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Amazzonia segreta

Attraverso la foresta con gli indios, lontani dalla civiltà

Mar 26 Set 2017 | di Testo e foto di Marco Cuomo | Mondo
Foto di 39

L'Amazzonia, se vuole che tu la conosca davvero, ti fa incontrare diversi ostacoli lungo il cammino, che solo uomini dotati di grande coraggio e pazienza possono affrontare. 

Io, per conoscerla, ho 'combattuto' contro insetti mai visti, attraversato tronchi sospesi su fiumi, camminato nella foresta con la pioggia che rende tutto fangoso, tagliato tronchi nel mezzo del fiume che impediscono il passaggio, montato tende in un terreno molliccio e avvolto nel buio totale, bevuto acqua dal fiume bollita e cibo razionato... 

Dopo averla attraversata, sono qui a raccontarvi quest'avventura perché la Selva come dicono gli Indios, mi ha ridato al mondo e la grande Anaconda attende per ricevermi alla fine del grande viaggio della vita. 
 
SEI MESI DI PREPARAZIONE
Quando ho deciso che l'Amazzonia sarebbe stata la mia prossima tappa tra i miei viaggi ho cominciato a pormi molte domande: con chi partire? Come organizzarmi? Come equipaggiarmi? La verità è che quando desideri fortemente una cosa, l’universo ti dà una mano e rema a tuo favore. Così dopo ben sei mesi di preparazione eccomi qui pronto a vivere quella che penso sarà una straordinaria avventura. 
 
AL CONFINE TRA CIVILTA' E SELVA
Il nostro aereo atterra all’aeroporto internazionale di Quito in Ecuador, da qui ci dirigiamo  alla stazione degli autobus per prendere quello diretto alla cittadina di Coca. Una destinazione importante, che segna il confine tra la civiltà moderna e la Selva amazzonica, tutta da scoprire. Incontriamo gli indios che ci accompagneranno nella foresta e la nostra guida, Braulio, un ex sergente dell’esercito ecuadoriano. Dopo tre ore di strada sconnessa a bordo di due jeep, arriviamo all’imboccatura del fiume Yasunì. Ad attenderci due grandi canoe: una destinata al trasporto dei viveri, l’altra per noi. Ci sistemiamo velocemente ed in pochi minuti ci ritroviamo immersi nella natura selvaggia. La navigazione  è lenta, regna il silenzio, interrotto solo dai suoni della foresta e da avvistamenti di grandi farfalle, tartarughe e caimani. Dopo poche ore decidiamo di attraccare e sistemare il nostro primo accampamento lungo un'ampia spiaggia, la giornata è stata calda ed intensa. Osservo il fiume dinanzi a me, pensando a cosa si nasconde sotto quelle acque marroni: piranha, caimani o altri strani esseri viventi? Ho timore, anche perché il rischio è reale. Gli indios che sono con noi si svestono e con disinvoltura si lanciano in acqua. Vinco la paura e mi butto anche io. Bastano pochi minuti e comincio a divertirmi, la freschezza dell’acqua elimina tutte le tensioni.
 
LA NOTTE NELLA FORESTA
La prima notte in foresta scorre serena, con le sonorità amazzoniche a fare da sottofondo per tutta la notte. La sveglia suona presto, oggi la spedizione entra nel clou poiché dovremo attraversare il territorio dei temibili Tagaeri: non vogliono essere contattati dall’uomo bianco e se qualcuno cerca di avvicinarli possono essere anche aggressivi. C’è tensione sulle canoe, nessuno parla e gli sguardi sono continuamente rivolti alle rive del fiume… fortunatamente passiamo indenni il territorio. 
 
MASSACRATI DAGLI INSETTI
Il Rio Yasunì in questo punto si congiunge col piccolo Rio Cononaco. Il letto del fiume adesso è piccolo, sembra quasi che gli alberi ci arrivino addosso. Navighiamo l’intero giorno, ma di insenature per fermarci non se ne vedono. Di colpo arriva il tramonto e l’oscurità scende sulla foresta, non abbiamo più tempo per riflettere. Dobbiamo fermarci! Braulio aguzza lo sguardo e riesce a trovare una piccola insenatura. C’è forte dislivello, ma non c’è alternativa. Passo, come tutti, la notte insonne, anche a causa della posizione poco comoda della tenda. Al risveglio siamo tutti un po’ nervosi, colpa anche degli insetti, i loro morsi stanno cominciando ad essere fastidiosi, le mia caviglie sono completamente rosse! Riprendiamo la navigazione e fortunatamente una dolce e fresca aria allieva il fastidio dei morsi. L’acqua ha abbandonato il solito color sabbia e riflette le immagini degli alberi, uno spettacolo magico. 
 
LA COMUNITÀ HUAORANI 
Lasciamo il piccolo Rio Coconaco e entriamo nel Rio Tiguino. Sulle sponde di questo fiume vivono alcune comunità Huaorani.
Incontriamo infatti il primo villaggio: il capo villaggio ci attende sulla riva, intorno a lui una sparuta comunità costituita da donne e bambini. Sono quasi tutti nudi e mostrano sorrisi di gioia. Come da usanza Huaorani, ci invitano a bere la loro tipica bevanda leggermente alcolica, la chicha, ed in poco tempo ci congediamo.  
 
LA VITA NEL VILLAGGIO
Trascorrono poche ore di navigazione ed eccoci arrivare alla comunità di Bameno, dove sosteremo per qualche giorno. Questo pezzo di foresta è bellissimo, estremamente vergine, con numerose specie di felci e palme. Gli indios conoscono bene la foresta, utilizzano le piante anestetiche, quelle per far crescere i capelli e per tingerli, quelle per curare le malattie, quelle da cui ricavano fibre da intrecciare. La vita al villaggio scorre lenta e si percepisce un’energia positiva. La mattina seguente, appena sveglio, trovo un piccolo gruppo di bambini che, curiosi dietro un albero, mi osservano mentre sbrigo le mie cose, faccio loro segno di avvicinarsi ed eccoli arrivare come dei fulmini: sorridono e soprattutto sprizzano energia da tutti i pori. Svestiti, senza scarpe, senza giocattoli, quasi nudi ed estremamente puri. Ad un certo punto scappano e corrono verso il fiume, lanciandosi in acqua come dei pesciolini… Continuo a mettere ordine nelle mie cose, pulisco gli stivali, passo il solito balsamo di tigre sulle gambe per tenere lontano gli acari che si annidano sulle foglie, mi rivesto e pronto vado a conoscere i vecchi capi: Kemperi e Ahua. 
 
LA SAGGEZZA DI AHUA
Mi sento in un film: la foresta, gli indios, lo scorrere del fiume. I giorni scorrono piacevoli al villaggio, con Kemperi ed Ahua che ci mostrano le tecniche di caccia con la cerbottana e come cercare la liana del curaro, un potente veleno mortale. Rientrati al villaggio, nella capanna assistiamo al procedimento di estrazione del curaro e, prima del tramonto, con Kemperi andiamo in una vicina laguna, dove ci sono delle anaconda. Il paesaggio è surreale e con la piccola canoa ci immergiamo in un mondo spettrale, restiamo per circa un’ora nell’attesa di incontrare l’anaconda, ma purtroppo nulla. Siamo arrivati all’ultima sera, domattina partiremo. Davanti ad un gran falò, sembriamo un’unica grande famiglia, e forse lo siamo davvero, ascoltiamo estasiati i racconti di Ahua, la sua saggezza è sconfinata. 
 
A COLPI DI MACHETE
Adesso è tempo di saluti, nei prossimi giorni attraverseremo un pezzo di foresta a piedi. Tutto ciò ci consentirà di arrivare in un villaggio di Petroleros e riprendere il Rio Yasunì, per poi navigare fino al confine col Perù. 
Non esiste nessun sentiero, i nostri amici indios ci aprono la strada con i loro machete. La foresta è intatta, fitta e rigogliosa, ricca di felci giganti, alberi altissimi. Il fango risucchia i nostri stivali e rende difficoltoso il cammino. La marcia prosegue, alternando ripide salite a tratti pianeggianti tra passaggi impervi.
Guadiamo numerosi fiumi e ruscelli gonfi d’acqua su tronchi traballanti, viscidi e stretti, creando dei corrimano con grosse liane. Stanchi, decidiamo di pernottare in un grande spiazzo nei pressi di un fiume, una miriade di urla e grida di uccelli sconosciuti ci accompagna per tutta la notte. Dormiamo poco e all’alba, dopo una rapida colazione, smontiamo il campo e indossiamo i vestiti bagnati. Proseguiamo la marcia in mezzo alla fitta foresta e al fango onnipresente, dopo poco tempo viene giù un violento acquazzone, indossiamo  le mantelle e continuiamo a camminare. È dura, gli stivali affondano continuamente nel fango e mantenere l’equilibrio è difficoltoso, ma non possiamo fermarci né trovare riparo da nessuna parte, è senza dubbio la giornata più pesante del viaggio. Il cielo scuro ed i fitti alberi fanno arrivare presto la notte, dobbiamo montare il campo, ma questa volta è davvero un’impresa titanica. Siamo immersi nell’acqua, ci facciamo coraggio e piano piano, dandoci una mano l’uno con l’altro, riusciamo a montare qualche tenda e ad accendere miracolosamente un piccolo fuoco. Intanto ha smesso di piovere e le nuvole lasciano il posto al cielo stellato. 
 
ATTRAVERSO IL FIUME
Le prime luci dell’alba lasciano intravedere il cielo azzurro sopra di noi, ripartiamo, ma la “carovana” si muove lenta, il sentiero è molto fangoso e camminare con gli zaini non è facile. D’un tratto incrociamo un fiume, questa volta non è un ruscello, ma un fiume in piena. Se vogliamo proseguire non abbiamo altra strada, dobbiamo passare di qui. Ci facciamo coraggio e presi per mano l’uno con l’altro, aiutati dal cordino teso a formare un corrimano, uno per volta attraversiamo il fiume. Proseguiamo con l’acqua fino al petto per almeno 30 minuti, l’adrenalina è altissima, ma fortunatamente tutti passiamo indenni. Riprendiamo il sentiero fangoso e nel primo pomeriggio sostiamo per un nuovo accampamento. Siamo stanchi, sono giorni intensi, la foresta è dura e gli insetti ormai stanno facendo strage di noi.  
Appena cala la luce siamo in tenda a dormire, domani avremo un'altra lunga tappa. 
 
RITORNO AL SOLE
Sono trascorsi ben tre giorni immersi nella selva selvaggia ed oggi fortunatamente è l’ultimo, prevediamo infatti di arrivare al villaggio di Petroleros nelle prime ore del pomeriggio. Il percorso è sempre molto fangoso, ma quasi tutto in piano. Intorno a mezzogiorno usciamo dalla foresta e ritroviamo il sole, una sensazione strana mi assale, assorbo l’energia del sole come fossi una spugna, la fitta foresta dei giorni passati lasciava passare poca luce.  
Mancano 500 metri alla strada della Compagnia petrolifera e qui aspettiamo sotto il sole per circa due ore l’arrivo del camion che ci accompagna fino al Rio Yasuni. Riprendiamo una canoa motorizzata e dopo una navigazione di circa un’ora ci accampiamo in una capanna lungo il fiume. Durante il solito bagno serale scopriamo che alcuni di noi hanno contratto la micosi ai piedi, la curiamo con impacchi di acqua bollente salata e aglio. I nostri corpi sono dilaniati dai morsi di zanzare, sembra di avere il morbillo, siamo molto provati. Camminare per quattro giorni sotto un caldo umido ed incessante, contornato dalle migliaia di insetti onnipresenti, ha messo a dura prova le nostre energie fisiche e mentali. 
 
QUASI AL CONFINE CON IL PERU'
Questa mattina ci svegliamo col sole e riprendiamo la navigazione in modo lento, il livello del fiume qui è molto basso e dall’acqua affiorano numerosi tronchi d’albero, che urtano continuamente la nostra canoa. Un grande tronco ci blocca il passaggio, ma Braulio, con l’aiuto di una motosega riesce ad aprire un varco. Scorgiamo un ruscello e subito prendiamo le taniche mezze vuote per fare rifornimento d’acqua. Finalmente avvertiamo il confine col Perù sempre più vicino e questo ci rincuora. La canoa purtroppo nei giorni passati è stata messa a dura prova dai notevoli colpi inflitti dai tronchi d’albero e piccole falle si sono aperte al centro, un colpo più duro potrebbe mettere a serio rischio il proseguo della navigazione. 
Il presagio diventa una brutta realtà, un tronco molto grosso trancia la canoa provocando una enorme falla al centro. Prendiamo subito consapevolezza che siamo nei guai, ma l’esperienza militare del Sergente in questo momento diventa determinante. Facciamo una sosta d’emergenza e tamponiamo la falla con del fango argilloso. Questo stratagemma permette di ripartire e cercare aiuto al primo villaggio; navighiamo con tanta speranza dentro, ma anche con la consapevolezza che la situazione  non è facile. Appena partiti infatti la canoa comincia a fare di nuovo acqua, ma non possiamo fermarci, dobbiamo proseguire! Il fango a contatto con l’acqua si scioglie come il burro e solo con un grande lavoro di squadra riusciamo a navigare per ben 5 ore ed arrivare ad un piccolo villaggio. Finalmente siamo  salvi, con l’aiuto degli indios ripariamo la canoa. 
 
LA LAGUNA GARZACOCHA 
Ormai manca davvero poco al confine col Perù, ma un’altra notte ci attende alla Laguna Garzacocha: bellissima ed al tempo stesso spettrale, con tante isolette di palme da laguna e diversi fiori che si specchiano nelle acque scure. Braulio ci dice che la zona è infestata dai caimani e soprattutto ad alto rischio malarico. Montiamo le tende in un anfratto tra gli alberi, le zanzare al tramonto arrivano puntuali, la paura è tanta. Il nervosismo per i continui morsi di zanzare mi fa commettere un grave errore, ho lasciato la tenda leggermente aperta! Questa disattenzione mi costa cara, rientrato dopo cena trovo formiche e zanzare dappertutto, comincia allora una guerra senza precedenti tra me ed i nuovi inquilini. Impiego quasi due ore per debellarle, due t-shirt inzuppate d’acqua, un repellente intero consumato. Sono esausto, cerco di dormire con una maglia sulla bocca per l’aria intensa della mia tenda, passo la notte insonne nonostante la forte stanchezza. In un attimo è già l’alba, sono distrutto ma devo preparami, oggi arriviamo al confine!
Poche ore di navigazione e siamo a Nuevo Rocafuerte, avamposto militare ecuadoregno di confine con il Perù. Andiamo alla stazione di polizia per la registrazione dei passaporti, nel frattempo i nostri amici indios comprano un maiale, lo ammazzano e lo preparano per la cottura. Stasera è l’ultima sera con i nostri amici: loro torneranno a Coca, mentre noi proseguiamo la nostra avventura. Troviamo sistemazione in una casa vuota, gentilmente offerta dai militari di frontiera. La serata è commovente: dopo circa 15 giorni lasciamo i nostri amici indios con i quali abbiamo condiviso una parte importante, se pur breve, della nostra vita e senza i quali forse non saremmo riusciti ad attraversare questo impervio pezzo di foresta amazzonica. Adesso ci aspetta l’Amazzonia peruviana.

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