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A me piace il sud

Viaggio tra chi resiste, tra le eccellenze, la bellezza e la Provvidenza, tra chi prova a cambiare, in silenzio e con un lavoro quotidiano, la propria terra

Mer 26 Lug 2017 | di Angela Iantosca | Bella Italia
Foto di 26

A me piace il Sud, in tutte le sue sfumature: nelle inflessioni dialettali, in quel caldo che ti avvolge, nel vento dal mare, nelle strade faticose da percorrere. Mi piace per il cibo, per il calore della gente, per le sue contraddizioni; mi piace nel centro e nelle periferie dove l'umanità è più esasperata, in conflitto, addolorata e legata alla terra. Mi piace il Sud per i colori, i contrasti, le voci alte, il silenzio di certi paesi, per i mari che lo avvolgono, mi piace per quella gente che resiste. E anche per quella rabbia che sa suscitare certa indifferenza, il non sentirsi cittadini, ma sudditi, per quell'eterna questione meridionale, per la rassegnazione, per il tempo che ha un ritmo più lento, per il fervore culturale, per il Sole alto a mezzogiorno, per la canicola estiva e quel fresco che si sente in certe case dalle mura spesse, case che custodiscono sapori e odori di una volta. A me piace il Sud per gli scugnizzi, per i sorrisi larghi e gli occhi tristi, per quel saper conoscere la vita prima e più degli altri. “Ad esempio a me piace il Sud” cantava Rino Gaetano. Ad esempio, a me piace il Sud, dico io. Il Sud che resiste, che non se ne va, che resta. E di questo Sud, con le sue difficoltà, con le questioni irrisolte, parlano Alessandro Cannavale e Andrea Leccese nel libro omonimo da poco pubblicato, di un Sud che “oggi offre occasioni di intensità che altri luoghi più fortunati non offrono - scrive Franco Arminio nella prefazione -. Ci sono energie che si stanno muovendo. Si tratta di vederle, di farle uscire dal viluppo indistinto degli scoraggiatori militanti. Bisogna aprire un conflitto con i conservatori, con quelli che vedono solo le nostre inadempienze. Il Sud può e deve essere aiutato a essere più scrupoloso, ma nessuno può negare la sua energia”. Per questo ho compiuto un viaggio in questo Sud fatto di eccellenze, di arte, bellezza, di recupero, di rinascita, di rinunce compensate dalla Provvidenza, di persone che ti dicono “non c'è più la Sicilia di una volta”, di “cattivi maestri”, come i mafiosi chiamano chi insegna a riflettere e ad essere liberi e critici.                                                            
 


La vita può... cangiari

Con Vincenzo Linarello tra Locride e Piana di Gioia Tauro per scoprire un gruppo che resiste nel nome dell'etica, della resilienza, della solidarietà

È un territorio difficile, impenetrabile, chiuso, diffidente, ostile al cambiamento. Un territorio piegato, in cui troppo spesso lo Stato sembra assente o non voluto. In cui ci si affida non di rado ad 'ammortizzatori sociali' sbagliati, in cui troppo spesso le parole che si sentono pronunciare sono “ormai” e “da noi funziona così”. Questa è la Locride ad un primo sguardo. Poi incontri Vincenzo Linarello ed anche quel luogo, che tutti associano ai sequestri di persona degli anni Settanta e Ottanta, a San Luca, all'Aspromonte e ad un turismo assente, diventa un luogo di speranza e resilienza. Mi è bastato sentirlo parlare a Reggio Emilia, a “Noicontrolemafie”, di GOEL Gruppo Cooperativo (www.goel.coop) di cui è Presidente, per convincermi ancora una volta che anche in Calabria, nonostante tutto, cambiare è possibile, che anche dove non te l'aspetti, la parola “legalità” può farsi strada, passando attraverso la partecipazione, l'unione, l'etica e la Provvidenza. «Abbiamo un sogno – dice Vincenzo -: il sogno che lo Stato siamo noi e noi proviamo a rispondere a ciò che non va». Perché è questo il segreto: non delegare, ma rimboccarsi le maniche per questa terra che ce lo chiede a gran voce. Perciò ho deciso di visitare quella realtà in cui la raccolta delle arance è pagata ad un prezzo giusto, in cui niente viene gettato, ma tutto reinvestito o trasformato, in cui le tradizioni vengono salvaguardate e valorizzate, in cui il territorio non si chiude, ma si apre al resto d'Italia e al mondo!

GOEL: IL RISCATTATORE
Goel è una parola ebraica e significa colui che paga il prezzo del riscatto per restituire allo stato di cittadino libero lo schiavo. Qui in Calabria indica un gruppo di cooperative sociali che si è raggruppato nel 2003, ponendosi come scopo il cambiamento e il riscatto, la non violenza, la solidarietà, la salvaguardia dell'ambiente, la libertà di mercato, la pari dignità, la partecipazione e la sussidiarietà. «La strategia madre di GOEL è quella di provare a delegittimare in profondità la 'ndrangheta sul territorio, ma non solo da un punto di vista morale: loro si legittimano dicendo che senza di loro non si va da nessuna parte. Quindi la peggiore delegittimazione è quella di dimostrare che sono inutili a se stessi. Perché, più la 'ndrangheta si arricchisce e più si rende manifesto quello che è il vero principio che la muove e cioè l'egoismo: che si traduce in concentrazione della ricchezza sempre di più nelle mani di pochi, cosa che (guarda caso) accade anche nei capitalismi selvaggi in giro per il mondo!». 
La ricchezza della 'ndrangheta, dunque, non viene reinvestita in Calabria.
«Altrove questi soldi rendono di più! Inoltre, il mantenimento della precarietà in Calabria è importante nel governo del territorio: se lo fai uscire dalla precarietà, lo fai emancipare dalla 'ndrangheta e loro non vogliono che questo accada!».
Quindi qual è la sfida?
«è dimostrare che l'etica è giusta ed efficace, e questo va dimostrato sul piano lavorativo: bisogna dimostrare che chi sceglie la 'legalità' è uno che vince anche sul mercato, economicamente. Ed è ciò che stiamo facendo». 
Come?
«Uno dei settori nel quale abbiamo cominciato è stato quello dell'agricoltura: anche lì si fa presto a dire caporalato, a puntare il dito. Ma se le arance vengono pagate 5 centesimi al chilo al produttore, come pretendi che i lavoratori vengano contrattualizzati e pagati in modo giusto? Il problema è un po' più complesso. Allora abbiamo cominciato lavorando nella ricostruzione della filiera produttiva e commerciale, soprattutto nell'ambito degli agrumi, ma non solo, provando a saltare passaggi commerciali inutili e puntando su una organizzazione efficiente interna. Così siamo passati da 5 centesimi al chilo ai 40 centesimi al chilo! Cosa che ci ha consentito di mettere in moto il protocollo rigoroso che ha bandito il lavoro nero dai campi. Così le aziende agricole che venivano continuamente colpite, perché non chiedevano protezione al capobastone, sono passate dall'essere considerate eroine romantiche, ma perdenti, a testimoni dell'idea che la scelta giusta fa vincere economicamente. Allora hanno cominciato a chiamarci diversi agricoltori che io considero “normali” – sono i normali la vera posta in gioco del cambiamento – per domandarci quali sono le regole da rispettare. E hanno cominciato a dire di sì!».
Uno dei vostri princìpi è di non sprecare nulla e trasformare tutto in prodotti da vendere.
«Si chiama economia circolare! Dopo l'idea di aggregare i produttori colpiti, ristabilire il prezzo equo delle arance e bandire il caporalato, l'economia circolare è stato il perfetto completamento di questa storia. Degli agrumi che vengono prodotti sull'albero, appena il 50% ha le caratteristiche organolettiche e di misura per diventare agrumi da tavola. Il resto o non viene raccolto o viene scartato. Allora una parte lo trasformiamo in marmellate. La rimanente diverrà succo. Dalla buccia estrarremo oli essenziali che riutilizzeremo nella cosmesi. A questo si aggiunge una parte di olio di oliva vergine che è ottimo per la pelle… Abbiamo cominciato a collaborare con l'Università della Calabria, abbiamo creato un laboratorio, stiamo elaborando tutte le ricette della nuova gamma di GOEL Bio Cosmethical e presto saremo sul mercato».
C'è un altro punto importante: se subìte attentati, rispondete con grande forza. 
«Quando ci danneggiano, ci uniamo e in poco tempo ricostruiamo la stessa struttura anche più grande di prima. Se ci distruggono un trattore, ne troveremo uno più grande, quando ci hanno abbattuto 13 piante ventennali di ulivi, ne abbiamo ripiantate 26… Abbiamo cominciato ad attuare questa strategia perché una cosa che ho capito di fronte ad un capannone bruciato qualche anno fa, sentendo quell'odore acre che ti fa lacrimare gli occhi e bruciare la gola, è che il vero danno non è tanto il capannone, quanto ciò che sta passando in quel momento nella testa dei soci e nella testa di chi sta a guardare: “è tutto inutile, qui non si può fare nulla”. Per questo abbiamo deciso di reagire mostrando che non è vero che è inutile!». 
E che anche lì qualcosa può cangiari...           

 


DALLE MAJISTRE ALLE SFILATE

CANGIARI significa cambiare. Significa recuperare l'antica tradizione della tessitura fatta con i telai a mano, di origine grecanica e bizantina, una conoscenza artigiana in mano fino a poco tempo fa a poche anziane, le majistre: nei telai vi sono fino a 1.800 fili di ordito che bisogna far passare nei “licci” (elementi del telaio la cui funzione è quella di sollevare ed abbassare i fili per consentire il passaggio della navetta) in un preciso ordine matematico per produrre un determinato disegno. Per ricordarlo le majistre usavano delle cantilene nei cui versi era nascosto l’ordine matematico! Il gruppo delle giovani donne che oggi producono i tessuti Cangiari è riuscito a trascriverle, preservando così un grande patrimonio di tecnica tessile. Tutti i tessuti e i capi sono realizzati con materiali e colorazioni biologiche. La filiera è totalmente made in Italy. I prodotti sono venduti in boutique italiane e sfilano in eventi moda italiani e internazionali (www.cangiari.it). Tra le ‘imprese’ di Goel anche l’ostello “Locride”, che si trova in un bene confiscato a Locri, di prossima apertura!

 


Musata: Il mondo in un angolo di Calabria

Gli artisti Nik e Hiske, dopo aver esposto nelle gallerie di tutto il mondo, hanno realizzato a Mammola un museo all’aperto

Percorro il corpo di reato più lungo al mondo, la Salerno-Reggio Calabria. Proseguo da sud verso Rosarno, poi prendo la Strada dei Due Mari, quella che unisce il Mar Tirreno con il Mar Jonio. La strada si inoltra tra le montagne. Sono verdi le montagne. Le macchine vengono trattenute nelle loro corse folli dagli autovelox e da qualche lavoro di manutenzione del pavimento stradale. Entro nella galleria della Limina. Proseguo imperterrita fino alla luce in fondo al tunnel. Ancora pochi chilometri e devio per Mammola. Seguo le indicazioni su un muro: MUSABA. È scritto con molti colori, colori che indicano gioia, festa, libertà, spensieratezza. Guido su una stradina non asfaltata. Passo davanti ad una casa: un uomo seduto sulla sdraio osserva la strada, mentre fuma una sigaretta. Proseguo. Silenzio. Una nuova indicazione mi dice che sono sul sentiero giusto. Passo sotto un cavalcavia. I pilastri sono colorati. Parcheggio. Entro attraverso un cancello anch'esso decorato. Una lucertola gigante dai mille colori coperta di malta e poi la struttura inconfondibile del museo che mi guarda dal promontorio. Sento solo cicale, silenzio e ogni tanto una macchina che sfreccia su quel cavalcavia sopra di me: «Lo hanno costruito apposta anni fa – mi spiega l'ufficio stampa che incontro di lì a poco -. In realtà volevano che attraversasse la proprietà distruggendo la chiesa e tutto ciò che c'era. Ma loro hanno resistito e hanno occupato il cantiere arrivando a farlo spostare». 
Mentre salgo alcuni gradini mi guardo intorno: ogni angolo è decorato, nulla è abbandonato. Ogni figura ha un senso e rimanda ad altre opere d'arte. C'è l'Etruria, ci sono i Sumeri, c'è il mondo romano, c'è Picasso, ci sono geometrie, c'è poesia, umanità e ci sono loro Nik Spatari e Hiske Maas, i due artisti che dagli anni Sessanta hanno eletto questo luogo a loro dimora. «Ho girato il mondo – mi racconta Nik che oggi ha più di 80 anni ed è sordo sin da bambino -, ho esposto ovunque, sono stato a New York, Parigi, Milano, Londra. E in ogni mio viaggio ho sempre intravisto, in ogni angolo della Terra, un pezzo d'Italia. Ma non ho mai visto all'estero i colori dell'Italia e i colori della mia terra, la Calabria. Per questo ho deciso di tornare qui. Abbiamo un patrimonio incredibile di sfumature, colori, espressioni artistiche». Lo raggiungo nella Rosa dei venti, l'area nella quale da qualche anno è andato a vivere con la moglie. È lì seduto sul suo divano in cui si trovano tutti i colori che si vedono all'esterno, mentre gli fanno compagnia un cane e qualche gatto. Hiske è fuori per delle commissioni. E lui è a riposo: «Fa troppo caldo – mi dice -. Riprenderò a lavorare a breve, tra qualche giorno». Nella foresteria, che ospita studenti e artisti di tutto il mondo, sulle pareti esterne del chiostro si sviluppa un monumentale mosaico di 1000 mq in progress, dove sono rappresentati l’origini del mondo, l’Antico Testamento e il Nuovo, fino all’Ultima cena e la Resurrezione, ma presto verranno aggiungi nuovi straordinari episodi. Per ora ci sono degli schizzi preliminari. Mentre guardo quelle opere dimentico dove sono: la violenza che a volte caratterizza lo spazio fuori da lì sembra lontano e impossibile. 
È difficile spiegare a parole cosa sia Musaba, cosa sia questo laboratorio-scuola-museo, realizzato in quel contesto, in un luogo che affonda le radici in un tempo remoto: qui sorgevano templi arcaici, terme romane, monasteri medievali; da qui sono passati grandi artisti e hanno creato le loro opere. 
Oggi, a distanza di decenni, continua ad essere un cantiere-laboratorio che non finirà mai. Neanche quando i suoi creatori non ci saranno più. «La morte non esiste. La vita si ripete sempre – mi spiega Nik -. Lo capisci guardando l'Annunciazione, il Figlio è generato dalla stessa sostanza del Padre e così sarà per sempre». Ha avuto tutto dalla vita Nik e poi ha deciso di venire in questo luogo. «Ho venduto tanti quadri, ho vinto tanti premi, ho viaggiato il mondo come volevo. Sono tornato qua perché ho incontrato Hiske. Lei è stata la prima a voler venire qui. Ma anche io. Non trovavo più niente nel mondo e ho portato tutto qua. L’Italia è uno straordinario giacimento di cultura, di capacità, di conoscenze. Nessun altro Paese al mondo può vantare tanto. E la Calabria non si discosta dal resto d’Italia. Anche nel paese più piccolo si nasconde un grande patrimonio artistico. Non sono il mare e il sole la più grande ricchezza della Calabria». 
Ma chi sono Nik e Hiske? Sono una coppia da cinquant’anni, da quando insieme hanno scelto di vivere qui, a Santa Barbara, un pianoro che guarda al mar Jonio, nel cuore antico della Locride. Era sepolto dai rovi e dalla dimenticanza quando sono arrivati e l’hanno fatto diventare l’unico museo all’aperto calabrese, uno dei pochi in Europa che è anche laboratorio di sperimentazione artistica e di tutela del paesaggio.                                         

 


CHI SONO 

Nik Spatari: pittore, scultore, architetto lui: un talento precoce e irresistibile, un autodidatta che si è nutrito della frequentazione e della collaborazione coi grandi del Novecento, da Picasso a Le Corbusier, da Jean Cocteau a Max Ernst.

Hiske Maas: responsabile della realizzazione e della comunicazione, Hiske è olandese, con una storia legata all’arte. Ha frequentato l’accademia di Belle Arti ad Amsterdam, è vissuta tra Londra, Parigi, Lausanne, New York.

 


LA CAPPELLA SISTINA DI CALABRIA

La chiamano la Cappella Sistina della Calabria: nell’ex Chiesetta risalente all’anno 1000, le cui antiche mure sono state completate con le macerie ritrovate sul posto, negli anni ’90 è stata realizzata l’opera tridimensionale sulla volta che narra la storia di Giacobbe. «Giacobbe è uomo a me simile. Ho scelto di realizzare questa cappella, affrescando il soffitto, perché la vita delle persone è incisa nelle costellazioni», mi racconta Nik, seduto sul suo divano, mentre sfoglia alcuni libri che raccontano l’avventura del Musaba e mi spiega la scelta di tornare in Calabria, i viaggi, le gallerie e l’arte. 

 


Nelle mani della provvidenza

Riccardo e Barbara accolgono gli ultimi tra gli ultimi in una Casa famiglia alle porte di Catania: per farlo hanno rinunciato alla vita precedente

Serafina prepara la frutta per la macedonia: dalla sua postazione, ogni tanto richiama l'attenzione su di sé. Seduto su una sedia a rotelle un uomo mi chiama per conoscermi: era un calciatore nel suo Paese d'origine, giocava nella Nazionale. Ha dovuto lasciare quella terra nella quale non era più concesso giocare a calcio, ha attraversato il Mediterraneo ed è giunto in Sicilia. Qui, durante un litigio, qualcuno gli ha lanciato addosso una tv, privandolo dell'uso delle gambe. Gli stringo la mano: mani rigide ed occhi tristi. C'è una mamma con una figlia, abbandonate dal compagno e poi ci sono ragazzi accusati di essere scafisti, con obbligo di firma. Sono quasi trenta in questa casa di Pedara, in provincia di Catania, numero a cui si aggiungono altri ospiti presenti in un'altra struttura dello stesso paese ed una a Lentini per un totale di circa 80 persone. Sono qui, tutti insieme, a condividere questo angolo di Sicilia, sulle pendici dell'Etna, dove hanno trovato qualcuno che li accoglie, una casa famiglia nella quale operano Riccardo Rossi e Barbara Occhipinti, due persone normali, ma straordinarie, che anni fa hanno compreso qual era la loro strada, spogliandosi della vita precedente e scegliendo di donarsi agli altri senza nulla in cambio. «Qui accogliamo gli ultimi! Giuseppe (Messina - ndr), il nostro responsabile, non vuole soldi, ma solo cose che servono. Ci sono persone che vengono, prendono le bollette e vanno a pagarle. Alcuni imprenditori ci aiutano. La Coop ci dà i prodotti in scadenza o quelli ormai invendibili. La sera spesso arrivano dei volontari che ci portano quello che resta in alcune rosticcerie. A volte ci arriva l'aiuto indiretto del Banco alimentare». L'Oasi della Divina Provvidenza, dell'Associazione Insieme Onlus, questo il nome della struttura, è nata trent'anni fa e tutti lo sanno che quando c'è qualcuno che non sa più dove andare può bussare qui: «Il più piccolo ha 4 anni, è dell'Eritea. Il più anziano ne ha 91. I minorenni li prendiamo sempre accompagnati. In questo momento siamo al completo».
Ma l'Oasi non è solo accoglienza. È anche opportunità. «Giuseppe ha dato vita al progetto Terra Viva. Si tratta di una pizzeria che era molto nota in zona, ma che ha chiuso e che noi abbiamo deciso di prendere in affitto, trasformandola gradualmente: c'è una piscina, allestiremo un orto adatto anche per gente sulla sedie a rotelle, riprenderemo l'allevamento delle lumache che è perfetto per chi ha delle disabilità alle mani. La pizzeria è gia attiva e per l'inverno abbiamo deciso di aprire un ristorante. Ora siamo in fase di ristrutturazione: sono i nostri ragazzi che sistemano e per il materiale c’è sempre qualcuno che dona! L'idea è di comprare la struttura e per farlo abbiamo deciso di provare con il crowdfunding e, ovviamente, con la Provvidenza: è più di un decennio che vivo in questa casa e credimi quando ti dico che spesso arriviamo a mezzogiorno senza avere il cibo sufficiente per tutti, ma poi qualcuno bussa e ancora una volta si mangia, senza privazioni. È un miracolo, ma se ci si dona completamente si viene sempre ripagati».                           

 


UN AIUTO DAL CROWDFUNDING

L'Associazione “Insieme Onlus” nasce nel 2005. Dal 2006 ha dato vita ad una casa-famiglia sita in Pedara, dove sono ospitate a titolo gratuito quasi 50 persone, italiane, straniere, comunitarie ed extracomunitarie. L’Associazione gestisce anche in Romania una piccola comunità che ospita gratuitamente nuclei familiari in difficoltà. Inoltre, ha aperto una comunità per stranieri senza fissa dimora nel territorio di Lentini. Da diversi anni l’Associazione ha istituito un servizio di ronda notturna, collaborando attivamente con la forze di Ps, Asl, Sert e Servizio di Igiene Mentale del territorio. Info per il crowdfunding buonacausa.org/cause/terra-viva-un-laboratorio-multiculturale.

 


Non c'è più la Sicilia di una volta

GAETANO SAVATTERI: dopo il 1992 tutto è cambiato e la Sicilia non è più quella raccontata da Sciascia e Tomasi di Lampedusa

I film, i libri, la tv hanno fissato per sempre la Sicilia in un tempo sospeso, congelato in un momento storico eterno che è quello narrato ne “Il Gattopardo” da Giuseppe Tomasi di Lampedusa o da Leonardo Sciascia, senza possibilità di emancipazione e redenzione. Eppure quella di oggi non è più la Sicilia di una volta, come scrive Gaetano Savatteri, ma una Sicilia contemporanea, che cresce, cambia, si evolve, al passo con i tempi, così come tutti i luoghi al di là dell'isola più grande d'Italia. Eppure si fa fatica ad accettarlo e comprenderlo. Chi va a visitare la Sicilia si aspetta una Angelica in abito bianco, che balla con il principe di Salina, o un Tancredi con una giubba rossa e una benda per coprire una finta ferita di guerra. In realtà ciò che si trova è molto di più: è una terra complessa, complicata, difficile da definire, in cui il passato, il presente e il futuro si mescolano, in cui trovi avanguardie culturali e strade dissestate, prelibatezze casalinghe e cucine raffinate, da guida Michelin. 
Ma da quanto tempo “Non c'è più la Sicilia di una volta”?
«Nel mio libro (edito da Laterza - ndr) ho usato come spartiacque il 1992, l'anno delle stragi, perché prima di quel momento la rappresentazione era quella di mafia-antimafia, eroi-vigliacchi. Quell'anno, invece, c'è stata una reazione. Due anni dopo, infatti, è stato pubblicato il primo Montalbano di Andrea Camilleri, che è un commissario che trova i colpevoli e li porta in carcere. Cosa c'è di straordinario? C'è che nell'immaginario collettivo, quando si pensava alle indagini in Sicilia, si pensava a “Il giorno della civetta” di Sciascia, romanzo nel quale si indagava, si trovavano i colpevoli ma chi indagava alla fine veniva trasferito. Insomma, il detective era uno sconfitto, cosa che indicava che in Sicilia era impossibile fare giustizia. Con Montalbano, invece, i colpevoli vengono trovati ed arrestati». 
E che la Sicilia sia qualcosa di diverso lo hanno dimostrato anche Dolce&Gabbana che a luglio hanno trasformato l'isola in un palcoscenico di alta moda.
«La vicenda dà il segno di un rinnovato splendore e una attenzione a Palermo. Perché, quindi, dobbiamo rimanere ancorati al passato? Vi dò una notizia: se, venendo in Sicilia, cercate il principe di Salina, sappiate che è morto. È morto anche Tancredi! C'è stata la strage dei gattopardi! Quelle opere devono essere lette come grandi testi e Sciascia e Tomasi sono da considerare grandi firme, ma non possono essere la chiave di lettura della Sicilia di oggi. È come se pretendessimo di interpretare Milano con “I Promessi Sposi” di Manzoni!».
A chi fa comodo questo immobilismo?
«A tanta classe dirigente, ad alcuni intellettuali e a giornalisti pigri sempre a caccia di nuovi gattopardi. Ci si ferma lì e non si pensa che, per esempio, il primo circolo Arci Gay italiano è nato a Palermo. Oppure si crede che tutto ciò che c'è oggi c'è da sempre e invece il Nero D'Avola esiste dal 1992; si ignora che prima del 1992 si mangiava bene in casa, ma non nei ristoranti, e ancora che la cassata siciliana, associata per definizione all'isola, esiste solo dal 1800… quindi vedi che le cose cambiano e possono cambiare?».
E lo stesso vale per il discorso mafia.
«Quando si dice la Sicilia è terra mafiosa e i siciliani sono mafiosi, rispondo così: chi è più siciliano tra Falcone e Provenzano? Sono siciliani entrambi. Entrambi espressione di questa terra. E le cose sono molto cambiate rispetto a 25 anni fa. Allora si compivano azioni di guerra, oggi le azioni sono diverse, gravi, da condannare, ma di entità minore. Non dimentichiamo i passi da gigante che sono stati compiu0ti. Certo la Sicilia continua a rimanere complessa e piena di contraddizioni, non è l'Eden e forse non lo sarà mai, ma non siamo tornati indietro».   

 


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