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MIGRANTI

Fuggono dalle guerre, dalla povertà e dai cambiamenti climatici. uno di loro, Alì, racconta il suo viaggio durato cinque anni da Kabul a Roma passando per Lesbo, l’isola dei giusti...

Mer 28 Giu 2017 | di Servizio di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 15

Fuggono dalle guerre, dalla fame, dai cambiamenti climatici. Attraversano deserti, pagano contrabbandieri, vengono fatti prigionieri, vengono torturati, picchiati, violentati. Chi arriva in porto attraversa il mare su imbarcazioni instabili, sovraccariche, fatiscenti. Piccole, troppo piccole per contenere quella umanità che spesso si trasforma in un corpo senza vita che galleggia, si gonfia e affonda per sempre in una distesa d'acqua che si fa tomba. Non ci vogliono invadere, non ci vogliono rubare nulla, non ci vogliono sottrarre spazio e serenità. Si muovono perché hanno un sogno: una vita normale, poter inviare soldi ai familiari, lasciarsi alle spalle le bombe, le guerre, quella polvere insopportabile che prima di farsi polvere erano case, templi, storia… I flussi migratori da qualche anno stanno mettendo a dura prova il sistema comune europeo, facendo spesso individuare nello straniero giunto dal mare il nostro nemico, colui a cui attribuire la crisi, “mettendo in luce, in una situazione di fragilità economica, la vulnerabilità di un'unione di Stati che non sono ancora riusciti a fornire una risposta unitaria e univoca al fenomeno”, come si legge nel “Dodicesimo Rapporto dell'Osservatorio Romano sulle Migrazioni” pubblicato ad aprile. 

65MILA MIGRANTI SBARCATI
Dall'inizio dell'anno a oggi sulle coste italiane sono sbarcati 65.450 migranti, il 17,72% in più rispetto allo stesso periodo del 2016. Secondo il Viminale, la regione che ne ospita di più è la Lombardia (13%), davanti a Lazio (9%), Campania (9%), Piemonte (8%), Veneto (8%), Emilia Romagna (8%), Toscana (7%), Puglia (7%) e Sicilia (7%). I Paesi dai quali proviene il maggior numero di migranti sono Nigeria (9.800), Bangladesh (7.244), Guinea (6.136), Costa d'Avorio (5.778), Gambia (4.173), Senegal (4.078), Marocco (3.522), Mali (3.286), Eritrea (2.626) e Sudan (2.533). I minori stranieri non accompagnati sbarcati, dall'inizio dell'anno al 31 maggio, sono stati 8.312. Eppure non tutti riescono ad arrivare in Italia. Stando ai dati forniti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni sarebbero oltre 1.500 i migranti morti da inizio anno, di questi 1.442 nel tratto del Mediterraneo che separa la costa nordafricana da quella italiana.

CRESCE IL NUMERO DI CHI SE NE VA
Ma chi arriva non sempre vuole rimanere. Negli ultimi tre anni c’è stata una crescente percentuale di persone che ha lasciato l'Italia per altri Paesi europei: “Delle 151.000 persone sbarcate, solo 83.000 hanno presentato richiesta di asilo nel 2015. è il caso dei siriani che, anche se giungono in Italia e in Grecia, proseguono il loro viaggio in Paesi della Mitteleuropa, in particolare in Germania” (Fonte Dodicesimo Rapporto dell'Osservatorio Romano sulle Migrazioni). A questo si aggiunge la questione ricollocamento. è di giugno la querelle tra Ue e Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca. lI mancato ricollocamento dei migranti dall’Italia e dalla Grecia, previsto dal programma europeo di luglio 2015, ha determinato, infatti, l’apertura di una procedura di infrazione per i tre Paesi. Ma qual è lo stato dell’arte? Il tasso effettivo di accoglienza dal nostro Paese verso gli altri Stati membri è del 19,7%: solo un rifugiato su cinque ha potuto andare via dall’Italia. Mentre i posti messi a disposizione dai singoli governi avrebbe dovuto far giungere il tasso al 40%. I Paesi più ‘generosi’ sino ad ora sono stati Germania, Finlandia, Olanda. 

LA SPESA PER L’ACCOGLIENZA
Uno dei dati più interessanti è quello relativo alla spesa italiana per l’accoglienza, che è stata nel 2016 di 3,3 miliardi di euro (al netto dei contributi della Ue che sono stati pari a 120 milioni). Per il 2017 ne sono stati previsti 3,8 di miliardi. Ma se pensiamo che il gettito fiscale e contributivo riconducibile alla presenza straniera in Italia raggiunge i 16,5 miliardi di euro e che la spesa pubblica complessivamente rivolta agli immigrati può essere stimata in 12,5 miliardi di euro, il saldo finale nazionale è in attivo (I dati si riferiscono al 2014 e sono della  Fondazione Leone Moressa).

GLI STRANIERI CI FANNO BENE
Dal punto di vista demografico, nel 2015, gli italiani in età lavorativa rappresentano il 63,2%, mentre tra gli stranieri la quota raggiunge il 78,1%. Il tasso di occupazione è maggiore di quello degli italiani, ma nella maggior parte dei casi (66%) si tratta di lavori a bassa qualifica. Nel 2015 si contano 656 mila imprenditori immigrati e 550 mila imprese a conduzione straniera (il 9,1% del totale). A fine 2016 le imprese straniere sono 571mila, mentre quelle italiane negli ultimi sei anni sono calate del 2,7%. Queste aziende contribuiscono, con 96 miliardi di euro, alla creazione del 6,7% del valore aggiunto nazionale.  




STRANIERI PIU' GIOVANI


Le differenze demografiche tra italiani e stranieri sono destinate ad aumentare negli anni, anche perché la popolazione straniera passerà da un’incidenza dell’8,3% al 14,6% del 2030.  Nel 2016 gli anziani sono il 23% tra gli italiani e solo il 3% tra gli stranieri.  Secondo la previsione Istat, nel 2030 gli anziani saliranno al 29,2% tra gli italiani e all’8,2% tra gli stranieri.

 


IL SUD HA PIU' COMUNI ACCOGLIENTI


A fine 2016 i migranti accolti in Italia sono 175 mila. Di questi, solo il 14% presso centri SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), gestiti direttamente dai Comuni. Il restante 86% alloggia in strutture di emergenza. La Fondazione Leone Moressa ha analizzato i numeri dello SPRAR nei Comuni italiani, osservando dove si ospitano più migranti in rapporto alla popolazione residente. Tra i 118 comuni capoluogo di provincia, 80 hanno in piedi un centro Sprar e 12 possono vantare un indice d’accoglienza superiore a 1 migrante ogni mille abitanti. Nella graduatoria, tra i primi 12 compaiono 7 comuni del Sud: Agrigento, Trapani, Siracusa e Ragusa, Crotone, Vibo Valentia e Matera. 

 


DA KABUL A ROMA

 
Alì a 7 anni scappa da Kabul e dopo 5 anni arriva a Roma. Oggi è laureato in Giurisprudenza, ha una famiglia ma ancora non è cittadino italiano
 
Ha solo 28 anni Alì. Ha gli occhi e i capelli scuri e quei tratti somatici che ci fanno immaginare la sua provenienza da un Paese lontano. Un Paese da cui è scappato quando aveva sette anni. Quando una bomba è caduta sulla sua casa di Kabul e gli ha ucciso i genitori. «Io ero a scuola. Quando sono tornato non c'era più niente. Pensavo di aver sbagliato il luogo in cui si trovava casa. C'erano solo macerie. Poi ho visto mio fratello piangere: la casa era distrutta. I miei genitori erano morti, ma nessuno me lo ha detto. Ho aspettato a lungo che venissero a prendermi. Ma non è arrivato nessuno».
Alì non piange, è frastornato e attende. Finché un giorno il fratello, che ha 10 anni più di lui, gli comunica che ha deciso di partire. 
«Siamo partiti insieme salendo su un furgone, a me hanno legato, nascondendomi in mezzo alle valige. Avevano paura che i talebani ci potessero fermare. Nessuno poteva fuggire. Dall'Afghanistan siamo arrivati in Pakistan: lì dei contrabbandieri ci hanno portato in Iran, dove ci siamo fermati qualche anno. Mio fratello lavorava, io non avevo i documenti, non potevo studiare. Ha lavorato tre anni per mettere da parte i soldi da usare per pagare altri contrabbandieri per farci portare in Turchia. Noi volevamo arrivare in Europa, mio fratello voleva che studiassi».
Arrivano in Turchia e il fratello di Alì decide di imbarcarsi su un gommone per raggiungere la Grecia. 
«Avevo 11 anni. Lui parte con alcuni amici con un gommone di plastica. Io rimango ad Istanbul. Dopo 24 ore dalla sua partenza non ricevo nessuna telefonata. Poi vedo i genitori dei ragazzi con cui era partito: sono loro a dirmi che mio fratello è morto, il gommone era bucato. Mi portano a casa loro. Ma non posso fare niente e allora decido di partire, grazie alla generosità di quella famiglia che mi presta 800 dollari. Eravamo 14. Partiamo verso mezzanotte, intorno alle tre cominciamo ad imbarcare acqua. Tutti cominciano a nuotare, ma io non so nuotare. Sotto la mia pancia c'è una tanica di benzina vuota che uso come salvagente. È così che galleggio e vado alla deriva fino a che arrivo sulle rive di Lesbo. Non avevo paura di morire: avevo paura di rimanere solo».
All'arrivo Alì finisce in un centro di accoglienza: «Era come un carcere. Rimango lì per tre mesi, in attesa. Tutti aspettavano un foglio provvisorio, un permesso di soggiorno. Molti andavano ad Atene. Io vado a Patrasso: volevo raggiungere l'Italia perché io sono sempre stato cristiano e avevo il sogno di andare nella capitale del cristianesimo, Roma».
Dopo cinque anni dalla partenza, Alì arriva a Roma.
«In qualunque parte del mondo ci sono persone che lucrano sulla povera gente. A Roma, nei centri di accoglienza ho vissuto questo. Quello che è uscito con mafia capitale io l'ho vissuto. Io ero minorenne e ci minacciavano continuamente, non potevamo dire nulla. Poi quando sapevano dei controlli, una settimana prima cominciavano a mettere in ordine i centri. Oppure quando veniva la tv, ci preparavano la prima colazione come se fossimo in un hotel a cinque stelle e a pranzo ci servivano primo, secondo e contorno. Alcune parti del centro le tenevano chiuse, dicendo che non erano agibili, ma non specificando che noi in quelle aree ci vivevamo. Sono stato lì fino ai 18 anni. Dopodiché mi hanno mandato in un altro centro di accoglienza, sempre a Roma. Lì ci servivano anche cibo scaduto. Una volta dei ragazzi si sentirono male, per questo li portarono all'ospedale e la notizia uscì sui giornali. Ricordo che la responsabile si arrabbiò moltissimo con chi li aveva portati in ospedale: disse che per lei era meglio che morissero piuttosto che far scoppiare lo scandalo».
Alì viene spostato in un altro centro.
«Eravamo 180 persone e ne dichiaravano 400 per prendere più soldi. Quando arrivavano i controlli, aggiungevano letti a castello. Il soffitto delle stanze era pieno di muffa e c’erano scarafaggi ovunque».
Eppure Alì non si arrende: si diploma e poi si iscrive all'Università.
«Nei centri ho frequentato il Professionale, ho preso il diploma e poi mi sono iscritto a Ragioneria e dopo il diploma mi sono iscritto a Giurisprudenza. Grazie alla borsa di studio sono riuscito ad andare via dal centro. Adesso sto frequentando l'ultimo anno del Master in Regolamento del Mercato dell'Unione Europea».
Alì ce la sta facendo, ma ci sono molte cose che dovrebbero cambiare.
«Credo che accoglienza non significhi dar da mangiare e da dormire. Non si possono prendere soldi e intascarli, ma bisognerebbe investirli nella crescita culturale dei migranti. Se io prendo 30 euro ad immigrato, 20 li devo dare a lui, obbligandolo ad andare a scuola, prendendo l'autobus e pagando il biglietto. Io voglio rimanere in Italia, qui ci sono ormai i miei amici e la mia famiglia. Ma ci sono delle regole che dovrebbero essere cambiate. Ho lasciato il mio Paese a sette anni, da quando ne ho tredici sono in Italia, ora ne ho ventotto e ancora non sono cittadino italiano!».      

 


LESBO: L’isola dei giusti

Con il giornalista Daniele Biella nell’isola greca in cui vige solo una legge: quella dell’accoglienza
 
Chi sono i giusti? Cosa è giusto? È giusto seguire le leggi dello Stato o a volte è giusto sottrarsi a queste leggi e seguire quelle del cuore? Se lo domandava Antigone più di 2000 anni fa. Ce lo domandiamo noi, oggi, di fronte agli sbarchi, di fronte a quei corpi senza vita, a quelle braccia tese, a quei bambini nati su barche di 'fortuna', se lo domanda anche Daniele Biella, giornalista e scrittore che di queste tematiche si occupa da anni e che ha da poco pubblicato “L'isola dei giusti. Lesbo crocevia dell'umanità” (edizioni Paoline).
«Ho voluto raccontare storie di persone che vivono da sempre sull'isola, che si sono trovate lì con l'arrivo di centinaia di migliaia di migranti. Persone che hanno considerato naturale l'accoglienza».

Chi sono i giusti?
«La persona giusta è una persona che fa prevalere la giustizia sociale alla legge, che va al di là della legge. Perché se la legge dice che tu non puoi salvare e accogliere, perché quelle che arrivano sono persone che non hanno documenti e tu potresti essere accusato di favoreggiamento, cosa fai? La risposta dei giusti è: accolgo! Attraverso le storie che racconto nel libro, sette, provo a far capire la normalità del bene, contrapponendola alla banalità del male».
 
Come hai raccolto le storie?
«Occupandomi da anni di questo tema, ho vissuto dall'Italia il periodo degli arrivi di massa, pensando sempre che prima o poi sarei andato lì. Quando è diminuito l'afflusso sono partito: avevo una curiosità umana. Alcune persone le conoscevo già, altre storie mi sono capitate. Sono storie di persone che hanno aperto la loro casa, che hanno cominciato ad ospitare, a dare vestiti e qualcosa di caldo. Prima di partire, avevo preparato un progetto, avevo una idea di libro che la casa editrice aveva appoggiato. Andando là senza conoscere molte delle storie che poi ho raccontato, ho voluto in qualche modo sperimentare sulla mia pelle il loro modo di accogliere chi non conoscono».
 
Qual è una storia che ti ha molto colpito?
«Quella del californiano, padre di tre figli, prete ortodosso con moglie norvegese. Per il lavoro della moglie, si viene a trovare a Lesbo quindici anni fa. Poi sono arrivati i profughi e lui è diventata una figura di riferimento anche dell'Unhcr: durante il periodo di maggior afflusso ha gestito il campo preparato dalle Nazioni Unite. La cosa pazzesca è che lui proviene da una famiglia in cui genitori ce l'avevano con tutti, anche con i drogati, erano contro il diverso. Ora insegna ai volontari come prendere un gommone senza farlo ribaltare. Quando l'ho visto la prima volta mi è sembrato Gesù: era lì sulla riva del mare con tutte quelle persone intorno…».

Come è la situazione ora?
«è pesante. Sono reduce da un incontro a Bruxelles proprio con il Commissario per l'immigrazione in Europa, che è greco. Gli hotspot non funzionano, non arrivano i documenti e migliaia di persone rimangono bloccate, mentre pezzi di famiglia si trovano altrove, in Germania per esempio. Anche a livello mentale è faticoso da sopportare». 

C'è una questione che negli ultimi mesi ha occupato le pagine dei giornali: le Ong e quell'accusa di essere colluse. 
«L’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, Frontex, ha dichiarato che non c'è nessuna collusione. Sostiene anche che se ci fossero prove il Procuratore dovrebbe tirarle fuori. L'unica cosa che si chiede è una maggiore collaborazione alle Ong. Mi ha lasciato stupito 'scoprire' quando sono stato a Bruxelles che alcuni parlamentari europei lancino ancora queste accuse. Possibile che non abbiano chiesto a Frontex risposte come abbiamo fatto noi giornalisti?».

Come ha cambiato l’accoglienza gli abitanti di Lesbo?
«Ti rispondo con quello che mi ha detto un pescatore: qualcuno pensa che dopo un naufragio, ci fai il callo a vedere le persone morte. Non è così. Ogni volta è come se fosse la prima volta e non ti puoi assuefare. La cosa meravigliosa è che, nonostante le difficoltà economiche e il calo anche del turismo a causa degli sbarchi, loro vanno avanti. Dafne, una dei protagonisti, mi ha detto: “Il mio albergo ha perso il 70% dei turisti, però non fa niente, bisogna fare quello che bisogna fare”. Dicono: “Voi le vedete in tv queste persone, noi le vediamo nel momento in cui arrivano, messe malissimo, distrutte, stanche, sporche. È naturale aiutarle…”. Penso che dovremmo andare tutti lì per capire cosa significa o fare qualcosa».

In cosa si sbaglia mediaticamente? 
«Si parla di emergenza e la gente crede nei luoghi comuni. E la politica spesso strumentalizza». 

 


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