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Stanley Tucci: “Grazie, Italia”

Dietro le centinaia di maschere che ha indossato al cinema e teatro, davanti e dietro la macchina da presa, Stanley Tucci nasconde una personalità brillante e una sensibilità straordinaria. E all’Edimburgo Film Festival ce la racconta…

Mer 26 Lug 2017 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 11

Quando Stanley Tucci entra in una stanza si nota subito che possiede la cosiddetta “presenza scenica”. Non si mette in posa, non ne ha bisogno: usa quel carisma naturale che lo rende così intrigante sullo schermo, sceglie l’umorismo per spiazzare e il sorriso buono per rassicurare e non modula la “performance” davanti all’interlocutore per fare bella impressione o ‘venderti’ il suo ultimo lavoro a tutti i costi. Lo conferma all’Edimburgo Film Festival dove ha portato il progetto più recente, il film “Final Portrait”, di cui cura la regia. Ognuno di noi lo ricorda per un ruolo e poco importa che sia l’eccentrico presentatore di “Hunger Games”, l’inquietante killer di “Amabili resti” o il braccio destro della direttrice di Runaway de “Il diavolo veste Prada”. In ciascun progetto si trasforma al punto tale da scomparire dentro il personaggio. Ecco, in questa chiacchierata riemerge per mostrarsi senza filtri, trucchi o effetti speciali.
 
Com’è nato l’amore per il palco?
«Non provengo da una famiglia di artisti, ma sin dalle elementari ho capito che sul palco mi sentivo più a mio agio che nella vita e ho cercato di rimanerci il più a lungo possibile. Papà, insegnante d’arte, sperava diventassi architetto, ma sarebbe stato impossibile perché sono una frana in matematica. Quando l’ha capito ha sempre fatto il tifo per me». 
 
Crede che a causa delle sue origini italiane Hollywood le abbia riservato pregiudizi?
«A volte gli italiani nei film vengono dipinti come mafiosi, io sono sempre stato orgoglioso delle mie radici, ma mi sono anche battuto per sradicare questo pregiudizio culturale, facendo presente che la stragrande popolazione della Penisola non ha nulla a che vedere con la criminalità. Al cinema, soprattutto da “Il Padrino” in poi, molti film hanno trattato l’argomento, spesso generalizzando».
 
Da italiano, però, avrà una predisposizione verso la buona cucina, vero?
«Assolutamente… e in tutte le sue declinazioni: per esempio sono fissato con i talent gastronomici o i programmi legati al cibo, esclusi forse quelli di pasticceria che mi attirano meno. Mi affascina la provenienza geografica dei piatti e la storia dei vari posti, ecco perché ho scritto un libro di cucina, “The Tucci Cookbook” e sto pensando di scriverne un altro con mia moglie». 
 
Lei ha dato vita ad alcuni personaggi a dir poco discutibili, come il nazista di “Conspiracy”, com’è sceso a patti con la loro brutalità?
«Sul set del film con Colin Firth e Kenneth Branagh ce lo siamo chiesto, la gente li guardava come mostri, ma poi ti rendi conto che sono solo persone ed è peggio perché capisci che dovresti aver paura di quello di cui gli uomini sono capaci, invece di temere gli alieni. Il mio lavoro come artista è stato cercare nel personaggio un barlume di umanità. Quando lo hanno arrestato in Argentina e gli hanno chiesto cosa avesse spinto le sue azioni ha semplicemente risposto: «Era il mio lavoro». Gli hanno detto: «Come ha potuto mandare i bambini nei campi di concentramento?». E lui: «Io amo i bambini, ma quelli erano ebrei». Questa sconnessione dalla natura delle sue azioni mi ha colpito, davvero lui non capiva dove fosse il problema».
 
Un ruolo oscuro, il serial killer di “Amabili resti”, le ha fatto guadagnare la nomination agli Oscar. Come fa a dormire la notte dopo essere entrato nella sua pelle?
«È stato il motivo per cui la mia prima moglie, che aveva letto il libro, mi aveva caldamente consigliato di non farlo. Ovviamente neppure io amo le storie di brutalità che coinvolgono i bambini, ma l’ho visto come un racconto sull’amore e sulla perdita e ho deciso di farlo. È stata una scelta combattuta e non credo la rifarei».
 
Le piace lavorare con le donne?
«Moltissimo, sono sicuro che uomini e donne funzionano meglio insieme. Ne parlavo con mia cognata Emily (Blunt - ndr) quando ad una cena hanno diviso i commensali per genere e non ho proprio capito perché. Mio papà, ad esempio, era un uomo virile, di quelli bravi con la manualità e tutto il resto, ma non ci ha mai educato alla divisione dei ruoli». 
 
Preferisce cinema o teatro?
«Il teatro è una scelta di vita e da quando sono padre ho capito che non potevo lavorare da mezzogiorno all’una di notte per poi dormire di mattina, perdendomi gran parte della loro vita. Non potevo accompagnarli a scuola o metterli a letto, a meno che non decidessi di arrivare sul palco in pessima forma. Manco dalle scene da 14 anni, come la mia amica Meryl Streep, che non ci torna da almeno 20, sempre per via dei figli».
 
Ha un ruolo in cui vorrebbe cimentarsi, ma che non le hanno mai offerto?
«Per carattere non amo le liste, ma potendo scegliere punto su personaggi diversi o su cachet a molti zero (Ride - ndr). Scherzi a parte, spesso abbraccio un progetto perché ho voglia di lavorare con le persone coinvolte, ad esempio ho fatto “Wild Card” solo per dividere il set con Jason Statham, uno dei miei miti assoluti».
 
È uno di quegli attori che detesta rivedersi?
«Ammetto che lo trovo un po’ strano, soprattutto perché sono molto critico verso le mie performance. E non parliamo di quando entra in scena la vanità e mi dico: “Santo cielo, com’ero magro… e con i capelli!”».               

 


ITALOAMERICANO A HOLLYWOOD

Stanley Tucci, classe ’60, è un attore italoamericano (il nonno paterno è nato in provincia di Cosenza) che di recente ha intensificato la carriera da regista con la pellicola “Final Portrait”, presentata alla Berlinale 2017 e incentrata sulla vita dello scultore Alberto Giacometti, a cui presta il volto il Premio Oscar Geoffrey Rush. Il lavoro ha ricevuto un caloroso riscontro al 70° Edimburgo Film Festival, dove l’artista ha raccontato le origini, i sogni e le collaborazioni illustri, da Meryl Streep, con lui ne “Il diavolo veste Prada” e “Julie & Julia”, a Peter Jackson, che gli ha regalato la nomination agli Oscar nel ruolo del serial killer di “Amabili resti”. Poliedrico e imprevedibile, ha dato vita a personaggi iconici, da commedie come “Shall we dance?” con Jennifer Lopez a drammi come “Il rapporto Pelican” con Julia Roberts. Dal blockbuster “Transformers – L’ultimo cavaliere” (a luglio in sala) a “La Bella e la Bestia” (da fine giugno disponibile in versione home video per Walt Disney) ha diversificato progetti e personaggi fino a diventare uno dei caratteristi più strabilianti del suo tempo. Ha avuto tre figli dalla prima moglie, Kathryn Louise Spath, scomparsa nel 2009 per un cancro al senso, e uno dalla seconda consorte, Felicity Blunt, sorella dell’attrice Emily, sposata nel 2012. 

 


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