acquaesapone Ambiente
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Il bruco che mangia la plastica

270 milioni di tonnellate di plastica prodotte nel mondo ogni anno. Un insetto potrebbe mangiarla, digerirla e trasformarla

Mer 30 Ago 2017 | di Roberto Lessio | Ambiente
Foto di 7

Le utilizziamo tutti i giorni e spesso non ci rendiamo conto di quanto siano utili e necessarie alla nostra vita quotidiana. In casa, come nei luoghi di lavoro, sia per gli acquisti che per usi personali, non potremmo fare a meno delle materie plastiche. Materie che vengono sempre più utilizzate in un'ampia gamma di settori applicativi: dagli imballaggi dei prodotti alimentari all’edilizia, dal settore automobilistico all'aeronautica; senza trascurare i settori delle apparecchiature elettriche ed elettroniche, dell'agricoltura, dell'attrezzatura per il tempo libero e della medicina. I motivi di questo successo commerciale sono ben noti: si tratta di materiali versatili, facili da mettere in opera, che risultano resistenti alla rottura e che hanno, soprattutto, un costo molto limitato. Sono però anche molto pericolosi per la salute umana e animale se vengono bruciati, smaltiti male o dispersi indiscriminatamente nell’ambiente. Su quest’ultimo aspetto ancora oggi c’è poca attenzione, soprattutto a livello politico e amministrativo, su che cosa succede a questi prodotti quando entrano nella fase post-consumo. Siamo di fronte ad un problema gigantesco che interessa il mondo intero: un problema per il quale, ancora una volta, è la Natura a prospettarci una soluzione alternativa e innovativa, ma non risolutiva. Intanto inquadriamo la dimensione di tale problema.  
 
PRODUZIONE DI PLASTICA
A livello mondiale ogni anno si producono quasi 270 milioni di tonnellate di plastica. Malgrado la crisi economica, la produzione è costantemente in crescita. A livello di macro-aree il maggior produttore è la Cina (27,8%), seguita dal Nord America e dall’Europa con il 18,5% e dal Sud-Est dell’Asia con il 16,5%. L’Italia si trova al secondo posto nella classifica dei 28 paesi dell’Unione Europea. Ne consumiamo in media 6,5 milioni di tonnellate all’anno: un volume enorme, difficile da quantificare, che comunque  immettiamo costantemente nell’ambiente.
Al primo posto di questa particolare classifica c’è la Germania, che ne consuma una quantità quasi doppia rispetto al nostro Paese: seguono la Francia, la Spagna, il Regno Unito e la Polonia con una media decrescente, che va dai 4,5 ai 3,5 mln/ton. Questi sei paesi nel loro complesso consumano il 60% della plastica utilizzata annualmente nell’UE. Il dato più preoccupante però è un altro: l’uso esagerato nel confezionamento dei prodotti alimentari. Ogni cento chilogrammi di plastica prodotti nel mondo, quaranta vengono utilizzati per gli imballaggi, il trasporto e il confezionamento del cibo che acquistiamo regolarmente al supermercato. Buona parte sono costituiti dalle classiche buste o sacchetti della spesa (ogni anno a livello globale se ne producono circa mille miliardi di unità) che sempre più spesso finiscono in mare, costituendo delle vere e proprie isole galleggianti. I biologi hanno da tempo dimostrato che la loro ingestione è la principale causa della morte di tantissimi animali marini che le scambiano per alimenti.
La produzione delle bio-plastiche è una soluzione, ma i tempi di sostituzione rispetto a quelli di origine chimica sembrano incompatibili con il quadro drammatico che si sta delineando.
 
LA SOLUZIONE E' NEL BRUCO
La chiave di svolta che potrebbe prospettare una soluzione al problema è stata individuata da una ricercatrice italiana, Federica Bertocchini, che lavora per l’Istituto di Biomedicina e Biotecnologia della Cantabria, in Spagna. Si tratta dell’apparato intestinale di un insetto comunemente conosciuto come bruco, baco o falena della cera (Galleria mellonella), il quale risulterebbe in grado di biodegradare anche le plastiche più resistenti e più comunemente in uso (tipo gli shoppers, per l’appunto). La scoperta è avvenuta quasi per caso: la Bertocchini e i suoi colleghi hanno notato che nei sacchetti di plastica che contenevano questo tipo di bruchi, con i quali stavano effettuando delle ricerche, erano comparsi dei fori. I bruchi in sostanza erano letteralmente scappati e c’è voluto poco per capire che gli stessi erano in grado di danneggiare il sacchetto di plastica in meno di un’ora. 
Questa però poteva sembrare solo una capacità di rodere il materiale, senza digerirlo. Invece i ricercatori hanno dimostrato che le larve di questi insetti sono in grado di trasformare chimicamente il materiale ingerito attraverso il loro apparato intestinale. Il polietilene è stato trasformato in glicol etilenico: un prodotto facilmente biodegradabile. 
 
LE QUATTRO ‘R’
Anche se i bruchi della cera non mangerebbero normalmente la plastica, i ricercatori sospettano che la loro capacità sia un sottoprodotto delle loro abitudini naturali. I dettagli molecolari della biodegradazione della cera richiederanno ulteriori indagini, ma sembra ormai probabile che la digestione della cera d'api e del polietilene comportano l'abbattimento di tipi di legami chimici simili: «La cera è un polimero, una specie di “plastica naturale “, e ha una struttura chimica non dissimile al polietilene», dice la Bertocchini. All’orizzonte si prospetta una soluzione che comunque non ci deve giustificare nel continuare a disperdere grandi quantità di plastica. La strada maestra resta il concetto delle quattro R: riduzione, recupero, riuso, riciclaggio.

 


60MILA AZIENDE

In Europa nel settore delle plastiche operano circa 60mila aziende: per lo più sono PMI (Piccole e Medie Imprese). Nel 2014, più di 7,5 di tonnellate di materie plastiche sono state raccolte per il riciclaggio. 




QUALI PLASTICHE? 

Le materie plastiche sono una vasta famiglia di materiali ottenuti da risorse derivanti da prodotti biologici, come cellulosa, carbone, naturale, gas, sale e, naturalmente, petrolio greggio.
I nuovi membri di questa vasta famiglia sono le bio-plastiche; questo termine però descrive due concetti diversi:
 
• Le plastiche biodegradabili possono essere ottenute da materiali che sono degradati da particolari microrganismi in acqua, da anidride carbonica (o metano) e biomassa in condizioni specifiche, e che possono essere ottenute da risorse organiche e/o fossili.
 
• Le plastiche eco-compatibili invece sono ottenute esclusivamente da materiali organici: cioè risorse biologiche e rinnovabili, quali granaglie, mais, patate, barbabietole e canne da zucchero e oli vegetali.

Condividi su:
Galleria Immagini