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Le arance, il verde e il futuro del pianeta

La ‘scoperta’: gli scarti alimentarirendono fertilii terreni impoveriti. Un aiuto per il clima

Mer 27 Set 2017 | di Roberto Lessio | Ambiente
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Un fatto accaduto in Costa Rica ci permette di capire come la Natura ha già affrontato e risolto due grandi problemi che interessano il nostro Pianeta a causa della dissennata attività umana: la perdita della fertilità dei terreni agricoli e l’aumento della temperatura dell’atmosfera, che determina a sua volta i cambiamenti climatici in corso.

DA UNA DISCARICA DI BUCCE...
Alla metà degli anni Novanta, oltre mille camion carichi di bucce e pasta di arance spremute (oltre 12mila tonnellate) furono scaricati intenzionalmente su un pascolo ormai divenuto sterile, che si trovava all’interno di un parco nazionale (l’Área de Conservación Guanacaste) della piccola nazione centroamericana. Si trattava di una sorta di scambio commerciale a fini naturalistici: un’azienda locale che produceva succhi di arancia, la Del Oro, avrebbe donato una parte dei terreni boscati di sua proprietà all’interno del parco e in cambio avrebbe potuto sversare gli scarti della lavorazione sugli altri terreni degradati, di proprietà del parco stesso, senza alcun costo. Circa un anno dopo però una società concorrente, la Tico Fruit, presentò un ricorso contro l’accordo, sostenendo tra l’altro che lo sversamento degli scarti avrebbe contaminato vaste aree del parco nazionale. La Corte Suprema del Costa Rica ha poi accolto il ricorso e da allora l’area è stata sostanzialmente abbandonata a se stessa. 

… RINASCE IL SUOLO
Si arriva così al 2013 quando i ricercatori dell’Università di Princeton (USA) Timoty Treuer e Daniel Janzen, durante un viaggio di ricerca in quel Paese, decisero di visitare il sito per riscontrare cosa era successo nell’ultimo decennio. Uno dei due, Daniel Janzen, era stato il fautore dell’accordo per lo sversamento. 
Fecero molta fatica a rintracciare il posto, perché il cartello che riportava il nome del luogo, lungo 7 metri, scritto con un giallo brillante e situato a pochi metri dalla strada, era coperto da alberi e viti: una vegetazione che in passato non esisteva. Grazie al contributo di altri ricercatori dell'Università di Princeton si è così scoperto che attraverso la decomposizione degli scarti di arancia c’era stato un aumento del 176% della sostanza organica nel terreno. Conseguentemente era stata recuperata una significativa fertilità del suolo, che aveva determinato a sua volta la crescita di una imponente biomassa verde.  

UNA MANO AL CLIMA
Questa storia, nata casualmente da una questione legale, dimostra il potere dei rifiuti agricoli di rigenerare una foresta e conseguentemente di catturare, senza alcun costo, quantità significative di carbonio atmosferico: l’anidride carbonica in particolare è una sorta di nutrimento per le piante. Un processo naturale di enorme importanza per i cambiamenti climatici in corso, perché sono causati in gran parte dall’uso indiscriminato dei combustibili fossili (petrolio, gas, e carbone), i quali rappresentano giganteschi accumuli nel sottosuolo di antichi sedimenti di sostanza organica. In natura però il carbonio viene sempre rilasciato molto lentamente, ottenendo, oltre alla crescita della fertilità dei suoli, anche lo sviluppo di boschi e foreste con l’automatica diminuzione dell’anidride carbonica nell’atmosfera.
 


Intuizioni inascoltate

La riduzione dei gas serra attraverso la restituzione dei rifiuti agricoli ai terreni che li avevano generati, nell’ottica di uno sviluppo veramente sostenibile, era stata sostenuta già alcuni decenni fa dal famoso biologo economista americano Barry Commoner. Ma anche Justus von Liebig, il tedesco che ha fornito i più importanti contributi per la fertilizzazione in agricoltura e considerato padre della chimica organica moderna, e un certo Karl Marx sostennero la stessa cosa circa 150 anni fa. Ben pochi hanno prestato ascolto a questa tesi e i risultati sono sotto i nostri occhi.

 


Ancora troppa CO2

In questi ultimi mesi tutti noi abbiamo dovuto fare i conti con gli effetti dei cambiamenti climatici. Sembrava solo roba per gli scienziati, gli addetti ai lavori e qualche ambientalista troppo radicale, invece, a causa della mancanza di piogge autunno-invernali, in tutto il Paese ci sono state gravi crisi idriche, razionamenti di acqua potabile, grandi perdite di raccolti agricoli e gravissimi incendi (anche in aree protette dove in passato ciò non avveniva), con un impiego di mezzi e personale che inciderà pesantemente sulla nostra malridotta economia. 
Gli attuali cambiamenti climatici, ben diversi da quelli dei millenni passati, sono causati soprattutto dalle emissioni in atmosfera con la combustione di risorse fossili, utilizzate come fonti energetiche dei nostri cicli produttivi: l’anidride carbonica (CO2) è il principale gas serra prodotto da questi cicli. Malgrado gli accordi internazionali di Tokyo e di Parigi (quest’ultimo sottoscritto nel dicembre 2015), anche quest’anno riusciremo a garantire al nostro già acciaccato pianeta l’emissione di oltre 36 miliardi di tonnellate di CO2 in atmosfera. È un po’ come se ogni anno immettessimo nell’aria che ci circonda e che respiriamo l’equivalente in peso di quasi 100mila grattacieli grandi come l’Empire State Building, l’edificio più grande di New York, salvo poi domandarci perché non si formano le nuvole, come mai le perturbazioni meteo “normali” non ci sono più e quando piove sono più guai che benefici. Il modo di ridurre queste emissioni, incluso il fatto se sia necessario o meno ridurle (soprattutto ora che alla presidenza degli USA c’è Donald Trump), è ancora molto controverso per politici e scienziati. Ma non per la Natura. 

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