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Perdersi per trovarsi

Marco Cuomo, a quarant'anni, lascia il suo lavoro da commercialista, prende uno zaino e va alla scoperta del mondo, trasformando la passione in lavoro…

Mer 26 Lug 2017 | di Angela Iantosca - foto di Marco Cuomo | Mondo
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 Marco non ha paura del vuoto, dell'ignoto, degli occhi bendati, delle emozioni, del lasciarsi cadere, del brivido che si prova nel sentirsi vivi. Ogni incontro apre porte dentro di lui, lo fa crescere, staccare e ancorare. Perché Marco Cuomo ha deciso di essere coraggioso, di volersi bene, essere fedele a se stesso, alla sua natura, rinunciando alle certezze, ad un lavoro fisso, ad una carriera avviata, per intraprendere viaggi intorno al mondo, per comprendere meglio se stesso attraverso l'esperienza di chi vive nei luoghi più segreti della Terra, allontanandosi dal quotidiano e, nello stesso tempo, rafforzando le radici che lo legano in modo totale alla sua città, Napoli.

«Dopo essermi diplomato, ho frequentato Economia e poi ho proseguito con il praticantato per diventare dottore commercialista e per lavorare in un’azienda. Mi è andata anche molto bene: ero arrivato ad essere responsabile commerciale nell'azienda nella quale lavoravo e poi socio nel 2010».
 
Prima del 2010 avevi mai sperimentato il viaggio come stile di vita?
«Nel 2006 avevo mollato tutto per andare a vivere in Brasile. Sentivo che la strada che stavo percorrendo non era quella giusta. Già non stavo bene: volevo andar via e allora ho studiato il portoghese e mi sono messo in contatto con associazioni italo-brasiliane... Sono stato lì sette mesi, facendo l'imprenditore con un amico e due brasiliani: avevo creato una società su innovazioni tecnologiche. Poi il mio amico è tornato in Italia e dopo un po’ sono tornato anch’io. Ancora non ero pronto al cambiamento, sentivo che mi mancava qualcosa. Eppure quei mesi mi sono serviti molto. Ho compreso che ho l'animo da vagabondo, ma che nello stesso tempo sento fortissimo il legame con la mia città e la mia famiglia, i miei nipoti a cui non voglio rinunciare!».
 
Dopo quella esperienza cosa è successo?
«Mi sono fermato, pur continuando a girare. A determinare la scelta definitiva è stato un viaggio in Amazzonia e una lettura di Tiziano Terzani. È stato un momento intenso della mia vita, che mi ha spinto a decidere di mollare tutto davvero e di vivere una vita mia. Così ho lasciato l'azienda a piccoli passi e, per avere liquidità, ho cominciato a gestire un villaggio turistico nel Cilento, come direttore, che mi ha permesso di lavorare solo sei mesi l'anno e di viaggiare gli altri sei».
 
È così che è cominciata una nuova fase della tua vita...
«Ho sentito che il viaggio, il desiderio di investire la mia vita in questo ambito aumentava sempre più. E i sei mesi di libertà hanno cominciato a diventare pochi! Ma sono una persona razionale e a quarant'anni non puoi mollare tutto senza costruirti dei piani alternativi. Il volo è da fare, ma sempre con il paracadute! Quello che è sorprendente è scoprire che, se il desiderio è vero, l'universo intorno lo sente e il mondo si apre in modo da rendere possibile la realizzazione del sogno! In questi anni, infatti, ho aperto un blog e ho cominciato a dare forma a una passione che è diventata fortissima».
 
Una passione diventata un lavoro.
«Ho preso l'abilitazione come guida ambientale professionista, sono diventato formatore per corsi di escursionismo. Sono anche guida di alcuni dei viaggi di un importante operatore e poi da settembre ho deciso di dar forma ad un libro, che prende le mosse dal mio taccuino di viaggio (backpackeradventure.it è il sito di Marco in cui chi vuole può condividere avventure, libri, mostre - ndr)».
 
Una frase che ti ha segnato è “Finirai per trovarla la strada se prima hai coraggio di perderti”, di Terzani. La paura è un sentimento con il quale si convive quando si compiono questi salti?
«La paura credo debba essere una costante nella nostra vita, soprattutto quando si compiono scelte forti e anche quando fai dei viaggi intensi, come andare in una foresta o scalare una montagna. La paura è quel sentimento che ti rende vigile. Ma farla prevalere significa non vivere. A volte capita che la paura si trasformi in domande che scrivo la sera: che cosa sto facendo? Dove vado? Ma sono domande non mie: sono domande che derivano dalla società nella quale viviamo che è finalizzata a un ritorno economico… Crescendo in un mondo che stabilisce che la vita va in quel modo, quando tenti di fare delle scelte diverse, non è facile. Ma quando le fai di cuore, quando c'è la motivazione super forte, vedi che qualche energia arriva, qualcuno ti aiuta. Mi è capitato così in Amazzonia: delle difficoltà si sono trasformate in opportunità che mi hanno permesso di incontrare gli Indios!».
 
Come hanno recepito gli altri il tuo cambiamento?
«Inizialmente ho trovato molto scetticismo, soprattutto tra i miei amici. Oggi è il contrario: i più scettici mi guardano con sana invidia. Ma per arrivare al Marco di oggi non ho schioccato le dita, non ho seguito un manuale, non ho frequentato un corso, mi sono messo in gioco, ho gestito la paura e sono andato avanti».
 
Quante difficoltà durante i viaggi estremi?
«La motivazione ti aiuta a convivere con le ostilità. Quando viaggi in ambienti estremi, devi avere una grande testa. Non è solo la preparazione fisica ad essere fondamentale».
 
A fronte di questa scelta di vita, hai rinunciato a qualcosa?
«Rinunce? No, anzi! L'unico 'limite' è che è complesso trovare qualcuno che ti ami sapendo che partirai».
 
Tra i viaggi, quali ti hanno segnato? 
«Ho girato ottanta Paesi. Tra i viaggi più forti quello in Amazzonia e poi la scalata dell’Aconcagua, in Argentina, la più alta montagna del continente americano. In Africa, invece, durante una spedizione antropologica, nel 2011, al confine tra Etiopia e Sudan, siamo finiti in un territorio fuori dal controllo della polizia e fummo fermati dai guerriglieri: sono stato per un'ora con un fucile puntato alla testa. Non è stato piacevole…».
 
Viaggi che ti hanno segnato l'anima? 
«L'India, dove ho vissuto da solo, come se fossi un indiano: c'era una forza spirituale incredibile. E poi l’Amazzonia, dove ho potuto confrontarmi con un capo Indios sul tema della morte, in merito alla quale mi ha risposto così: “Sono arrivato alla fine del viaggio e aspetto la grande anaconda che mi riporta nella terra madre”. Ricordo che me lo ha detto con occhi sorridenti. È stato un insegnamento incredibile. La cosa sorprendente è che dall'altra parte del mondo, in Nepal, un saggio che ha rinunciato a tutto per raggiungere il Nirvana, mi ha dato la stessa risposta… Mi piace incontrare le popolazioni indigene: è come se facessi un viaggio nel tempo, perché è come guardare l'umanità di mille anni fa».
 
Cosa fai quando torni nella 'civiltà'?
«Se torno da una spedizione di montagna, cerco il riposo. Se torno da una tribù, cerco di metabolizzare quello che ho ricevuto scrivendo per non perdere nulla, anche se, quando vivi determinati momenti intensi ti rimangono addosso, come un tatuaggio!».
 
Come scegli i viaggi?
«Li scelgo per innamoramento… Il segreto è amare il progetto, non c'è niente di programmato a tavolino. Faccio programmi solo per i mesi prossimi. Non so cosa accadrà nel 2018!».
 
E ai ragazzi che spesso si lamentano del lavoro che non c'è, delle opportunità che mancano cosa si può dire?
«Ognuno può crearsi le proprie opportunità. Basta seguire i talenti che abbiamo ricevuto in dono, senza tradirsi, mettendosi in ascolto di quello che ci muove davvero dentro. Senza paura. Il resto lo fa l'universo».                                                                    


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