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Bufale, ci credo perché mi piace

Anche se false, certe notizie le prendiamo per buone perché confermano le nostre idee Lo dimostra una ricerca italiana

Mer 30 Ago 2017 | di Francesco Buda | Attualità
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E’ l’era del consenso a colpi di “like” su Facebook, la Rete in cui tutti possono riversare qualunque contenuto, da cui tutti possono attingere… e ci si beve la notizia taroccata, perché in fondo piace, rassicura. Il virus più contagioso e beffardo è questo. Peggio delle stesse notizie fasulle. Verificabilità e veridicità cedono il passo a meccanismi sottilissimi e profondi: cerchiamo e accreditiamo quel che ci corrisponde, anche se fasullo, mentre rigettiamo informazioni vere, anche scientificamente validate, se ci contraddicono. Questione inconscia, irrazionale. 
Non c'è analisi delle notizie o argomentazione che tenga. Certo, è giusto e utile verificare se una notizia è fondata. Magari per evitare di urlare, ad esempio, che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto che la Statua della Libertà “incoraggia l’immigrazione” ed è “anacronistica”. È la bufala ripresa e lanciata dai massimi quotidiani italiani e dai Tg nazionali (ma smentita da pochissimi). 
 
LO SMASCHERATORE DI BUFALE
Esiste ormai la figura del debunker, lo smascheratore di bufale, e prende sempre più piede il fact checking, la verifica delle  notizie. Eppure tanti, anche specialisti dell'informazione, continuano a bersi le bufale e a riproporle in maniera virale. «La molla non è nella notizia falsa in sé, ma nel meccanismo che porta ad innamorarsene». 
Lo spiega alla rivista Acqua & Sapone il prof. Walter Quattrociocchi, tra gli scienziati più innovativi e ascoltati attualmente nel mondo in fatto di disinformazione, comunicazione e dinamiche sociali su internet. Pietre miliari le sue recenti ricerche e scoperte alla guida del Laboratorio di sociologia computazionale alla Scuola Imt Alti Studi di Lucca, che ha appena lasciato per sbarcare all'Università Ca' Foscari di Venezia. «Non ci rendiamo conto che il problema siamo noi come esseri umani di fronte alla complessità del mondo che ci è esplosa davanti: si crede in certe narrazioni, e nelle bufale, perché corrispondono a quel che ci piace, a quel che abbiamo dentro. È il meccanismo del confirmation bias, il pregiudizio di conferma: cerco conferme al mio sentire e magari questo mi fa sentire importante, mi dà un ruolo sociale predominante sui processi di verità nell'informazione».
 
VOGLIAMO AVERE RAGIONE… 
Studiando un'infinità di pagine Facebook e i comportamenti sui social media, il team di Quattrociocchi ha dimostrato e spiegato come e perché il problema delle bufale, prima che fuori, è dentro la persona. Il pregiudizio di conferma non è una novità in campo scientifico. Ma queste ricerche segnano una svolta. 
Dopo la loro pubblicazione, il Washington Post ha eliminato la rubrica sulla caccia alle bufale. «Il marchingegno è semplice - spiega il ricercatore - siamo tutti curiosi e desiderosi di conoscere e con internet abbiamo accesso illimitato a illimitate informazioni, senza intermediari, senza filtro. Succede che troviamo contenuti che supportano la nostra visione e opinione, le nostre credenze su cui basiamo la nostra identità e percezione del mondo, e quindi le facciamo nostre. Il risultato empirico dei nostri studi su milioni di persone è che si ignorano inconsciamente le informazioni che contrastano con tutto ciò. Cerco e prendo le informazioni che mi aspetto e desidero, voglio aver ragione. Già sapere che c'è questo marchingegno è un passo notevole: una grande verità è che nessuno è immune dal confirmation bias, chiunque può cadere in bufale». 
 
…OLTRE LA RAGIONE
Questo sgretola la prosopopea di certi accademici, giornalisti ed “esperti” che sanno tutto loro e non ascoltano e fa lo sgambetto a certo razionalismo. «Siamo abituati a pensare che il nostro pensiero è quello lineare con causa-effetto – conferma il prof - ma spesso le cause sono molteplici e  spesso non abbiamo tutti gli strumenti per cogliere ciò che sembra da ciò che è per davvero, anche tra chi fa scienza. È ormai superato il concetto di determinismo (tutto è predeterminato in modo meccanicistico e secondo ragione, ndr). Non esiste il mondo razionale oggettivo come siamo ancora abituati a pensarlo. Noi esseri umani abbiamo sistemi cognitivi in cui a un certo punto la logica si ferma per certe cose», sottolinea Quattrociocchi, che tra l'altro ha un dottorato proprio in Logica matematica. 
Al di là di algoritmi, microchip, schemi, analisi e ragionamenti ci siamo noi con la nostra interiorità. «C'è tutta una struttura di ego, di promozione e presentazione dei nostri parametri sociali a dettarci il comportamento sociale e anche il modo in cui utilizziamo l'informazione. Chi è convinto della propria visione, non ci rinuncia, anzi va a cercare contenuti che rafforzino la sua convinzione». 
 
LE RADICI DEL ‘POLLICIONE’
Parlare di bufale e fake news è dunque riduttivo, stando agli studi di Quattrociocchi: uno riguarda 3 milioni di italiani, un altro su 54 milioni di americani e un terzo esteso a 376 milioni di internauti nel mondo (vedi riquadro “Effetto back-fire”). Metodi e scoperte assunti a modello dal World Economic Forum, che ha inserito la disinformazione nella lista dei rischi globali con potenziali risvolti politici, geopolitici e persino terroristici. La sindrome del pollicione di Facebook, il virus del “mi piace” e la disinformazione hanno radici profonde: «Il sistema informativo è distrutto, il ruolo dell'esperto e del giornalista non è più riconosciuto, ci sono i social e internet; a selezionare le informazioni è l'utente e diventa famoso quel che piace e non quel che è sensato, in un loop che si auto-rinforza. C'è poi l'ignoranza e incapacità dei giornalisti: non si comunica più per servizio, ma perché si fa parte di un potere, di una élite. C'è inoltre la realtà dell'essere umano, il limite alle nostre capacità conoscitive e la nostra rappresentazione della realtà è influenzata da tanti fattori interni ed esterni. Infine, ci sono buchi enormi nei quali mettiamo confirmation bias personali che ognuno ha. Di solito sui social chi smentisce viene aggredito. E poi c'è il mercato: chi attrae clic e visitatori con notizie finte ci guadagna, più visualizzazioni vuol dire più possibilità di promuovere, di vendere pubblicità». Così spiega il nostro… esperto. 
Non vi piace? Ok. Non vi attaccheremo su Facebook e non vogliamo vendervi nulla: la rivista “Acqua&Sapone” è gratis. 




SAPIENTONI IN DECLINO

Internet mette in crisi l’indispensabilità di professionisti dell'informazione e sapientoni vari. «Siamo passati dagli old media (giornali, tv, radio, carta stampata, ndr), dove un’élite seleziona l'informazione, ai nuovi media, in cui ognuno è creatore e fruitore dell'informazione al tempo stesso – sottolinea il prof. Quattrociocchi - Pochi se ne rendono conto o si fa finta che non sia così. Troppa presunzione e autorità autoreferenziale: “è giusto perché io sono l'esperto, il docente, il giornalista”... ». Nel mondo, solo il 43% delle persone si fida dei mass media tradizionali (48% in Italia). I motivi? Supponenza, bugie, inganni. Lo dice il Barometro della fiducia 2017 elaborato dai ricercatori dell'agenzia Edelman. Nonostante le illimitate opportunità informative di Internet, «io vedo un pensiero segregato con una élite che cerca di preservare se stessa - conclude Quattrociocchi -, arrogandosi una presunta autorità, ognuno parla per se stesso e questo succede all'Università, in ambito scientifico e nella stampa». 





Effetto back-fire: se insisti con la verità, si arrabbiano 

Il prof. Walter Quattrociocchi ci racconta le sue ricerche: «Oltre l'80% delle persone accetta come vero quel che conferma le loro visioni: è emerso in un esperimento su 3 milioni di italiani. Siamo andati a vedere cosa succede se uno ti propone una notizia che conferma la tua visione del mondo, ma con notizie false. Altro esperimento su 54 milioni di persone in America: cosa succede se ti do un'informazione vera che però contrasta con le tue convinzioni? Mi ignori proprio, non consulti più la mia pagina Facebook. Se poi insisto con la notizia sgradita, l'utente si chiude ancora di più e si arrabbia. I pochissimi che reagiscono vanno a caccia  di altre informazioni complottiste, che confermano la loro visione del mondo». È l'effetto back-fire (rinculo). Ecco perché Quattrociocchi arriva a dire che cercare di smascherare le bufale non serve, anzi può rinforzare il fenomeno. «Un altro nostro esperimento riguarda il consumo di giornali su Facebook: osservando 376 milioni di persone su scala mondiale ne risulta che ci si ferma su poche testate. Più l'utente è attivo e più si specializza: sui social riduce il numero di pagine che consulta e resta su quelle, nella sua comfort zone, dove tutto “mi piace” e mi sta bene. Diventa un'esperienza di autoreferenzialità e chiusura. Adesso – conclude Quattrociocchi - stiamo studiando come italiani, francesi, spagnoli e inglesi si relazionano coi sistemi informativi in generale, carta stampata compresa». 




RITOCCHINI...

Solo il 60% delle persone si accorge se un'immagine è stata ritoccata. E tra quelle che percepiscono l'inganno, solo il 45% sa individuare gli elementi falsi. Quindi solo una persona su quattro nell'intero gruppo osservato scova i ritocchi. È il risultato di una ricerca dell'università inglese di Warwick e pubblicata sulla rivista Cognitive Research: Principles and Implications. La ricerca, condotta da Sophie Nightingale, si è svolta con due esperimenti su internet, utilizzando immagini prese da Google. 




LE PARTICELLE DEGLI JEDI

Un finto articolo 'scientifico' su inesistenti particelle degli Jedi e basato sui personaggi di Star Wars è stato pubblicato da quattro riviste scientifiche. È il colpaccio messo a segno e descritto sul blog di Discovery Channel da un neurobiologo che si firma Neuroskeptic. L'assurdo testo, firmato dagli inesistenti autori Lucas McGeorge e Annette Kin, lo hanno pubblicato l'American Journal of Medical and Biological Research, l'International Journal of Molecular Biology: Open Access, l'Austin Journal of Pharmacology and Therapeutics e l'American Research Journal of Biosciences. Sono riviste che pubblicano studi a pagamento. Evidentemente senza verificare...

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