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NO LIMITS

Un ragazzo operato al cervello ritrova la memoria grazie ai bambini negli orfanotrofi. Una ragazza cieca realizza il suo sogno di pilotare aerei. Una diabetica attraversa il mondo in bici: i limiti esistono davvero?

Gio 28 Set 2017 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 16

Ho incontrato un ragazzo siciliano che a 15 anni è stato operato per un tumore al cervello. Ha perso la memoria, ma poi in un orfanotrofio ha trovato un modo per tornare a ricordare.

Ho incontrato una ragazza cieca che aveva un sogno: volare. Ha messo quel sogno in un cassetto e poi ha deciso che nulla va lasciato in un angolo, soprattutto un desiderio.  Cosa è un limite? Può essere un limite una carrozzina, la cecità, una malattia? O a volte è un alibi per non fare, non muoversi, non andare oltre il buio, la memoria? Può essere un ostacolo il diabete? O si può dimostrare comunque che a un viaggio non si deve mai rinunciare? Non ci sono limiti.  E i limiti, troppo spesso, sono negli occhi di chi guarda. 




UNA PORTA SUL SORRISO

Dopo il tumore al cervello, comincia il suo viaggio negli orfanotrofi di tutto il mondo, per donare sorrisi ad 8008 bambini. Ma il vero dono è lui a riceverlo... 
Andrea si lascia attraversare dallo sguardo di chi parla con lui e di chi legge i suoi libri. La sua scrittura e le sue parole sono come il suo sorriso: una porta aperta, spalancata sull'umanità. Perché Andrea Caschetto è uno che del sorriso ha fatto la sua religione. E dei bambini le sue divinità. Per incontrarlo mi offro di portarlo in aeroporto: il modo più semplice, quando hai a che fare con un viaggiatore come lui. Arriva con il suo backpacker, lo appoggiamo sul sedile posteriore, prendiamo un caffè e partiamo. Ho letto il suo primo libro, “Dove nasce l'arcobaleno” (Giunti) e in anteprima anche “Come se fossi te” (Chiarelettere), in libreria ad ottobre, e sono tante le domande che voglio porgli. A cominciare proprio dalla scelta degli orfanotrofi come meta. 

Negli ultimi anni hai incontrato 8008 orfani, hai raccolto emozioni, storie, abbracci. Come sono cominciati i viaggi?
«Per un fatto egoistico, dopo che a 15 anni sono stato operato di tumore al cervello e sono diventato smemorato! Fino a quel momento mi bastava stare attento in classe per prendere bei voti.  Dopo l'operazione, nonostante passassi i pomeriggi sui libri, non riuscivo a ricordare niente. Per questo fui anche bocciato: un trauma. Dopo l'operazione, nonostante passassi i pomeriggi sui libri e andassi a ripetizione, non riuscivo a ricordare niente. Per questo fui anche bocciato: un trauma per chi come me pensava che solo gli stupidi venissero bocciati! Ma io non ero stupido. Ero solo diventato smemorato Quando ho capito cosa fare, tutto è cambiato». 

Cosa hai capito?«Grazie ad un orfanotrofio ho capito come aggirare il problema! Io ero rappresentante di istituto del Liceo scientifico Fermi di Ragusa. Un giorno si presenta l'associazione “Un ponte per la Vita”, una Onlus, che mi chiede di organizzare un incontro a scuola per favorire l'adozione a distanza. Alla fine solo in tre adottiamo un bambino. Questa cosa mi dispiace e allora propongo agli alunni della scuola di versare un euro a testa al mese e così riusciamo ad adottare 42 bambini! Dopodiché continuo a collaborare con loro. Poi riescono ad avere una sponsorizzazione e ad inaugurare un ospedale pediatrico in Sud Africa. Come premio per la mia attività con loro, mi offrono di andare all'inaugurazione: è una esperienza molto forte incontrare i bambini dell'orfanotrofio. Non solo: in quell'occasione visito la prigione di Mandela, i cimiteri dei bianchi diversi da quelli previsti per i neri… Ma la cosa sorprendente accade al ritorno».

Cosa succede?
«Dopo due settimane dal ritorno, mi rendo conto di ricordare tutto! Mi metto a fare ricerche e scopro che Pico della Mirandola o Cesare per memorizzare usavano le immagini. Quindi capisco che sono le immagini e nel mio caso anche le emozioni forti a rimanere nella mente... Allora comincio a trasformare tutte le lezioni di scuola in immagini e risolvo quel problema».

Che fai dopo?
«Da quel momento, ogni estate partecipo ad altri progetti che mi portano in giro per il mondo dai bambini. Poi, dopo aver messo da parte 4000 euro, decido di fare un viaggio attraverso gli orfanotrofi del mondo, quelli più difficili da raggiungere, quelli nascosti, per il tempo che ci vorrà… Trasformando il viaggio nel mio primo libro».

Cosa hai imparato in questo lungo viaggio?
«Che i bambini più piccoli sono tutti uguali. Tutti hanno bisogno di beni primari, ma soprattutto d’affetto. Penso che in ogni Paese ci dovrebbe essere il Ministro dell'Infanzia – se mi facessero la proposta di entrare in politica sarebbe questo l'unico incarico che vorrei - e dovremmo essere grati a chi decide di adottare un bambino e non dovrebbero esserci costi così alti, considerato che adottare un bambino significa togliere un peso economico all'orfanotrofio che lo accoglie… e invece è una mafia!».

Dove hai visto più sofferenza?
«In India. Altrove vedi la povertà, qui vedi intere famiglie per strada: sono famiglie che si amano, ma è un amore spoglio!».

Dopo l'esperienza negli orfanotrofi, hai deciso di partire da Buenos Aires e di fare un viaggio a 'bordo' di una carrozzina attraverso l'Argentina. 
«E' stato un esperimento sociale. Volevo capire cosa significasse. È davvero dura, dura anche subire lo sguardo di chi ti osserva come soggetto meritevole di compassione. Ho capito tante cose, ho capito che bisogna essere aiutati, che disabilità è una parola che non dovrebbe esistere, perché siamo tutti uguali nella nostra diversità».

Quanto sei cambiato?
«Non lo so. Non ricordo come ero prima dell'operazione. Ero una peste e un casanova, mi dicono. I miei amici di sempre continuano a ridere molto, vedendomi: per loro sono quello di ieri e anche io non mi ritrovo in chi mi vuole per forza definire come il nuovo San Francesco!».

Quando incontri i bambini, dai la sensazione di incontrare te bambino, di dare l'abbraccio che avresti voluto. Forse la scelta è dettata dal fatto che sei stato cresciuto solo da tua madre e che tuo padre presto ti ha abbandonato?
«Credo di sì. Penso sia dovuta a questa assenza del papà. Nella mia piccola città, Ragusa, ero l’unico con il cognome della mamma e senza padre. Molti mi domandavano perché. Io rispondevo sempre cose diverse. Se qualcuno poteva verificare la mia risposta, non rispondevo. Se incontravo persone che non avrei più rivisto, dicevo che mio padre era un famoso avvocato che lavorava all’estero». 

Bisogna essere credenti per fare quello che fai?
«No, io credo nella bellezza della vita e la mia religione è il sorriso». 

Non hai mai incontrato Dio in tutti i sorrisi dei bambini?
«Il mio Dio è negli occhi dei bambini».

Chi è il bambino più felice che hai incontrato?
«C’è un bambino dell’Uganda che è il più felice che ho incontrato. Gli ho domandato perché lo fosse e lui mi disse: “Domani conoscerò mamma e papà, sono stato adottato!”».

Cosa avresti fatto se non avessi subìto l'operazione al cervello?
«Il magistrato antimafia! Io sono nato nel 1990: quel 23 maggio del 1992 ero in macchina e sono passato su quella strada da Capaci a Palermo prima del giudice Falcone… ma la perdita della memoria ha deciso che facessi altro».

Come la rappresenteresti la tua memoria oggi?
«Tu hai una memoria che è un grattacielo, la mia è come una capanna, quindi in questa capanna devo mettere solo le cose super fighe di cui ho bisogno. Il resto è inutile».

E per ricordare cosa fai?
«Associo le persone, tutto alle immagini. Quando mi hanno detto che ti chiamavi Angela, ti ho associato alla foto che hai sul profilo e poi nella mia testa ti ho immaginato con le ali, come un angelo… Anche se in realtà, per ricordarmi di te, ti lego alla canzone di Checco Zalone, per cui vado matto!».


 



MISTER SMILE

Nato a Ragusa nel 1990, a 15 anni è costretto a subire un importante intervento alla testa a causa di un tumore al cervello. Da quel momento ha problemi legati alla memoria, ma ben presto scopre che tutto ciò che colpisce i suoi sentimenti e le sue emozioni riesce a rimane impresso nella sua mente e nel suo cuore. Decide così di intraprendere un viaggio intorno al mondo, allo scopo di visitare quanti più orfanotrofi possibile: lui, che ha difficoltà a ricordare le cose più semplici e banali, riuscirà a ricordare ogni singolo sorriso, ogni abbraccio ricevuto dai bambini di tutto il mondo. Ha pubblicato per Giunti “Dove nasce l'arcobaleno”. Ad ottobre 2017 pubblica per Chiarelettere “Come se fossi te”.

 



LA PRIMA PILOTA ITALIANA NON VEDENTE 

Sabrina Papa, 47 anni, di Roma, ora vuole volare sull'MB-339 in dotazione alle Frecce Tricolori

Angela Iantosca

“Ilimiti sono in chi guarda”, lo dice sorridendo Sabrina Papa, 47 anni, pugliese, residente da molto tempo a Roma, dove lavora in una società di informatica. Lo dice sorridendo perché lei i limiti non sa cosa siano. «Avevo un sogno nel cassetto: volare. Lo avevo confessato ad una amica, sapendo che quel sogno sarebbe rimasto chiuso in quel cassetto. Poi ho deciso di non rinunciarvi. Ma mai avrei immaginato di arrivare a pilotare un'areoplano». A prendere la chiave di quel cassetto e tirar fuori il sogno è stato Sergio Pizzichini, un istruttore di volo. Ma andiamo per gradi. Ho incontrato Sabrina a Latina, all'unico corso per ciechi di Astronomia che si tiene in Italia, organizzato dall'Associazione Pontina di Astronomia APA-Ian ormai da sette anni e che vede giungere appassionati di stelle da tutta la Penisola. Sabrina è lì con il suo cane Elettra e con tutto il suo entusiasmo. «L'astronomia è una materia che mi è sempre piaciuta, ma il fatto di poter toccare con mano qualcosa che ho sempre solo potuto immaginare è straordinario. Un po' come quando sul mio manuale di volo ho studiato il motore a scoppio. L'ho capito. Ma per 'vederlo' sono andata al Museo di Vigna di Valle a toccarne uno! Andrea Miccoli (per 40 anni nell'Aeronautica Militare - ndr), ha ideato il corso e realizzato il materiale: ha avuto un’idea geniale!».

Quando è nata la passione per il volo?
«Da bambina. Abitavo nel Salento, non lontano dall'aeroporto di Galatina. Lì gli aerei ti svegliano presto la mattina, fanno parte del quotidiano. Il pensiero dell'aereo mi faceva pensare a qualcosa di leggero e il movimento nell'aria mi ha sempre affascinata, non a caso la mia giostra preferita è sempre stata l'altalena! Tuttavia, poiché sono cieca, ho messo da parte questo desiderio».

Fino a due anni fa. 
«Lessi un post su Facebook che parlava dei Baroni Rotti e del WeFly Team: i primi sono un'associazione di piloti disabili e il secondo è una pattuglia semiacrobatica formata da tre piloti, di cui uno normodotato e due in carrozzina. Così ho cominciato a seguirli. Ho contattato i Baroni chiedendo dove avrei potuto fare qualche volo e loro mi hanno consigliato Sutri».

Qui Sabrina ha cominciato a volare una volta al mese, come passeggero. 
«Pensavo che fosse già tanto, finché un giorno il solito istruttore non c'era e ho trovato Sergio Pizzichini (nella foto a destra) che pensavo mi avrebbe fatto storie. Noi non vedenti andiamo molto con i piedi di piombo, perché non sai mai le persone come si rapportano con te. E invece… A Sutri ci sono gli aerei ultraleggeri con i posti in tandem e ce n'era uno che invece aveva i posti affiancati. Io preferivo questo, perché anche se stavo a destra sarei stata davanti. Sergio invece preferisce l'altro. Allora lo sai che ha fatto? Ha preso il suo preferito, mi ha mostrato il cruscotto dicendomi di imparare tutto a memoria e poi ha preso posto sul sedile posteriore, dandomi le indicazioni con le sue mani posate sulle mie spalle e con la voce. Ora siamo arrivati a non aver quasi più bisogno di queste indicazioni attraverso le mani… perché ormai l'aereo lo sento».

Come lo senti?
«L'aereo si sente con il fondo schiena e con la pancia».

In Italia questa cosa non è legale…  
«L'istruttore noleggia l'aereo ed è quindi responsabile. Io non sono allieva pilota e non sarò mai pilota… per il momento. L'assicuratore sta provando a vedere se può trovare una soluzione, perché io voglio volare tranquilla e soprattutto non voglio che la responsabilità sia del club o dell'istruttore. Il nostro è un esperimento ben riuscito e vorrei andare avanti. Sono stata anche in Francia dove, pur essendo più o meno nella stessa situazione, hanno una mentalità più elastica: i ciechi volano da 20 anni e hanno un metodo diverso. Lì l'istruttore ti legge gli strumenti dell'aereo e tu devi sapere cosa fare. Non solo, alcuni ingegneri della Thales hanno realizzato uno strumento costituito da un giroscopio e un GPS sincronizzati da una serie di microchip che con il suono e una voce sintetizzata ti danno tutte le informazioni utili per volare. Sei tu che piloti l'aereo. Ovviamente c'è sempre l'obbligo dell'istruttore a bordo!».

Perché volare?
«Mi piace la sensazione di stare per aria. E poi il motore ha un bel suono!».

Pensi ci siano dei limiti nella tua disabilità?
«Sempre, ma moltissimi si possono superare e questo sogno impossibile lo dimostra».

Prossimo sogno?
«Volare su un MB-339, che al momento è quello che usano le Frecce tricolori!».

 



In bici con il diabete

Chiara ha pedalato da Cesena a Singapore, dimostrando a tutti che si può vivere una vita normale anche con questa malattia

Emanuele Tirelli

Diciottomila chilometri non sono pochi. Diciottomila chilometri, ci vuole un po’ anche solo per immaginarli. A percorrerli, invece, c’ha pensato Chiara Ricciardi. È partita da Cesena il 10 giugno del 2016 ed è arrivata a Singapore il 29 giugno del 2017: 21 Paesi, 384 giorni e molte fette di torte dopo.
Ha 27 anni, è laureata alla facoltà di ingegneria edile e architettura a Bologna, e ha viaggiato insieme a Riccardo, suo compagno nella vita e fotografo. Entrambi amano lo sport, l’aria aperta e il contatto con la natura. Con loro hanno portato anche il diabete di Chiara, che soffre da sedici anni del tipo 1, detto anche giovanile. Questo non l’ha fermata. Anzi, è il motivo che l’ha spinta a creare il progetto “For a piece of cake”. 

«Volevo che le persone con diabete e i loro affetti capissero che questa malattia non preclude un’esistenza serena, attiva, senza privazioni. E che uno stile di vita corretto può regalare anche una fetta di torta a fine giornata. Ne avevo una che mi aspettava da The Patissier a Singapore, ma in tutta sincerità, l’ho mangiata pure durante il viaggio, quasi ogni giorno». 

Avevate già pedalato insieme l’anno precedente, da Trieste a Patrasso. Questa volta siete andati molto più lontano. 
«Ed è stata un’esperienza incredibile. Abbiamo conosciuto luoghi meravigliosi, attraversando Italia, Balcani e Iran per raggiungere il Sud Est asiatico. Siamo stati sempre in bicicletta, tranne in due occasioni per motivi di sicurezza. La prima volta abbiamo sorvolato il Pakistan, passando direttamente dall’Oman all’India. Lì abbiamo deciso di fare una deviazione per salire in Nepal durante il periodo di Natale, vivendo i momenti più suggestivi del nostro viaggio. Un giorno abbiamo pedalato per sessanta chilometri in salita e siamo arrivati nel piccolo paese di Daman, al tramonto, con la catena himalayana davanti a noi, tutta ricoperta di neve. E non dimenticherò mai neanche la grande accoglienza dell’Iran, dove le persone ci avvicinavano per conoscere la nostra storia, ci invitavano a cena e spesso ci offrivano ospitalità per la notte».

Come hai fatto con l’insulina?
«Con lo stesso microinfusore che uso anche a casa. Mi dà le unità in base alla quantità che ho impostato d’accordo con il mio medico, ma ogni volta che mangio carboidrati o faccio attività fisica devo inserire i dati e bilanciare tutto. L’iper e l’ipoglicemia fanno parte della vita quotidiana di un diabetico, ma si impara a conoscere il proprio corpo e ad equilibrarsi. In viaggio tutto questo è stato solo molto più frequente e la continua attività fisica richiedeva meno insulina: 20-30 unità al giorno, contro le 45-50 che assumo a casa. Questo progetto ha avuto molti partner. Uno di loro ci ha fornito un box isotermico per conservare l’insulina alla temperatura adatta. Lo abbiamo legato al portapacchi della mia bicicletta, con l’unico accorgimento di congelarne gli elementi refrigeranti ogni settantadue ore. In questo modo sono riuscita a partire con un una scorta di medicinale per sei mesi, mentre ho ricevuto la parte restante durante il viaggio».

Ci sono stati contrattempi?
«Venti forature, la chiave di un albergo tailandese non consegnata e normali inconvenienti di viaggio vissuti anche da Riccardo, che non ha il diabete. In compenso, ho scoperto che fare colazione con pane e Nutella, invece di pane e marmellata, non mi faceva impennare immediatamente la glicemia e mi dava il tempo di partire in bici per abbassare i livelli. Ecco - sorride - diciamo che ho avuto una buona scusa per mangiarla». 

Cosa è successo quando siete arrivati a Singapore?
«Il proprietario di The Patissier e un gruppo di ragazzi dell’associazione Touch Diabetes Support sono venuti a prenderci al confine con la Malesia. Abbiamo pedalato insieme a loro per tre ore fino alla pasticceria nel centro della città, dove abbiamo celebrato ufficialmente il nostro arrivo».

Pensate di ripartire subito?
«Tornare a casa d’estate, sulla riviera romagnola, non è stato così brutto. Ci siamo goduti un po’ di riposo e stiamo pensando a cosa fare. Per arrivare a Singapore abbiamo pianificato tutto in sei mesi e potrebbe venirci in mente una nuova idea da un momento all’altro. Ma il diabete non è tra gli elementi che condizionano le nostre scelte». 




3 milioni e 200 persone ne soffrono in Italia

«Nel paziente affetto da diabete di tipo 1, il pancreas non produce più insulina», spiega Francesco Giorgino, ordinario di Endocrinologia e Malattie metaboliche all’Università di Bari. «Si tratta dell’ormone utile alla trasformazione del glucosio in energia per tutto il corpo, che regola i livelli di glicemia. Questo rende necessaria un’assunzione esterna di insulina e un monitoraggio della glicemia più volte al giorno. Per il diabete di tipo 2, c’è invece un difetto parziale nella produzione, associato spesso al cattivo funzionamento di quella prodotta. Solo ¼ dei pazienti la deve integrare, mentre per gli altri ci sono terapie combinate di farmaci differenti tra loro».


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