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Duccio come Rocky

Dalla regia 'descrittiva' al romanzo: la storia autobiografica di chi ha creduto in un sogno, senza arrendersi, nonostante le ferite, gli abbandoni e una ricerca continua

Mer 30 Ago 2017 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Le luci si accedono, l'occhio della telecamera ci prende per mano e ci porta nello studio, raccontandoci sorrisi, smorfie, emozioni, entrando nel cuore di chi parla. Dietro le quinte, il regista Duccio Forzano dirige ogni movimento con quella stessa maestria grazie alla quale oggi ci porta nella sua vita con il primo romanzo da lui scritto “Come Rocky Balboa”: un libro che non nasconde le ferite inferte dalla vita, a cominciare dalla 'scomparsa' di sua madre nel 1973. 

Quell'episodio come ha condizionato la sua vita? Quel nodo è ancora lì?
«Il nodo si è sciolto con gli anni, ma mille volte mi sono domandato cosa sarei stato se lei non avesse abbandonato me e i miei fratelli. Inevitabilmente ha influito su ciò che sono e sulle mie scelte». 

Che ragazzo è stato?
«Un ragazzo molto fragile che si è costruito intorno una corazza per proteggersi. Ma non ho mai creduto di essere invincibile. Certamente un conto è nascere senza mamma o perderla per una malattia, un conto è non averla più, sapendo che c'è. Una perdita così è difficile da giustificare. Scrivere è stato terapeutico e mi ha liberato, per certi aspetti». 

Dalla telecamera al romanzo: che passo è stato?
«Roberto Saviano ha scritto che ero naturalmente pronto al racconto. Ed è vero: è stato un passaggio naturale, perché già il mio modo di essere regista è molto descrittivo».
 
Nella descrizione della sua reazione all'abbandono, si nota il comportamento di un ragazzo protettivo verso i suoi fratelli.
«Credo sia un atteggiamento naturale. Sono così anche le mie due bambine. In realtà in quel momento per me si è spalancata una porta, con uno spazio enorme senza regole. Una cosa che spaventa e affascina». 

Ha colmato quel vuoto/spazio negli anni?
«L’ho colmato con la mia enorme curiosità e con l'esigenza interna di raccontare, attraverso la fotografia, la musica, la regia e ora il romanzo. Ed è una cosa che spesso mi rimproverano: per esempio, finito Sanremo, mentre si brindava, io già pensavo al progetto successivo. Lo so che bisognerebbe crogiolarsi nei 'successi', ma non ci riesco...».
 
Nonostante tutti i successi, cosa manca?
«Ci sono tanti ambiti che ho paura di esplorare. Credo manchi ancora una serenità interiore».
 
Nel libro parla di un insegnamento ricevuto da suo padre: il valore della responsabilità. Lei che genitore è?
«Fare il genitore è la cosa più difficile del mondo. Allora cerco di essere onesto, responsabile nelle piccole cose, sperando che acquisiscano questo tramite gli esempi visivi».
 
Cosa significa essere onesto?
«Non prendersi in giro, essere chi si è e andare nella propria direzione, senza maschere. Non significa restituire il portafogli a una persona che l'ha perso (anche...), ma è dire quello che si pensa, anche dire ti amo o non ti amo più». 
 
Ricorda il suo 'incontro' con Rocky Balboa?
«Lo ricordo! Mi ha folgorato, per la filosofia che c'è sotto: nella vita bisogna saper perdere, cadere e rialzarsi. È inutile rimanere a terra e lamentarsi. A volte è capitato anche di cadere, rialzarsi e ricadere di nuovo: ci vuole tanta forza!».
 
Quando le è capitato?
«Quando è mancato mio padre, ho deciso di mollare tutto, inseguendo il sogno della musica. Avevo 23 anni, vendevo acqua minerale ed ebbi un incidente che mi mise al tappeto. Ma ho reagito, anche se mi hanno ritirato la patente e ho distrutto il mezzo del mio titolare, che gli ho ripagato a rate. Un'altra volta, avevo forse 21 anni, facevo il carrozziere, pioveva a dirotto e il mio titolare mi disse di non andare a casa in moto. Mi prestò la macchina e io mi addormentai in galleria. Gli ho sfasciato la macchina. Sono rimasto a lavorare da lui finché non gli ho pagato la macchina…».
 
Da quello che racconta si intuisce la lunga strada che ha percorso prima di arrivare ad essere chi è oggi. Cosa vuole dire ai giovani?
«Bisogna desiderare le cose dal profondo del cuore, ci vogliono sacrifici e studio. Ci sono molti ragazzi che mi cercano, che vorrebbero fare i registi, ma vogliono che tutto sia pronto subito. Io ricordo che studiavo tutti i manuali possibili, anche in inglese, per apprendere tutti i trucchi del mestiere. Dormivo in un sacco a pelo e avevo un solo obiettivo. Quando lo si individua, per raggiungerlo, bisogna lavorare duramente. La meraviglia è che poi le cose che non ti aspetti arrivano. Come il romanzo». 
 
E domani?
«Staremo a vedere. Ci sono proposte che sto valutando. Sicuramente continuo a presentare il libro. Poi dal romanzo potrebbe arrivare una pièce teatrale e anche una sceneggiatura».
 

 



Multiforme ingegno

Comincia come regista con Baglioni. Lavora per Mediaset, dirige il primo show di Giorgio Panariello, e “Stasera pago io” di Fiorello. Fino al 2016 è regista di “Che tempo che fa” (RaiTre), di “Vieni via con me” (RaiTre) e “Quello che (non) ho” (La7), di Sanremo (2010, 2011, 2013, 2014). Ha pubblicato per Longanesi “Come Rocky Balboa”, che potrebbe diventare una pièce teatrale e una sceneggiatura. 

 

 


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