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L’Onu contro le armi nucleari. l’Italia no

Sì di 122 Paesi al Trattato per vietarle: noi lo boicottiamo. In attesa di altre bombe atomiche Usa... il bel Paese non sa dove e come stoccare le scorie civili

Mer 30 Ago 2017 | di Francesco Buda | Attualità
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Storico passo: il 20 settembre si aprono le adesioni al trattato Onu che punta al divieto totale delle armi nucleari in tutto il pianeta. È la seconda fase del rivoluzionario trattato approvato il 7 luglio dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, con il “sì” di 122 su 193 Paesi dell'Onu, persino l'Iran, in odore di programmi atomici sottobanco. I Tg non gli hanno dato risalto, ma è un fatto epocale. I rappresentanti dell'Italia non hanno partecipato né alla discussione né al voto. Come i capi di tutte e nove le nazioni che hanno armamenti nucleari: Stati Uniti d'America, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele. Ha boicottato l'iniziativa addirittura il Giappone, tragica icona della follia nucleare. Assenti al tavolo, tutti i Paesi della Nato, l'organizzazione di difesa militare dei Paesi filo-americani, creata dopo la seconda guerra mondiale, in contrapposizione al blocco delle nazioni sotto l'influenza dell'Unione Sovietica. 

ANCORA GUERRA FREDDA
Tra i membri Nato, solo la civilissima Olanda ha partecipato all'Assemblea, esprimendo l'unico “no”. Anche loro ‘ospitano’ testate atomiche americane sul patrio suolo. Se andiamo in giro con la macchina senza marmitta catalitica rischiamo di passare qualche grana con la legge. Ma non esiste alcun documento che vieti missili, bombe e altre diavolerie nucleari: sono le uniche armi di distruzione di massa non proibite. Ne è prevista solo la “non proliferazione”. Di fatto, nei piani dei governanti e mercanti di armi il business cresce e le quasi 15mila testate atomiche sparse nel mondo non sembrano destinate a sparire né a diminuire: un mese prima dello storico trattato per cancellare dal futuro dell'umanità l'incubo nucleare, la Commissione Europea ha proposto di spendere 500 milioni l’anno nel biennio 2019-2020 e 1,5 miliardi di euro l’anno dal 2021 per ricerca e sviluppo di tecnologie belliche. Più 4 miliardi di contributi nazionali annuali per l'ultima fase: l’acquisto di equipaggiamenti militari e lo sviluppo congiunto tra Stati membri. 
I governi di Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna sono i principali sostenitori del Piano. Mentre andiamo in stampa, 129mila europei hanno firmato la petizione su act.wemove.eu per far cancellare dal Piano i fondi alla ricerca bellica. Negli Usa, capofila della Nato, con Trump ora si parla di investire 1.300 miliardi di dollari (circa 1.000 miliardi di euro) in 30 anni per rinnovare l'arsenale. Obama avviò un programma di ‘soli’ 10 miliardi di dollari per aggiornare le bombe B-61 (ne abbiamo 70 in Italia). 

IN ITALIA PIÙ BOMBE ATOMICHE 
Il trattato per abolire le armi nucleari è frutto di una intensa attività di migliaia di persone in tutto il mondo, anche italiane. Punta a proibire non solo l’impiego, ma anche la minaccia di usare tali armi, di possederle, trasferirle e di favorirle in qualsiasi modo. Uno stop universale all'assurdità dei cosiddetti ‘equilibri’ che regolano certi rapporti di potere sulla Terra. 
Senza dimenticare che il nucleare cosiddetto civile è connesso a quello militare. Non si dice, ma sotto sotto quello delle centrali elettronucleari è il paravento decoroso delle tecnologie necessarie a produrre il plutonio. Questo è l’elemento necessario alla maggior parte degli ordigni nucleari. È la pagliuzza che gli Usa contestano all’Iran, senza togliere la trave dal propio occhio. Noi invece siamo il Paese europeo con il maggior numero di testate nucleari americane, 70 su 180 stoccate in Europa, e l'unico con due basi nucleari, ad Aviano, in Friuli, e a Ghedi, nel bresciano. Gli Usa hanno deciso di non divulgare più informazioni sulla sicurezza in queste nostre caserme e vuole piazzarci le B61-12, bombe atomiche di ultima generazione, con potenza fino a 50 kilotoni, equivalenti a 50 miliardi di kg di tritolo ognuna. 
 
ITALIA: MAFIA E APPALTI NUCLEARI
Affinché il divieto degli armamenti nucleari entri in vigore, occorre la ratifica, accettazione, approvazione o adesione  – così si chiamano in gergo – da parte di almeno 50 Paesi dell'Onu. 
E l'Italia? Aspetta, in gran segreto, l'arrivo delle nuove bombe B61-12. Intanto non sappiamo gestire nemmeno le scorie nucleari civili, neanche quelle delle radiografie sanitarie: nessun governo ha indicato dove realizzare il deposito nazionale definitivo e l'Unione europea ha aperto una procedura d'infrazione contro l'Italia. L'unico deposito, quello “provvisorio” a Latina, l'ha costruito una ditta controllata dal re degli appalti Pietro Tindaro Mollica con il suo consorzio Aedars, «in stretti rapporti con diverse consorterie malavitose, anche di matrice mafiosa», scrive il Gruppo investigativo criminalità organizzata della Guardia Finanza di Roma, che a giugno gli ha confiscato 170 milioni di euro. Il bunker atomico per gli scarti radioattivi appaltato al suo ‘giro’ doveva essere super-sicuro. Ma presentava strane fessurazioni, poi sistemate da altra ditta.

 


Vittime in Sardegna

“Un disastro ambientale senza precedenti nei poligoni militari della Sardegna”, con almeno 167 vittime, tra soldati e civili colpiti dalle scorie di bombe all'uranio impoverito, sottoprodotto dell'industria nucleare. Lo denuncia una recentissima interrogazione parlamentare dell'onorevole Mauro Pili. Sul caso c'è anche un'indagine giudiziaria penale. 

 


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