è pieno di acqua marina senza alcun collegamento con il mare aperto. Questo ha fatto sì che all’interno del cratere ci sia un lago di acqua marina nel quale l’unica forma di vita sono milioni di piccole meduse non urticanti tra le quali si può nuotare liberi da ogni pericolo. Sull’isola l’unico pericolo sono invece alcuni piccoli serpenti non velenosi ma tossici, il loro morso non è letale ma occorre fare molta attenzione per non passare qualche ora con grossi problemi. Piazziamo le tende sull’unico spazio disponibile in tutta l’isola che non sia in pendenza: un pontile di legno che fa da attracco per le barche. Tutto bene fino a quando nel pomeriggio iniziano ad avvicinarsi le nuvole, non semplici nuvole da pioggia. Arrivano dal mare nere, profonde e minacciose. Il tempo passa dal sole al buio in pochi istanti e rimane oscurato per un’oretta: aspetto così di fare il mio incontro con il monsone. 

Hai presente il detto della calma che precede la tempesta? Ecco… Improvvisamente dal nulla si alza un vento fortissimo, è un vento che è dato dall’improvviso cambio di temperatura, quasi che Zeus abbia aperto il portone dell’uragano, riusciamo ad entrare in tenda e un minuto dopo il cielo si apre in una secchiata di acqua che attraversa i teli delle tende come se non ci fossero. Impossibile anche svuotare gli interni della tenda: l’acqua ci sommerge completamente, inutile anche rimanere dentro, tanto vale uscire fuori a lavarsi finalmente per la prima volta dopo una settimana con l’acqua dolce. Sfruttiamo il monsone per una doccia che ci toglie il sale accumulato sulla pelle ma non i ricordi di un viaggio straordinario oltre i confini dell’immaginario.  




COME ARRIVARE


Il modo migliore per arrivare alle Isole Derawan è un volo su Singapore e poi proseguire con Silk Air per Balikpapan che fa collegamenti diretti. Da Balikpapan si prosegue con un volo fino a Tarakan da cui ci si imbarca per le Isole Derawan con mezzi privati o locali. 

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