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Il mio diritto alla lentezza

Dovremmo insegnare ai nostri figli quanto sia prezioso il tempo libero

Mar 26 Set 2017 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli

Il caso simbolo resta il figlio della mia amica preso a scuola per accompagnarlo a una lezione privata (mi pare fosse pianoforte), che mi chiede di guidare più lentamente perché quello era l’unico momento nella giornata che aveva per mangiare il suo panino. Ve ne avevo già parlato in tempi non sospetti. Ora il dibattito sui troppi impegni dei nostri figli è esploso, dalla lettera del padre che chiede di non far fare compiti alla figlia, al dibattito tra educatori al Festival dell’educazione in Trentino, dove, l’anno scorso, si è parlato di “diritto alla lentezza” del bambino.

In discussioni come queste la retorica parte facilmente. Quanto è bello dare ad un bambino il tempo di giocare all’aria aperta come una volta, di abbandonarsi all’ozio creativo, di assaporare il dolce far niente. Tutto vero, ma alle mie orecchie queste considerazioni suonano anche un po’ nostalgiche e fuori tempo. Viviamo in una società altamente competitiva, in cui il futuro dei nostri figli non è scontato. Come genitori ci sforziamo disperatamente di allungare lo sguardo oltre l’orizzonte consentito, di cogliere e interpretare i segnali premonitori del mondo che sarà, in modo da attrezzare i nostri ragazzi alle sfide che li aspettano. A pensarci bene, non facciamo niente di tanto diverso da ciò che facevano i nostri genitori, consigliandoci di studiare economia e puntare all’impiego in banca. All’epoca sembrava il posto più sicuro, la carriera più densa di riconoscimenti e soddisfazioni economiche. Chi poteva immaginare che una serie di catastrofiche crisi finanziarie e l’avvento della banca on line avrebbero reso anche il posto in banca uguale agli altri, uno dei tanti impieghi pronti a evaporare alla prima fusione e ristrutturazione. Oggi siamo talmente confusi dalla velocità dei cambiamenti e, contemporaneamente, così succubi dei desideri dei nostri figli, che in gran parte vorrebbero cantare e ballare come gli eroi dei reality e delle serie tv, da spingerli a studiare tutto, danza ed economica, computer e chitarra, con l’illusione che così saranno pronti a ogni evenienza, addestrati a sfruttare ogni talento (eh sì, perché i nostri figli hanno tutti una bellissima voce e il ritmo nel sangue no?).

Non ho la palla di cristallo, posso solo riflettere, tornando indietro nel tempo, a come è andata a me, a cosa mi ha aiutato nella vita e cosa invece mi ha svantaggiato. Ho scoperto a 20 anni quale era la mia vocazione, per cui prima di allora non avrei potuto prepararmi in modo specifico. Però mi è stata molto utile la preparazione di base: leggere, le lingue (più che altro per l’apertura mentale), saper fare i conti e capire la logica della matematica. Per molti anni, da adolescente, ho letto poco e questo è risultato un handicap. Lo sport mi è stato utile e vorrei anzi averne fatto di più perché insegna la disciplina e prepara il fisico a durare, oltre che essere divertente. La scelta del mio futuro alla fine l’ho affidata ad un’ispirazione che ho colto da me. La difficoltà vera è trovare insegnanti capaci, che, a fronte del desiderio che i nostri figli hanno di esplorare varie possibilità e attività, li sappiano consigliare su come fare. E poi li lascino liberi di provarci. Lo stesso credo che dovremmo fare noi genitori. Non credo sia necessario che i nostri figli ozino l’intero pomeriggio, ma se riusciamo a insegnare loro quanto può valere avere del tempo libero da usare in modo intelligente, la nostra parte l’abbiamo fatta. 


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