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Se il bullo mio figlio

Fa parte della crescita il confronto con i coetanei e lo scontro. Ma ci sono sensibilit diverse e il rischio far del male, a volte anche non volendo

Ven 27 Ott 2017 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli

Era tutto sotto la cenere, tutto sepolto in un cuore ragazzino. Un luogo misterioso e inaccessibile, anche in un’epoca come questa, in cui ogni segreto si svela in almeno una chat o un social network, ogni genitore si mette di vedetta sulla vita dei figli senza dar loro tregua. Eppure restano sempre zone d’ombra, senza le quali, del resto, come si potrebbe crescere? I miei amici non sospettavano nulla. La loro bambina, se si può ancora dire bambina di chi frequenta le medie, è una ragazzina deliziosa. Divertente, interagisce con i grandi, ma non è cresciuta prima del tempo, è molto amata anche dai suoi coetanei. Legge molto, a scuola va bene, ma non è una secchione curva sui libri, coltiva i suoi hobby, è indipendente.

Eppure il problema c’era. Non il suo, ma quella di una compagna di classe, una delle sue amiche del cuore.

All’improvviso i genitori si sono presentati dalla dirigente della scuola e le hanno detto che avrebbero cambiato scuola alla figlia, perché veniva bullizzata. Tra i colpevoli aveva elencato anche la figlia dei miei amici. Loro sono increduli e io con loro. Non ci posso credere che quella ragazzina fantastica a casa, durante il tempo della scuola fosse un’aguzzina, una tormentatrice che si accaniva sull’amica, facendola sentire diversa, peggiore, prendendola in giro, picchiandola.

Mi è venuto spontaneo parlarne con lei, più che altro per rendermi conto di come poteva essere successo. La mia prima reazione, come quella dei genitori, è stata di pensare che la famiglia dell’amichetta era iper protettiva. La figlia dei miei amici ci ha raccontato che la piccola è figlia di una famiglia molto benestante, che la piccola, alle medie, girava con in tasca somme in contanti più adatte agli adulti, che amava il jazz anziché il rap o al massimo il rock, come tutti a quell’età. Il pomeriggio, aveva un appuntamento immancabile con il tè, manco fosse la regina Elisabetta. E insomma sì, ammette la ragazzina, per queste stranezze la prendevamo un po’ in giro, ma come facciamo tutti l’uno con l’altro. Eppure man mano che raccontava emergeva quanto è insidiosa la questione del bullismo. Quando andavo a scuola io, non esisteva il bullismo. Non esisteva il termine, ma i comportamenti sì. Semplicemente non ci si faceva caso e tanti ragazzini soffrivano in silenzio, erano vittime di una malattia non diagnosticata. Non voglio drammatizzare: fa parte della crescita anche la dinamica del confronto con i propri coetanei, dello scontro, della presa in giro. Ma ci sono ragazzi più sensibili di altri. O, semplicemente, che hanno abitudini, gusti, magari anche ricchezza, diversi dal gruppo. Spesso basta questo per finire ai margini, subire prese in giro, piccole violenze fisiche, scherzi un po’ spinti. 

Di fronte ai quali bisogna mettere da parte il codice penale alla mano e anche la tentazione di entrare in modalità “difendo mia figlia”. 

Perché, se è sicuramente vero che lei non voleva far male e non aveva capito quanto disagio provasse quella ragazzina, è altrettanto vero che la dinamica del branco si manifesta anche in modi sottili. La verità è che, da genitori democratici, è doloroso constatare che forse non sempre abbiamo insegnato ai nostri figli a rispettare tutte le differenze. Non servono processi, ma nemmeno autoassoluzioni automatiche.


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