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Sanitā, quanto mi costi (e quando mi paghi)

Debiti e ritardi della Pubblica Amministrazione nel saldare i fornitori del comparto sanitario sono anche frutto di sprechi e programmazione inadeguata

Ven 27 Ott 2017 | di Francesco Macāro | Salute

Sono 22,9 i miliardi di euro di debito (Corte dei Conti, dato 2015) accumulati dalla sanità italiana nei riguardi dei propri fornitori. Numeri peraltro in calo, se dal 2011 la cifra è scesa di 15 miliardi di euro (-39,7%) anche grazie all’introduzione, dal 2015, dell’obbligo della fattura elettronica, che dovrebbe limitare abusi e accordi sottobanco per le forniture. Ma il sistema è ancora lontano da limiti accettabili. Ed è il Sud il comparto in cui i pagamenti tardano di più. 

Lazio al top dell’indebitamento
La regione maggiormente ‘indebitata’ è il Lazio, con 3,8 miliardi di euro. Sul podio vanno la Campania (3 mld euro) e la Lombardia (2,3 mld euro). Questa distorsione produce disagi per l’efficienza dell’SSN e problemi di sostenibilità per molte piccole e medie imprese. Le quali – oltre alla crisi generale – devono sollecitare ripetutamente la Pubblica Amministrazione per i crediti vantati. Per legge, i pagamenti andrebbero chiusi entro 60 giorni. Ma, parlando solo dei dispositivi medici, nel 2016 il Molise ha saldato la fattura per gli anni precedenti con 621 giorni di ritardo, la Calabria 443 giorni dopo e la Campania 259 giorni oltre la soglia di legge.

Un mare di sprechi
Un caso? Sembrerebbe di no, se – come denunciato dalla Fondazione Gimbe, Gruppo Italiano per la Medicina Basata sull’Evidenza – nella sanità italiana si annidano più o meno 22,5 miliardi di euro di sprechi. Compresa la forte differenza di prezzi nell’acquisto dei presidi medico-sanitari e dei farmaci tra le regioni. Discrepanze che, grazie all’introduzione della Centrale unica di acquisto, sono calate in media del 20%.

Spesa-spazzatura
Il recente rapporto Ocse dal titolo “Affrontare gli sprechi in sanità” ha certificato che nel nostro Paese circa un quinto della spesa sanitaria finisce nel cassonetto: più o meno 25 miliardi di euro l’anno. «Soldi spesi senza generare alcun risultato in termini di salute», spiega Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe.
Circa il 50% di questi sprechi deriverebbe da due eccessi opposti: l’utilizzo eccessivo o scarso di prestazioni sanitarie. Tra le più evidenti, il ricorso al parto cesareo, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) consiglia in non oltre il 15% dei casi, ma che in qualche regione arriva al 65%. Seguono le spese per assistenza ‘eccessiva’ e priva di reali benefici ad anziani e malati terminali; dall’altra parte, invece, ci sono le carenze nei servizi di prevenzione, screening, vaccinazioni e assistenza domiciliare, con quest’ultima pressoché assente in alcune aree italiane.
Non va meglio sul fronte dell’appropriatezza, se è vero che nel nostro Paese si effettuano il 50% di angioplastiche inutili, salvo poi non riuscire, nel 35% dei casi di infarto, ad effettuarle entro le 48 ore dall’accesso in ospedale previste dai protocolli.

Prevenzione, questa sconosciuta
Attualmente, in Italia si investono circa 5 miliardi di euro in prevenzione (fonte: Rapporto sullo stato dell’Oncologia in Italia, 2017): il 4,22% della spesa sanitaria. Il Ministero della Salute fissa il limite minimo al 5%. Tenuto conto che per ogni euro investito in prevenzione si risparmierebbero 2,9 euro di cure mediche, già solo arrivando al minimo, l’incidenza della spesa sanitaria sul PIL nazionale scenderebbe dal 9,2% all’8,92%, con 7,6 miliardi di euro di risparmio.

Farmacia-Italia?
Il rapporto Ocse specifica pure che in media il 50% degli antibiotici prescritti in ospedale non servirebbero. Una percentuale che può sfiorare, in qualche caso, anche il 90% fuori dai nosocomi. E che sta producendo il fenomeno dell’antibiotico-resistenza, le infezioni prodotte da batteri ormai immuni ai farmaci che una volta li eliminavano. Peraltro, l’Italia è in coda al gruppo sul fronte della prescrizione dei farmaci generici, che costano l’80-85% in meno rispetto agli originali e hanno la medesima formulazione. Ma tra le fonti di spreco il rapporto annovera pure errori medici e azioni che originano eventi avversi (70% evitabili, ma che aumentano i costi ospedalieri di oltre il 10%), così come gli accessi inappropriati ai pronto soccorso (20% del totale). Una sfilza di attività inutili o dannose. Che generano, inevitabilmente, i cortocircuiti nel sistema, aggravati da livelli di organizzazione e programmazione sanitaria ancora inadeguati. Proprio quelli che producono debiti e ritardi nei pagamenti della sanità.
 



25 miliardi di euro sprecati

L’indagine della CGIA di Mestre ha certificato che quasi 5 miliardi di euro vengono sottratti ad attività necessarie per la salute da frodi e abusi. Altri 3,21 miliardi di euro si ‘bruciano’ in acquisti e costi eccessivi; 3,46 miliardi sono sprecati per sotto-utilizzo e 7,42 miliardi per sovra-utilizzo di presidi e prestazioni sanitarie; 2,97 miliardi vanno in fumo a causa del coordinamento inadeguato dell’assistenza medica. Infine, 2,72 miliardi si perdono nei meandri delle complessità amministrative.

 



Asl ritardatarie e Asl virtuose

Il rapporto della CGIA di Mestre, con dati riferiti allo scorso anno, ha messo in evidenza le enormi differenze che ancor oggi si registrano tra le Aziende sanitarie delle diverse regioni italiane.
Ad esempio, l’Azienda sanitaria regionale del Molise – maglia nera della graduatoria – paga 390 giorni oltre il limite dei 60 giorni imposto dalla legge. L’Asp di Catanzaro salda 182 giorni dopo; l’Asl di Napoli 1 Centro tarda di 127 giorni. 
Musica del tutto diversa al Nord, dove, ad esempio, l’Asl di Milano e quelle di Bologna e Genova, liquidano i creditori con 3 giorni di anticipo. Ben 13 sono le giornate di anticipo sul limite di legge per i rimborsi effettuati dall’Azienda sanitaria universitaria di Trieste. Ma l’Asl che paga meglio in Italia è l’Usl Umbria 1, che onora i debiti con 24 giorni di anticipo rispetto alla scadenza pattuita.


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