acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Paolo non è un eroe

Parla Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, a 25 anni dalla sua morte

Mer 28 Giu 2017 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 11

Quando Paolo è morto c'è stata una presa di coscienza molto forte, soprattutto tra i giovani con i vari movimenti, come la protesta delle lenzuola che era una sfida alla mafia. Sembrava fosse svanita l'indifferenza. Sembrava ci fosse stata una reazione dello Stato. Per qualche anno mi sono illuso fosse bastata la morte di Paolo a cambiare le cose e a realizzare il suo sogno. Poi tutto è tornato come prima, se non peggio». 
Comincia così Salvatore Borsellino il suo racconto di questi venticinque anni che ci separano dalla strage di Via D'Amelio a Palermo nella quale persero la vita il magistrato Paolo e i cinque agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
«Per i primi cinque anni ho lottato. Poi mi sono fermato per dieci anni. Avevo perso la speranza e non avevo più diritto di parlare, perché Paolo non l'aveva mai persa. Io dopo quei cinque anni durante i quali avevo visto il compromesso morale, la complicità, il puzzo che ammorbava l'aria, non riuscivo a proseguire. Pensavo che il sacrificio di Paolo fosse stato inutile. Poi, nel 2009 ho ricominciato, fondando questo movimento, quello delle Agende Rosse, ricominciando a lottare per la verità, come ci aveva detto nostra madre all'indomani della morte di Paolo: ricordo che chiamò me e Rita e ci disse “andate dappertutto, parlate!”. Così ho ricominciato a parlare per rabbia e poi per speranza. Soprattutto grazie ai giovani nei cui cuori Paolo c'è ancora».
Paolo non era un eroe e questo è importante ribadirlo, perché trasformarlo in eroe ci 'autorizza' a non fare niente... 
«Giovanni, Paolo non sono né eroi né santi: li vogliono fare diventare icone da mettere lì. La gente deve capire, invece, che, se c'è bisogno di eroi, questo è dovuto all'indifferenza di tanti, al fatto che non tutti abbiamo fatto quello che dovevamo. Se tutti facessimo la nostra parte, la partita sarebbe vinta! Paolo era un magistrato, un uomo che voleva fare ciò che era suo dovere. L'ha continuato a fare anche quando pezzi dello Stato tramavano contro di lui. Anche quando aveva capito che era in atto una infame, scellerata trattativa».

Li ricordi quei 57 giorni che separano la morte di Giovanni Falcone da quella di tuo fratello?
«Me li ricordo quei 57 giorni. Li ho vissuti, riuscendo ad affrontali nonostante sapessimo tutti che sarebbe successo. Non pensavamo sarebbero stati solo 57… Io abitavo già lontano dalla Sicilia, ma lui ci dava coraggio. Ricordo le sue parole il 25 giugno alla Biblioteca di Palermo, al trigesimo della morte di Giovanni. Solo grazie alla sua forza, siamo riusciti ad affrontare quella morte che sapevamo sarebbe arrivata. Lo sapevamo noi e nostra mamma».

Tu hai anche insegnato nelle scuole…
«Ho insegnato per un anno, quando decisi di andare via da Palermo, facendo una scelta diversa da Paolo. Feci domanda di insegnamento per trasferirmi al Nord. Mia moglie, invece, ha sempre insegnato. E ti dico che grazie a quella esperienza e grazie agli incontri con i ragazzi, mi sono convinto che Bufalino (insegnante e scrittore scomparso nel 1996 - ndr) avesse ragione quando diceva che un esercito di maestri sconfiggerà le mafie. Perché quello che fanno i magistrati e le forze dell'ordine è repressione, mentre la lotta alla mafia deve essere un movimento culturale e morale. E deve essere una lotta nelle famiglie, nelle scuole, in noi stessi, come diceva Rita Atria: “Dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi”».

Girando nelle scuole cosa ti colpisce?
«Nelle scuole mi colpisce l'estrema attenzione, superiore a quella degli adulti, con la quale i ragazzi ascoltano le cose che dico loro: sono loro che mi danno la forza di andare avanti... ».

Quest’anno una ciclo-staffetta, “L’agenda ritrovata”, organizzata dall’Associazione “Orablù” con il supporto di Agende Rosse, arriverà a Palermo il 19 luglio. 
«L'idea mi era venuta due anni fa. Poi l'anno scorso ho incontrato questi ragazzi dell' “Orablù” che hanno avuto il mio stesso pensiero e così gli abbiamo dato corpo. Ci sono tre tedofori che percorrono l'Italia e chi vuole può unirsi. Ho deciso di dire sì perché sul loro logo c'è disegnata una freccia che indica un cerchio, segno che Paolo metteva nella sua agenda, quella grigia, quella rimasta, per indicare gli appuntamenti con mamma, sia telefonici che personali. Con questa staffetta ogni sera l'agenda rossa ‘dorme’ in una casa amica diversa. E questo è simbolico, perché questa agenda rossa sparita è un nodo cruciale: la strage fu fatta da chi sapeva che quel giorno lui avrebbe avuto quella agenda con sé. La staffetta riporterà questa agenda a Palermo. Paolo mi diceva sempre “perché non torni?”. Ecco io gli voglio dire: “Sono tornato e ti ho riportato l'agenda”».

 



LA GUERRA. UNA STORIA SICILIANA

“La guerra. Una storia siciliana” è un reportage di Tony Gentile che racconta il quotidiano di Palermo e della Sicilia tra vita di strada, politica, omicidi nel periodo che va dal 1989 al 1996. 
Edito da Postcart, il libro è a cura di Giuseppe Prode. 
Le fotografie pubblicate in queste pagine sono tutte state scattate da Tony Gentile e presenti nel libro.

 



Una foto ti rende eterno

E' Tony Gentile l'autore di quella fotografia che ha consegnato alla Storia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Uno scatto divenuto icona di una intesa spezzata per sempre dalla mafia
 
Me lo ricordo quel 19 luglio del 1992. Ero a casa dei miei cugini. Faceva caldo. La tv accesa. E poi quelle immagini. I palazzi bombardati, le macchine trasformate in carcasse e gli uomini in ombre.
Ci ha cambiati per sempre quella giornata, come ci aveva cambiati il 23 maggio. 
Per gli italiani il 1992 è uno spartiacque tra un prima e un dopo nel quale ancora cerchiamo di capire cosa sia successo e cosa stia succedendo. Per i siciliani quelle due date hanno rappresentato uno schiaffo violento, una esplosione esterna e interiore. Da quel momento non ci sono state più scuse per nessuno, nessuno ha potuto più dire di non sapere, di non vedere. Di fronte a quell'odore che brucia la gola, a quelle immagini, al tritolo, a quella guerra tutti hanno dovuto abbassare la testa e poi alzarla per provare a rinascere. In questi venticinque anni sono tante le immagini che hanno provato a raccontare i due giudici. Ma ce n'è una che li ha immortalati per sempre in un momento di normalità. 

È la foto scattata da Tony Gentile, allora freelance e collaboratore del Giornale di Sicilia, che 57 giorni prima del 23 maggio li immortalò durante una conferenza stampa.
«Era il pomeriggio normale di un cronista: c'era un convegno, a cui partecipavano vari personaggi. Tra cui Falcone e Borsellino. C’erano tanti giornalisti e altri magistrati. Era tutto organizzato dal giudice Giuseppe Ayala. In realtà c'erano molti giornalisti perché da poco era stato ucciso Salvo Lima (parlamentare siciliano della Dc ucciso dalla mafia nel marzo 1992 - ndr) e tutti volevano porre domande su quell'argomento, più che seguire il convegno. Io ero lì non solo per il giornale, ma anche per me: volevo delle foto d'archivio di Falcone e Borsellino. Non era frequente vederli insieme. Ad un certo punto, mentre un relatore stava parlando, vedo un movimento e capisco che sta per succedere qualcosa di interessante da un punto di vista fotografico. Mi sposto velocemente davanti al tavolo e scatto una sequenza. Tra queste, una riesce particolarmente bene. Io non me ne accorgo in quel momento, perché allora si usava l'analogico e i tempi erano più lunghi per vedere il risultato di una foto. Ma avevo la percezione che ce ne fosse una buona».

Poi sei andato al giornale?
«Sì, sono andato al giornale, ho sviluppato e ne ho stampate alcune. Il capo si complimentò, ma ne scelse un'altra dicendo che questa sarebbe stata usata un'altra volta».

Le foto finiscono in archivio per 57 giorni. 
«A distanza di 57 giorni da quello scatto, muore Falcone e la foto cambia il suo significato. La stampo e la mando ad un'agenzia che la fa girare per i giornali romani. Qualcuno la compra e la mette in archivio. A 57 giorni di distanza dal 23 maggio, il 19 luglio, la sera in cui muore Borsellino i giornali fanno una ricerca e trovano questa foto e la pubblicano in modo vistoso, perché quella foto rappresentava e rappresenta l'unione di due persone legate nella lotta alla mafie e poi nella morte».

Quello scatto continua ad essere replicato e stampato. Quanto ti ha cambiato quella foto?
«Ho deciso di fare il fotografo perché volevo essere presente, vedere, immortalare, essere il tramite della memoria. Ed è così che poi un'immagine diventa eterna. In questo senso mi ha cambiato quella foto: quella foto ha lasciato un segno, per sempre. E non tanto per i premi o perché è stata pubblicata, ma perché per la gente rappresenta l'immagine con la quale ricordare i due giudici».

Cosa è cambiato a Palermo in questi 25 anni?
«L'apparenza è che non sia cambiato molto nelle persone. C'è stata una grande rivoluzione, potentissima direi nell'immediato, ma poi è come se tutto fosse tornato come prima. Quello che è avvenuto è un cambiamento strozzato. Come se non si riuscisse a chiudere il cerchio. E la mafia, nel frattempo, ha cambiato le sue strategie, eppure negli atteggiamenti quotidiani è immutata. A differenza di quanto sosteneva Falcone non credo che la mafia sia destinata a sparire. Perché il male è insito nell'uomo e la mafia è un aspetto di questa malvagità. Noi possiamo provare a bilanciare questo male, creando nuovi equilibri, rispondendo con i numeri».

Nel 2015 hai pubblicato il libro “La guerra. Una storia siciliana”, a cura di Giuseppe Prode. Eravamo in guerra? Siamo in guerra?
«Eravamo in guerra e lo sapevamo. Nel libro, che è una raccolta fotografica, con Giuseppe abbiamo voluto raccontare la vita normale che scorre accanto alle guerre. Non è un libro di soli morti ammazzati. Abbiamo provato a raccontare cosa accadeva in questo microcosmo negli anni di Mani Pulite, dei morti, di Craxi, Andreotti. Ho raccontato i cambiamenti in questo stato di guerra: perché quando i palazzi vengono sventrati, ci sono i militari, vuol dire che si è in guerra. Non pensi mai che ti possa scoppiare una bomba vicino casa, quando vivi in uno stato normale. Se sei in guerra, invece, lo metti nel conto. Le stragi questo ci hanno fatto capire: che la guerra non era più chirurgica, ma che era violenta e pericolosa».




LE TAPPE

Da Ivrea a Palermo passando per Roma, Latina, Napoli, Pizzo Calabro, Messina, la ciclo-staffetta sta percorrendo la Penisola. Nella città di Latina, dove è previsto un pit stop il 5 luglio, il giorno della strage di Via D’Amelio i giardini pubblici saranno intitolati a Falcone e Borsellino.
 

Condividi su:
Galleria Immagini