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Troppi debiti? Ti aiuta la Legge 3

Ancora poco applicata, consente a chi è sovraindebitato di cancellare quel che non riesce a pagare e di ricominciare

Ven 27 Ott 2017 | di Francesco Buda | Soldi
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Chi non ce la fa più, pur volendo, a pagare i debiti ha un salvagente pulito: pagare solo quel che può, senza rinunciare a quel che gli serve per vivere dignitosamente, e ripartire daccapo se ha un lavoro in proprio. Lo consente la Legge numero 3 del 2012, poco conosciuta anche tra avvocati e commercialisti, anche detta “legge antiusura” o “antisuicidi”. Offre tre strade per affrontare le crisi economiche dei singoli cittadini, ma pure dei lavoratori autonomi, come professionisti e piccoli imprenditori, anche agricoli ed artigiani, i quali non possono ricorrere al percorso estremo del fallimento per chiudere bottega e cominciare daccapo. 

AIUTO A CHI MERITA
«Non è una scappatoia per furbetti. Occorre documentare che non si è più in grado di far fronte ai debiti scaduti e in scadenza con le fonti di reddito di cui si dispone ed in generale con le attività prontamente liquidabili (titoli azionari, quote di società, comproprietà di immobili): in buona sostanza, con il proprio patrimonio», spiega il dottor Daniele Turco Liveri, tra i pionieri nella trattazione di questi casi, che al Tribunale di Latina svolge la funzione di Organismo di composizione della crisi: vaglia la posizione del sovraindebitato, nell'interesse anche dei creditori. «Non si tratta di 'condoni' per cancellare tout court i debiti – avverte l'esperto -, ma esistono altri criteri ben precisi. Innanzitutto la meritevolezza: il sovraindebitato non deve aver assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere. Deve emergere inconfutabilmente che ce l'ha messa tutta per ripianare le esposizioni debitorie e, cosa molto importante, che non abbia creato e o peggiorato la situazione debitoria con frode o dolo». Perciò uno che continua ad aggravare il proprio conclamato dissesto, ad esempio chiedendo altri prestiti, non è meritevole. 

COME SI FA
Si presenta un ricorso al Tribunale competente per residenza tramite un avvocato, al quale la parcella – dice la legge – è pagata dal Tribunale nel corso della procedura, prima degli altri creditori. Il Tribunale nomina un professionista super partes (commercialista o avvocato) come Organismo di composizione della crisi - Gestore della crisi: supporterà il debitore nel predisporre il Piano per risolvere la situazione e ne verificherà la fattibilità, valutando se il debitore merita aiuto. 
Tre sono le vie percorribili (vedi riquadro a pag. 63). In tutti e tre i casi, se risulta tutto a posto, il soggetto schiacciato dai debiti può liberarsi, pagando a rate soltanto quel che può. Persino se c'è di mezzo Equitalia. Inoltre, non avrà il marchio a vita di soggetto che non paga e potrà ripartire nell’attività economica. In Parlamento è in discussione la riforma fallimentare che intende anche armonizzare la Legge 3 e renderla più completa ed efficace. 




TRE POSSIBILI VIE

Tre sono le procedure offerte dalla Legge contro il sovraindebitameno n. 3/: 1) il Piano del consumatore, per le persone fisiche; 2) l'Accordo con i creditori, fondamentalmente per i soggetti non dichiarabili falliti: il piccolo imprenditore, il professionista, l'artigiano, l'agricoltore; 3) il Piano di liquidazione: una sorta di fallimento, dove il sovraindebitato mette a disposizione dei creditori tutto quello che ha, tranne ciò che gli serve per andare avanti. Perciò deve indicare al Tribunale l'importo necessario per il sostentamento suo e della sua famiglia. È poi l'Organismo di composizione della crisi a verificare ed attestare la sostenibilità del Piano. Il Piano di liquidazione è applicabile a tutti coloro che non vogliano optare per le prime due vie. Ma può anche imporlo il Giudice designato, se ritiene che si possa fare qualcosa di più: fa così rientrare tra i beni per soddisfare i creditori tutto il patrimonio del sovraindebitato. 




Prestiti: forse hai diritto al rimborso

Hai estinto in anticipo il prestito? Poca trasparenza nel contratto? Ti spettano i soldi per commissioni e assicurazioni non godute

Ti hanno prestato soldi, ma potrebbero essere loro a doverti ridare un gruzzoletto. Si tratta dei costi per commissioni finanziarie, assicurazioni e spese accessorie che banche e finanziarie fanno pagare – tutti e subito - sulle cessioni del quinto, quei prestiti cioè dati a dipendenti pubblici e di alcune grosse aziende e ai pensionati. Se il contratto di finanziamento viene però estinto prima della scadenza o rinegoziato (cioè rivisto in alcune parti), al cliente per legge devono essere rimborsati quei soldi, perché non gode più da quel momento. Ipotizziamo che un contratto previsto a dieci anni venga estinto a metà periodo e che questi costi siano stati di 3.600 euro: la banca o la finanziaria devono restituirne al debitore la metà, 1.800 euro. Questo accade anche quando si tratta del cosiddetto, comunissimo “rinnovo”: in realtà è una chiusura del primo contratto per aprirne uno nuovo, sul quale vengono caricate nuove spese per commissioni, assicurazioni e altri oneri. Un rimborso può essere chiesto anche per altri tipi di prestiti (personali, mutui, leasing), se si dimostra che non hanno scritto chiaramente tutti i costi dell’operazione: il famoso Taeg non trasparente. In tal caso, si annulla il contratto e si ha diritto alla restituzione quasi totale degli interessi. 

CASI DIFFUSISSIMI
«Sebbene per legge i servizi non goduti vadano rimborsati per qualsiasi finanziamento, istituti di credito e finanziarie non dicono nulla e trattengono ingiustamente e illecitamente queste somme, stimate in mezzo miliardo di euro ogni anno», spiega ad Acqua & Sapone Gaetano Vilnò, presidente dell'Associazione D.E.C.I.Ba. specializzata negli illeciti bancari. Ex agente finanziario, si è messo a fare il Robin Hood. Fu lui a lanciare le prime frecciate sulla questione oltre 12 anni fa. 
«Sono tantissimi gli ignari clienti che hanno diritto a questi rimborsi. Chi ha firmato contratti per più prestiti, può arrivare a riavere anche oltre i 10mila euro», racconta Cristiano Giannetti di “Rimborso del Quinto”, società che tratta migliaia di questi casi ogni anno. 

COME FARSI RIMBORSARE
Il rimborso si può chiedere da soli o aiutati da esperti. «Primo passo: calcolare alla virgola gli importi – spiega il dottor Giannetti -. Quindi inviare il reclamo dettagliato con la richiesta di rimborso alla banca o finanziaria. Se entro 30 giorni la risposta non arriva o è insoddisfacente, si fa ricorso all'Arbitro bancario e finanziario della Banca d'Italia». Così costa solo 20 euro, per il contributo alla procedura. Altrimenti, ci sono associazioni, professionisti e società specializzate. La parcella che chiedono spesso è una parte del rimborso ottenuto, che può arrivare anche al 40%. 
In ogni caso, la vittoria è pressoché scontata: sono oltre 9mila le sentenze dell'Arbitro bancario che danno ragione ai clienti: 3 volte su 4. 


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