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L'umiltà che rende invincibili

La storia vera della crescita, della caduta e della rinascita di un padre Turkana nel deserto del Kenya

Mer 28 Giu 2017 | di Giacomo Meingati | Attualità
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Emuria da bambino veniva portato dal padre a pescare, in tramonti color rame nel Lake Turkana.A piedi nudi con l’acqua alle caviglie caricavano la piccola barca, poi ci salivano e si spingevano al centro del lago. In lunghe attese tra tramonto e stelle, Locheriang, il padre, raccontava ad Emuria i miti e le leggende dei Turkana.

«Ricorda, ragazzo – gli diceva -, non è importante essere un uomo perfetto che non sbaglia mai. Lo Spirito della Notte ci porta a farci del male innanzi ai nostri errori, è proprio quello che vuole. Lo Spirito dell’Abisso, invece, vuole che ce ne freghiamo, che non miglioriamo. Invece, ragazzo, quando ti criticano, anche se ti viene da arrabbiarti, ringrazia quella persona perché le sue parole sono oro per te, che ti fa crescere. Non darti mai addosso, non giustificarti: vedi l’errore e ripeti a te stesso “la prossima volta migliorerò” e riparti sempre positivo».

Emuria amava il padre Locheriang, perché non era un padre perfetto che gli insegnava come si doveva essere perfetti, lo amava perché era una persona sincera e da lui imparò ad essere vero ed umile.

Finché un giorno, vennero i signori della guerra, della tribù nemica dei Pokot. Da secoli Pokot e Turkana si sfidano con le razzie armate per rubarsi il bestiame. Ci furono frastuono e spari, morti e feriti, gli uomini fuggirono.

Fuggirono tutti tranne uno.

Emuria si nascose dietro un albero gigante osservando il padre Locheriang che rimase da solo a difendere le donne ed i bambini del villaggio.

 «Cosa sei, pazzo, vecchio pastore? – disse un giovane guerriero Pokot - sei solo, arrenditi».

«Un Turkana non fugge mai – rispose Locheriang -, fosse anche l’ultimo uomo nel villaggio, difenderà le donne e i bambini».

«E dove sono gli altri uomini?», chiese il giovane ridendo. «Evidentemente - disse Locheriang - di uomo nel villaggio ero rimasto solo io».

Il giovane Pokot uccise Locheriang, mentre suo figlio nascosto guardava.

Lo Spirito della Notte entrò nel cuore del piccolo Emuria, che pianse tutte le sue lacrime in quella maledetta giornata. Ritrovò la madre, continuò a vivere, crebbe, si sposò, ma lo Spirito della Notte albergava nel suo cuore.

Iniziò a bere, elemosinare soldi che poi perdeva al gioco, in sigarette e in alcool. Picchiava regolarmente i figli e la moglie, cui faceva scontare tutti i suoi fantasmi. 

Ogni dannata notte la stessa insonnia, ogni dannato risveglio lo stesso rancore.

Finché la moglie, Teresa, iniziò a partecipare ad un programma di aiuti umanitari. Tornò a casa con dei libri, dei documenti, su cui si riuniva con altre famiglie, con le quali poteva sfogare i suoi problemi. Aveva perso ogni fiducia nel marito, lo prendeva in giro e lo chiamava fallito, ma il confronto con altre realtà familiari e altre donne la portarono a cambiare atteggiamento, ad accoglierlo, parlarci e sostenerlo.

Lei iniziò a capire che aveva del valore dentro di sé, ed iniziò a donare al marito il caldo fuoco del suo sorriso: e non c’è niente al mondo come il sorriso di una donna che possa salvare un uomo dalla notte del suo cuore che gli divora gli anni e i sogni.  

Andò avanti così per mesi, finché una notte Emuria corse piangendo fuori dalla casa, attraversando il deserto fino al lago. Camminò con l’acqua alle caviglie e pianse amare lacrime dimenticate.

Un forte vento lo carezzò con mano forte, come se qualcuno volesse dirgli «Coraggio ragazzo, coraggio. Non è importante non cadere mai, l’importante è non giustificarsi, non condannarsi: ma dire a se stessi “la prossima volta migliorerò”».

Emuria pianse lacrime di amore e di coraggio.

Iniziò a frequentare le nuove amicizie e il progetto di sostegno in cui era entrata la moglie, e ad aprirsi su tutta la sua storia. Al sostegno umano si aggiungeva anche quello economico. E con quei soldi Emuria rimise in sesto la barca da pescatore di suo padre. 

Andando a pescare ogni mattina, prima del sorgere del sole, si vergognava di se stesso perché, conoscendolo, gli altri del villaggio lo deridevano quando vendeva il pesce e quando passava con la barca. «Ehi Emuria, vecchio pazzo alcolizzato – dicevano – nessuno comprerebbe il pesce da te nemmeno se fosse l’ultima cosa da mangiare sulla faccia della terra!».

Nel suo lavoro Emuria, sbagliò, molte volte. 

Non era bravo a fare i conti, spesso dimenticava i pesci in giro, a volte non riusciva a pescarne a sufficienza. Lo Spirito della Notte e lo Spirito dell’Abisso scherzavano con lui, dicendogli che non era capace, che era un fallito, che non era nessuno, lui si vergognava ma poi chiudeva gli occhi, li alzava al cielo, stringeva i pugni e andava avanti.

Emuria mandò i suoi figli a scuola con questo lavoro, la moglie gli disse che era fiera di lui, e fecero un altro figlio che chiamarono Locheriang, come il padre morto. Fu il figlio della gioia ritrovata. 

Le tribù nilotiche come i Turkana hanno dei nomi speciali, nomi che non si possono mettere alla nascita, è proibito, possono essere messi soltanto in grandi occasioni, per motivi particolari, per onori unici e irripetibili.

Il capo degli anziani del villaggio, una mattina, camminò verso il chiosco dove Emuria vendeva il pesce. «Sì, lo so – gli disse Emuria quando lo vide - sono un disonore per il clan e non dovrei stare qui perché…».

Il capo degli anziani lo zittì, altero e fiero.

«Conoscevo tuo Padre – gli disse - era mio amico. Lui è morto rispettando la tradizione dei Turkana, non fuggendo, ma tu Emuria, hai fatto di più. Nessuno aveva mai sconfitto lo Spirito della notte nel suo cuore come hai fatto tu. Ed è per questa ragione, che da oggi ti chiameremo Enkalimon, che vuol dire “uomo umile”». 

Detto questo, l’anziano se ne andò. Da quel giorno, di Enkalimon nessuno rise più. 

La moglie, i figli, tutti furono fieri di lui. 

Quando Enkalimon mi raccontò questa storia a Kalokol nella terra dei Turkana, la finì ripetendomi le parole di suo padre: «Ricorda ragazzo, non è importante essere un uomo perfetto che non sbaglia mai. Lo Spirito della notte ci porta a farci del male innanzi ai nostri errori, è proprio quello che vuole. Lo Spirito dell’Abisso invece vuole che ce ne freghiamo, che non miglioriamo ma ci giustifichiamo senza metterci in discussione. Invece ragazzo, quando ti criticano, anche se ti viene da arrabbiarti, ringrazia quella persona perché le sue parole sono oro per te, che ti fa crescere. Non darti mai addosso, non giustificarti: vedi l’errore e ripeti a te stesso “la prossima volta migliorerò” e riparti sempre positivo».


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