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È nata la casa di Leda

La prima casa famiglia protetta per madri detenute con figli è stata aperta a Roma in un bene confiscato

Mer 27 Set 2017 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 5

Sono bambini, innocenti, eppure vivono in carcere. Sono bambini con meno di 6 anni costretti a condividere le celle con le madri. Sono 60 in Italia, 16 nella casa circondariale romana di Rebibbia. Ma oggi, qualcosa, almeno qui, sta cambiando.
«Da 25 anni – spiega Gioia Cesarini Passarelli la Presidente dell'Associazione A Roma Insieme - ci occupiamo di bambini reclusi con le mamme che, pur avendo commesso reati minori, poiché per la maggior parte sono rom e vivono nei campi, non possono avere gli arresti domiciliari. In questi anni, in attesa che finalmente venisse istituita una casa famiglia protetta, dove i bambini potessero andare in alternativa al carcere insieme alle mamme, ci siamo occupati della formazione dei piccoli». 

Perché i primi anni sono determinanti nella formazione. 
«Una delle prime cose che fece Leda Colombini (Fondatrice di A Roma Insieme, scomparsa nel 2011 - ndr) fu quella di prendere contatti con i municipi di residenza di Rebibbia per avere la possibilità di mandare i piccoli ai nidi di zona e addirittura in nidi diversi, per evitare che all'esterno si formasse lo stesso gruppo che era in carcere. In più organizzò le uscite del sabato: grazie a lei i bambini tutti i sabato escono con un pullman che l'Atac mette a disposizione, pagato dal Comune. Le mamme fanno richiesta e ci autorizzano a portar fuori i bambini: li lasciano dalle 9 del mattino fino alle 5 di pomeriggio, accompagnati ciascuno da un nostro volontario che se ne occupa durante il giorno. Si va al mare, in montagna, in campagna, anche al supermercato! Oltre a queste uscite, facciamo diverse attività: musicoterapia, arteterapia, incontri con la psicologa, giochi. Il principio è stimolarli continuamente perché non stiano lì abbandonati a se stessi! Per questo c'è anche la biblioteca, che abbiamo potuto realizzare grazie alla Chiesa valdese che ci ha dato i fondi. Questo è il mondo nel quale ci muoviamo».
 
Che reati hanno commesso le mamme che sono in carcere con i bambini?
«Reati minori. Loro stanno nella sezione nido di Rebibbia, le altre nel femminile».

A luglio, tuttavia è nata la casa di Leda!
«Dopo una lunga battaglia finalmente è stata aperta! Il bene confiscato alla mafia, una bellissima villa con giardino in viale Algeria, è stato assegnato al Comune. Il bando è stato vinto da un’associazione di imprese che si è costituita apposta e che comprende la Cooperativa Cecilia che è quella che gestisce il bene, il Pid (Pronto intervento disagi), la Incarim (una casa famiglia). Abbiamo cercato di mettere insieme delle associazioni che avessero una particolare esperienza in fatto di donne e bambini. A Roma Insieme ha dato il nome di Casa di Leda, ma non partecipa alla gestione: noi proseguiamo l'attività di volontariato».

Quante persone ospita?
«Ci sono 5 donne e 5 bambini, per ora. Il più grande ha 4 anni. Può arrivare a 6 mamme e 8 bambini. Il meccanismo è il seguente: la direzione fa una scrematura, fa dei colloqui, proponendo alle mamme la struttura, poi, se il magistrato di sorveglianza lo ritiene, compatibilmente con i posti, la mamma ottiene l'approvazione. Nella Casa famiglia le donne e i bambini godono di una maggiore libertà: alcune mamme hanno l'autorizzazione a uscire tre ore al mattino. Ora, per esempio, i bambini sono tutti iscritti e frequenteranno il nido di zona. Questa come casa famiglia protetta tecnicamente è la prima e l'unica in Italia».

Il quartiere come ha accolto questa apertura?
«Ha reagito negativamente: ha presentato ricorso al Tar che gli è stato rigettato».

E qual è stata la risposta delle donne trasferite nella villa?
«Di grande sollievo, perché per i propri figli è l’unica vera alternativa al carcere».

 


L’iter delle Case protette

Fu l’ex assessore alle Politiche sociali della giunta Marino, Francesca Danese, a dare il via all'iniziativa nell’ottobre del 2015, firmando il protocollo d’intesa con Ministero della Giustizia e Poste Insieme, la Onlus che si è impegnata a stanziare 150mila euro l’anno. Si tratta del primo progetto in Italia che tenta di dare attuazione alla legge 62 del 2011. Portare i figli in carcere è una possibilità prevista dalla legge, concessa alle madri di bambini da 0 a 3 anni. Per evitare effetti negativi sui piccoli, nel 2001 la legge Finocchiaro ha favorito l’accesso delle madri con figli a misure alternative (i domiciliari), ma lasciando così fuori le donne senza fissa dimora. Da qui la necessità di creare delle case protette (legge 62/2011), come quella di Leda che è abitata da 5 detenute e 5 bambini. Può ospitare 6 donne e 8 bambini. 




LA BELLEZZA: UN DIRITTO DI TUTTI!

Se c’è una responsabile nella nascita della Casa di Leda questa è Francesca Danese, ex assessore tecnico alle Politiche sociali e abitative del Comune di Roma nella Giunta Marino, oggi responsabile relazioni esterne dell’Esercito della Salvezza. «Da sempre mi sono occupata di temi legati al carcere. Quando mi sono trovata in politica, ho voluto rendere possibile la legge che chiedeva l’istituzione di case protette per portare fuori dalle carceri donne che avrebbero potuto scontare la pena agli arresti domiciliari, ma che non avevano un luogo dove andare e quindi stavano in carcere con i loro bambini. Non mi sono fermata un minuto e grazie all’accordo fatto con il tribunale siamo riusciti a prendere due strutture, grazie anche alla sensibilità di un magistrato che è Guglielmo Muntoni. È giusto restituire un luogo bello a bambini privati della bellezza. La bellezza è un diritto di tutti!». 

Lei si è mossa anche per far risparmiare il Comune. 
«Mi sono attivata con Fondazione Poste Italiane – ringrazio l'ex presidente Luisa Todini e Luigi Manconi della Commissione diritti umani del Senato - e con l'Ikea che ci ha fornito gli arredamenti. Il risultato? Siamo stati la prima città in Italia ad applicare la legge. E il Comune di Roma ha solo i costi delle utenze».

Attacchi?

«Sì! Mi hanno domandato perché una villa tanto bella per una destinazione così… Due comitati di quartiere si sono ribellati e mi è sembrato di tornare ai tempi in cui mi occupavo di Aids e una rete di associazioni fu aperta a Villa Glori e ci furono sommosse. La gente preferirebbe avere persone che gestiscono il malaffare, piuttosto che dei bambini che giocano! Ma io sono felice di aver contribuito a restituire loro serenità. Ci sono cose che non entrano nei bilanci dei Comuni e, se si vuole, si riesce anche in politica a combattere contro la burocrazia...».      

 


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