acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Ho scelto di essere unico

Simone Perotti: dalle multinazionali al mare. Ecco perché ha detto basta alla vita precedente

Mer 30 Ago 2017 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 14

E' uno scrittore e un marinaio. Prima era qualcos'altro: lavorava per le multinazionali, poi ha deciso di dire basta, essere autentico e non mentire prima di tutto a se stesso. Oggi Simone Perotti vive in Val di Vara, entroterra ligure, quando non è in mare. Trasferisce imbarcazioni, fa lo skipper ed è istruttore di vela. Trascorre quattro o cinque mesi l’anno a bordo. E per vivere, senza essere costretto al tragico rituale della schiavitù del lavoro, fa qualunque cosa: pittura case, prepara aperitivi, fa la guida per turisti americani, tiene conferenze e vende le sue sculture e i suoi “pesci” di ardesia e legno antico. 

Cosa l'ha spinta a cambiare?
«L’assunzione di consapevolezza che stavo vivendo una vita piena di cose impegnative, anche belle, e il mio tempo era tutto devoluto ad esse, ma non stavo facendo di tutto per essere il più simile possibile all’idea che avevo di me. Cioè non stavo cercando di essere autentico».

Qual è stato il motivo o il processo che l'ha portata ad una scelta così forte?
«Tra i miei trenta e quarant’anni mi rendevo conto che non avrei avuto tutto il tempo possibile, ma solo qualche decennio davanti a me, nella migliore delle ipotesi, per vivere secondo ritmi, tempi, argomenti, relazioni adatti a ciò che speravo. Occorreva cambiare. Ma per farlo serviva un’idea di vita da vivere, uno schema che almeno nelle intenzioni fosse stato adatto a me. Dovevo riprendere la mia vita da capo e ripensarla rispetto ai miei valori, non quelli della società, per fare le cose che ritenevo giuste, non quelle dettate dalle convenzioni. Volevo essere diverso da tutto ciò che periodicamente criticavo».

Cambiare si può? 
«Beh, direi di sì, e per farlo servono coraggio, idee proprie, perseveranza. Tanti cambiano vita, non se ne parla specificamente, ma sempre in generale. Occorre spiegare che tanta gente ha già cambiato vita».

Non ha mai avuto paura?
«Spesso. Come quando navigo. Mi spaventa che si possa vivere con pienezza e passione senza avere paura. Chi naviga senza un fondo di paura e ritegno, di solito naviga male». 

Dalle multinazionali al mare: il salto è significativo. Cosa ha perso (se ha perso qualcosa), cosa ha conquistato?
«Ho perso un lauto stipendio e soprattutto la possibilità di averne uno ancora maggiore negli anni a venire. Io ho lasciato il giorno prima della mietitura, quando ci sarebbe stato da raccogliere dopo aver seminato, costruito, lavorato duro. Si aprivano le porte del potere e del denaro. Ma io aspiravo ad altro. Tutto ciò che amo, o quasi, non è in vendita».

Rimpianti?
«Nessuno. Anzi, uno sì: non aver deciso di “andare via” prima».

Perché il mare?
«Perché sono figlio di una stirpe di marinai. I miei due nonni erano uno sul ponte a fare il cameriere, l’altro in sala macchine, e giravano il mondo. Il sangue, in certi casi, conta. Genova dentro è una cosa ingombrante».

Quando ha scoperto che la scrittura è la sua passione?
«A nove anni. Mia madre era un po’ preoccupata che quel ragazzino riccioluto se ne stesse davanti a una Lettera 35 a scrivere romanzi. Ha capito solo molti anni dopo che certe propensioni non sono limitabili, grazie al Cielo».

Downshifting: cosa è?
«È una parola inglese che sintetizza il concetto di fermarsi o almeno rallentare, vivere diversamente. Io ho proprio ribaltato tutto, dunque più che rallentare ho tirato il freno a mano, sono sceso dalla macchina e mi sono allontanato, lasciando lo sportello aperto. Ma si può cambiare ognuno a suo modo, col proprio ritmo, con la propria proporzione. Soprattutto, al di là delle sigle, occorre capire, nell’ordine: da cosa voglio liberarmi e cosa ci voglio fare con la libertà. Liberi da e liberi di».

Com’è cambiato il suo rapporto con il tempo?
«Si è disintegrato. Ho scadenze e appuntamenti, come tutti, ma prevalentemente scelti e condivisi. Per il resto faccio cose che amo e il tempo a volte si dilata fino a diventare quasi infinito, oppure vola via in un baleno. Sottrarre al tempo la capacità e il potere di dirigere il nostro traffico emotivo significa essere sovversivi, potenzialmente perfino rivoluzionari».

La solitudine la accompagna durante la navigazione? Quanto tempo trascorre in mare?
«Dipende. A volte dieci, a volte quindici settimane, qualche anno anche venti».

La solitudine non è una forma di fuga dalla realtà?
«Al contrario, essendo l’unico antidoto all’alienazione e alla spersonalizzazione, è un tuffo nella realtà. La propria, come cellula minima della società».

A chi ha paura di fare questo salto cosa si sente di dire?
«Nulla. I cambiamenti sono interiori, non esteriori. Non possono essere altro che testimoniati. Poi, se la testimonianza fa effetto a qualcuno, buono che sia così. Altrimenti non fa niente».

Dove stiamo sbagliando nella società occidentale?
«In molta dell’impostazione di base. Denaro al centro, tempo soggiogato, vita nelle città, fine della manualità e dell’autoproduzione. Un disastro».

Ha trovato la sua dimensione?
«Qualcosa di molto simile. Diciamo che dovevo navigare verso sud e invece andavo a nord, mentre ora ho la poppa verso il nord. Poco importa che a volte faccio bordi verso sud ovest o verso sud est: non andare più a nord significa aver corretto l’errore fondamentale».

Qual è stato il nemico più forte da combattere?
«La paura. Non sapevo che la paura e i rischi fossero due cose così diverse. Le paure sono nostre, i rischi reali sono molti meno di esse».

Domani? Quali sogni? Quali mete?
«Scrivere, una casa su un’isola, vivere insieme alla donna che amo. Ho una decina di romanzi almeno da scrivere, buone rotte su cui voglio navigare con persone che mi amano e che amo, una famiglia d’origine a cui dedicare tempo e attenzioni maggiori che in passato. Come si possano sprecare dieci ore in ufficio con tutto quel che abbiamo da fare per chi amiamo, a partire da noi stessi, non so più comprenderlo».

 


Condividi su:
Galleria Immagini