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Avvelenāti e multati

La Commissione europea dā l’ultimatum all’italia che vėola le norme antismog: rischiamo un miliardo di euro di multe

Mer 26 Lug 2017 | di Clemente Pistilli e Francesco Buda | Ambiente
Foto di 10

Avvelenàti e pure multati per pagare le sanzioni inflitte dall’Unione Europea. Beffa peggiore per gli italiani difficilmente potrebbe esserci. Il tempo delle bacchettate è finito: il Governo non si è adeguato alle direttive comunitarie sulle pericolosissime polveri sottili e la Commissione europea ha inviato all’Italia il parere motivato, passo propedeutico all’avvio di una causa alla Corte di giustizia dell’UE. Gli esperti ipotizzano sanzioni per un miliardo di euro.

LA STRAGE SOTTILE
Le polveri sottili, note come Pm10 o particolato, sono provocate da centrali elettriche fossili, riscaldamento, trasporti, industria e agricoltura. Sono particelle piccolissime e nocive per l’uomo: il Pm10 provoca asma, problemi cardiovascolari, cancro ai polmoni. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, ogni anno in Italia provoca oltre 66mila morti, più degli incidenti stradali. Una strage. Siamo uno degli Stati europei con il più alto tasso di mortalità legato al particolato. L’Ue ha elaborato strategie precise e nel 2008 una direttiva chiara con limiti alle emissioni: non più di 40 microgrammi (µg) per metro cubo di Pm10 ogni anno e non più di 50 µg al giorno, con l’obbligo di non superare tali valori più di 35 volte nell’arco dei dodici mesi. Una decisione recepita in Italia con il decreto legislativo 155 del 2010. Per adeguarsi, gli Stati membri potevano fare deroghe fino al 2015. 

GOVERNI BOCCIATI
In Italia e non solo si è fatto però troppo poco. Nelle centrali elettriche, il gas ha preso il posto di carbone e olio combustibile, sono stati introdotti i catalizzatori nei veicoli, sono state varate misure per migliorare la combustione nella produzione energetica e sono state adottate tecniche per l’abbattimento dei fumi. Azioni insufficienti. E per rendersene conto, basta vedere lo stato del traffico nei grandi e medi centri urbani: quasi zero mezzi elettrici, trasporto pubblico tanto insufficiente quanto inefficiente. Così l’aria viene avvelenata dai gas di scarico. Legambiente ha verificato che, nel 2016, un capoluogo italiano su tre ha superato il limite dei 35 giorni. 

VALANGA DI SFORAMENTI IN CITTÀ 
A Torino i superamenti sono stati ben 89, a Frosinone 85 e 73 a Milano e Venezia. A seguire, tra i centri più inquinati, ci sono Vicenza, Asti, Alessandria, Padova, Treviso e Pavia. Più che con le strategie si è andati avanti con le speranze, quelle che quando il Pm10 sale troppo arrivi un temporale a spazzarlo via, addebitando gli sforamenti alle “stagioni eccezionali”, troppo secche e con “scarse precipitazioni”: si dà insomma colpa alla pioggia e al clima. 
Dopo aver dato anche al Governo italiano altro tempo, per fornire chiarimenti e attuare strategie valide anti-inquinamento, la Commissione europea ha inviato il parere motivato e si prepara a trascinare l’Italia a giudizio. Il secondo tra l’altro, visto che già nel 2012 la Corte di giustizia europea ha trovato l’Italia colpevole di aver violato le direttive sullo smog nel 2006 e 2007. 

ULTIMATUM EUROPEO
“Le misure legislative e amministrative finora adottate dall’Italia non sono bastate a risolvere il problema”, hanno fatto sapere da Bruxelles. Ecco perciò la procedura d’infrazione relativa a 30 zone in cui si sono registrati superamenti dei limiti giornalieri delle polveri sottili: in Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Lazio e Sicilia. I limiti annuali sono poi stati superati a Venezia, Treviso, Vicenza, Milano, Brescia, Torino, nella pianura padana lombarda e nella Valle del Sacco, ovvero a Frosinone. Un ultimatum, con il rischio di una sanzione miliardaria, anche se non ancora quantificata e non quantificabile con esattezza al momento, da calcolare sui giorni di sforamento dal 2008 ad oggi. Ma anche tale particolare non sembra togliere il sonno al Ministro dell’ambiente, Gian Luca Galletti. 

IL MINISTRO SVICOLA E PROMETTE 
«Risponderemo alla lettera della Commissione europea sullo smog nelle città italiane – ha subito replicato il Ministro italiano – illustrando nel dettaglio tutto ciò che il nostro Paese sta facendo per superare strutturalmente l’emergenza. Abbiamo già definito con le Regioni padane un accordo che sarà implementato con nuovi interventi concordati e coordinati e a livello nazionale abbiamo in atto interventi per migliorare l’efficienza energetica degli edifici privati e pubblici, quindi per ridurre le emissioni, per la mobilità sostenibile pubblica e privata, con particolare riferimento a quella elettrica e ciclabile. Tutto ciò – ha concluso il Ministro Galletti – lo stiamo facendo per i nostri cittadini e per le nostre città e lo spiegheremo all’Ue, che giustamente monitora la qualità dell’aria dei centri urbani europei». Nulla sulle costose centrali a metano (cosiddette “turbogas”) e su quelle addirittura a carbone realizzate nonostante fosse ormai ovvio che il futuro era nel fotovoltaico e in altre fonti davvero rinnovabili. Una forzatura che ora tutti ci ritroviamo sul groppone: per non spegnere qugli impianti rivelatisi un flop poiché superati dalle rinnovabili vere, da tempo si stanno azzoppando le fonti pulite. Non solo: si continua a fare largo alle trivelle per gas e petrolio in mare e terraferma. 

I DATI DICONO ALTRO
Peccato che non sembrano quelle del Ministro essere le stesse speranze dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, controllato dallo stesso Ministero dell’ambiente. Dall’Istituto sostengono infatti che l’89,7% della popolazione vive in Comuni considerati esposti a livelli medi annuali superiori ai valori guida per il Pm10. E specifica soprattutto che “per quanto riguarda il Pm10, non solo l’obiettivo di rispettare i livelli raccomandati dall’Oms (più severi: vedi riquadro qui sotto, ndr) sembra lontanissimo, ma anche rispettare quello previsto dalla legislazione vigente è ancora difficile su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dalla variabilità interannuale delle condizioni atmosferiche”. Finora la 'soluzione' regalataci è stata la solita, come accaduto per tanti anni, ad esempio, con l'arsenico nelle acque potabili: la scienza indica dei limiti, ma lobby economiche e governanti traccheggiano con deroghe alzando il limite legale. E così pazienza se l'Organizzazione mondiale della sanità raccomanda nell'aria una media annuale di Pm10 non oltre i 20 microgrammi per metrocubo. Nell'Unione europea tale limite è giusto il doppio. Ma nemmeno con questa manica larga riusciamo ad essere nella legalità. Le regole sanitarie, poi, non contano proprio.             

 


PM10: Una sigla misteriosa

PM sta per Particulate Matter e 10 indica il diametro aerodinamico inferiore a 10 micrometri, cioè più minuscole di 10 millesimi di millimetro. Si tratta di particelle sia solide che liquide, definite anche frazione di particolato, che finiscono nelle vie respiratorie e sono causa di gravi malattie, andando a colpire soprattutto anziani, bambini, persone con malattie cardiopolmonari croniche e affette da influenza o asma. Tanto che il Pm10 è inserito dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) tra i cancerogeni di gruppo1, quelli che sicuramente provocano tumori nell’uomo. Ma qualcosa per difendersi, almeno un minimo, si può fare. Gli esperti raccomandano infatti di arieggiare gli edifici al mattino, evitare di rimanere a lungo all’aperto nelle giornate inquinate, di proteggersi con delle mascherine e di valutare l’acquisto di particolari filtri per le auto. Ma a parte  quando i Sindaci ordinano il traffico a targhe alterne, chi ce lo dice a noi che una giornata è inquinata e l'altra no? 

 


Una piaga globale

Due milioni di decessi nel mondo ogni anno causati dal Pm10. È la stima dell’Organizzazione mondiale di sanità, basata su dati raccolti nel 2008. Secondo le linee guida della stessa Oms, riducendo le concentrazioni del particolato da 60 a 20 microgrammi per metro cubo, si potrebbe ridurre  del 15% la mortalità nelle città inquinate. I limiti indicati dall’Oms sono più restrittivi di quelli europei: media annuale di 20 microgrammi per metro cubo (40 nella UE) e media giornaliera non oltre 50µg/mc, con un massimo di tre superamenti in 12 mesi (35 volte secondo l’UE).


 

Mezza Europa fuorilegge

Le regole che gli Stati dell’Unione europea si sono dati per evitare che, semplicemente respirando, i propri cittadini muoiano prematuramente di smog, sembra che poi siano state dimenticate dai più e non solo da Roma. Procedure d’infrazione per i superamenti dei valori di Pm10 annuali e giornalieri sono state infatti avviate anche per altri 15 dei 28 Paesi Ue: Belgio, Bulgaria, Francia, Grecia, Lettonia, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Ungheria e... la rigorosa Germania, madrepatria della Volkswagen pizzicata a taroccare i dati sulle emissioni dei motori. Davanti alla Corte di giustizia europea - ultimo passo dell’iter sanzionatorio - sono già finite Bulgaria e Polonia. Il Consiglio d’Europa vorrebbe abbassare ulteriormente i limiti di Pm10 in due step, nel 2020 e nel 2030. 

 


Quel pericolo nascosto

Le PM 2,5, più nocive delle PM 10, ma non sono monitorate in modo mirato

di Roberto Lessio

L’incendio del deposito di rifiuti EcoX e con la sua nube nel cielo di Pomezia, alle porte di Roma, il 5 maggio scorso, ha riproposto un enorme problema ancora sottaciuto in Italia: la quantità di inquinanti e sostanze potenzialmente pericolose per la salute che respiriamo quotidianamente e ingeriamo coi cibi. Una quantità che si sta accumulando nell’ambiente senza adeguate misure di controllo. Non si tratta di fare “terrorismo psicologico”, ma cercare di capire effettivamente come stanno le cose. Quando si brucia un litro di benzina, un metro cubo di metano, un chilo di plastica o di legna, si trasforma il combustibile in tante minuscole particelle che poi si disperdono nell’ambiente a seconda delle condizioni metereologiche. 

PIÙ PICCOLE... PIÙ NOCIVE
Di conseguenza il “fall-out”, la ricaduta al suolo di queste polveri sottili non naturali, è un terno al lotto. In assoluto le più pericolose sono le sostanze derivanti dalla combustione di materiali di sintesi chimica (benzina, plastica, pneumatici, rifiuti speciali, ecc.) con diametro inferiore ad un milionesimo di metro: si misurano in microgrammi ed equivalgono a quanto particolato di questa dimensione massima è presente in un metro cubo d’aria (µg/m3). 
Conoscere costantemente questo dato è fondamentale perché più sono piccole le particelle, tanto maggiore è la loro capacità di penetrare nei nostri polmoni e nell’apparato digerente. Soprattutto per bambini, anziani, e persone che soffrono di asma e allergie, oltre a quelle che sono in fase post operatoria.
 
L’EFFETTO ACCUMULO
L’accumulo di queste sostanze nel corpo umano può fare molto male alla salute: l’Agenzia europea per l’Ambiente ha stimato che ogni anno in Europa muoiono 467mila persone a causa di smog e inquinamento. A livello mondiale si parla di oltre 12,6 milioni di morti l'anno. Per tale motivo il decreto legislativo 155/2010 ha regolamentato le Pm10: non dovrebbero superare la concentrazione media giornaliera di 50 µg/m3 per un massimo di 35 giorni all’anno. Ogni volta che si supera questa soglia, le Amministrazioni competenti, in particolare i Comuni, devono adottare misure per abbattere il contenuto inquinante dell’aria come le targhe alterne. Tali misure vanno adottate in brevissimo tempo perché in realtà il 60-70% delle Pm10 è costituito dalle Pm2,5, cioè da particelle ancora più piccole e di gran lunga più pericolose per la salute pubblica. 

INFIAMMANO I TESSUTI
Le PM10 infatti sono denominate anche polveri inalabili, in quanto sono in grado di penetrare nel tratto superiore dell’apparato respiratorio (dal naso alla laringe). Le Pm 2,5 sono invece dette polveri respirabili poiché penetrano anche nel tratto inferiore dell’apparato respiratorio (dalla trachea sino agli alveoli polmonari). Si è accertato che, una volta entrato nelle vie respiratorie, innesca processi di infiammazione a carico dei tessuti con cui viene a contatto. 
Queste infiammazioni, una volta divenute persistenti, sono quelle che determinano altre gravi conseguenze sanitarie. Perciò la legge italiana pone il limite di 40 microgrammi per metro cubo con l’obiettivo di arrivare a 25. Non si sa bene quando, però. E solo per le Pm 10. Mentre le 2,5, benché più pericolose, non vengono misurate in quanto tali, in maniera separata: non possiamo dunque sapere, delle Pm10 rilevate, quante effettivamente sono costituite dalle 2,5 come sarebbe invece necessario.

RISCHI NON SOLO IN CITTÀ
Le polveri volano e il particolato accresce il rischio sanitario non solo per chi vive nelle città inquinate. La comunità scientifica internazionale ormai è perfettamente d’accordo sul fatto che esiste una strettissima correlazione tra polveri molto sottili in una determinata area geografica - anche non urbana - interessata da impianti inquinanti e il numero di patologie dell’apparato respiratorio e cardiovascolari e di insorgenze tumorali varie, e a mortalità più elevata. La correlazione interessa anche l’alimentazione. Prima di finire nelle falde acquifere, in fiumi, torrenti e fossi, le particelle inquinanti ricadute al suolo vengono rimesse in circolazione dal vento. Perciò si abbinano chimicamente alle polveri naturali presenti nell’atmosfera oltre che ad altre polveri inquinanti. Una volta ingerite, sono in grado di accumularsi soprattutto nei tessuti adiposi del corpo umano, cioè nei grassi, determinando a loro volta una sorta di risposta immunitaria permanente da parte del corpo umano, ossia una infiammazione cronica. 

CHI CONTROLLA DAVVERO?
Al centro di quest’attenzione sanitaria ci sono tutte le emissioni che derivano dalla combustione delle fonti fossili (gas, petrolio e carbone): trasporti, industria, produzione di energia (termoinceneritori, cementifici e centrali termoelettriche), climatizzazione degli edifici. In questa valutazione manca tutt’oggi il controllo sulle fonti di emissioni occasionali, ma potenzialmente pericolosissime, com’è stato nel caso dell’impianto EcoX andato a fuoco a Pomezia. Impianto che, tra l'altro, non aveva adeguato sistema antincendio ed era già sanzionato nel 2011 per tale grave carenza. In tutta Italia infatti manca una capillare rete di monitoraggio in grado di rilevare costantemente le Pm10, mentre per le Pm2,5 siamo ancora all’anno zero.          


 

Fossili, le banche ci investono meno

Un aiutino per ridurre le polveri killer arriva dalla finanza: le 37 banche più potenti del mondo hanno finalmente iniziato a ridurre i finanziamenti alle fonti energetiche fossili (petrolio, gas, carbone). Dai 92 miliardi di dollari (quasi 81 miliardi di euro) del 2014, questi investimenti sono scesi finanziamenti è stata di 92 miliardi di dollari, saliti a oltre 97,5 miliardi di euro nel 2015 ma poi calati a circa 76,5 miliardi di euro l'anno scorso. Invece, il più grande gruppo bancario d'Italia negli ultimi due anni ha quasi raddoppiato gli investimenti in energie inquinanti: da 554 milioni nel 2015 a 960 nel 2016. Lo riferisce il rapporto Banking on Climate Change.                                                                                                    
 

 


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