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Niccolò Fabi: Vince chi molla

Venti anni di carriera, un nuovo disco, il ritorno alla ‘solitudine’ dopo il tour con Silvestri e Gazzè e il libro “Solo un uomo” per conoscerlo meglio

Ven 27 Ott 2017 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
Foto di 8

“Diventi Inventi 1997-2017” è la raccolta che mette insieme vent’anni di musica di Niccolò Fabi, canzoni interamente risuonate, un brano inedito, omonimo, delle rarità musicali, demo, provini e un brano live molto speciale. Segue “Una Somma di piccole cose”, l’ottavo disco di Niccolò Fabi, scritto, suonato e registrato a Campagnano di Roma, in una casa di campagna e precede il concerto-evento al Palalottomatica di Roma, del 26 novembre. Niccolò continua la sua evoluzione, fa cadere l’ultimo velo e si presenta ancora una volta per quello che è, lui che da sempre usa la canzone come farmaco contro il disagio sociale, il dolore personale e racconta di come la condivisione sia l’unica maniera per lenire la sofferenza. 

Vent’anni: cosa sono nella vita di Niccolò Fabi? 
«Sono un tempo grande che descrive la fortuna che ho avuto nel poter continuare a fare quello che ho sempre sognato di fare. Sono anni in cui spero di essere migliorato, quella è la sensazione che ho quando ascolto le mie canzoni, credo ci sia più qualità musicale, anche più libertà. è un traguardo che mi gratifica, lo ammetto!». 

“Diventi Inventi 1997 – 2017”: cosa c’è dentro questo doppio cd, oltre a tanta buona musica?
«C’è la rappresentazione totale di me, non il meglio. C’è il rapporto tra l’artista e quello che ha prodotto. Non sono canzoni risuonate per farle assomigliare al presente, non troverete ambientazioni sonore distanti da quello che sono oggi: cerco la coerenza. Nel secondo cd ci sono i provini, c’è il backstage, la creazione in parole povere, quello che magari non avevo pubblicato, ma che è necessario per capire alcuni passaggi di quei 20 anni. A volte capita di non pubblicare delle cose bellissime per errore, le lasci nel cassetto e nel frattempo illuminano il tuo processo creativo. Gran parte del lavoro di un artista sta nella percezione che ha di quei provini, chiusi nel cassetto, ma dei quali lui conosce l’esistenza».  
All’interno anche la versione live di “Attesa Inaspettata” eseguita il 30 agosto 2010 a Mazzano Romano, durante Parole di Lulù (la Fondazione nata nel 2010 per volontà della compagna Shirin Amini e di Fabi dopo la disgrazia che li ha colpiti nella vita privata: la figlia Olivia, di 22 mesi, è morta per una meningite fulminante).

Come ha fatto a trasformare il dolore?
«Non sono certo il primo ad essere riuscito a trasformare un grande dolore in qualcosa di condivisibile, in energia vitale. Il perché e il come riguarda la sensibilità del singolo, unita al conforto che l’arte ti dà e che ti permette di canalizzare le energie dolorose, dandogli uno sbocco e impedendogli di implodere e di distruggere ciò che trovano sul loro cammino. E poi c’è l’energia che ti arriva dall’affetto di chi, come nel mio caso, è un personaggio conosciuto e magari anche amato. è un’onda lieve, un paracadute che tante altre persone, nelle mie stesse condizioni non hanno avuto la fortuna di poter aprire. è un privilegio enorme». 

Nel corso del tempo com'è cambiato il suo approccio alla scrittura?
«Cresce l’uomo e cresce l’artista, inevitabilmente. Acquisti sicurezza e sei meno preoccupato del giudizio degli altri. Gradualmente mi sono sentito più libero e sono riuscito a concentrarmi su ciò che mi piaceva realmente fare». 

Per la sua ultima fatica si è chiuso in un casale in campagna ed è nato il suo disco più bello, a detta di tutti. Com’è andata?
«A detta anche mia se conta qualcosa (sorride - ndr)! Era quella l’espressione massima della libertà di cui le parlavo prima. Senti di poterti bastare, senti che non hai bisogno di tutti quei professionisti vicini che curano il suono alla perfezione. Senti che è arrivato semplicemente il momento di fare ciò che ti diverte: chiuderti in una stanza e suonare. Con l’unica differenza che poi ciò che è venuto fuori l’ho pubblicato». 

Attaccarsi alle piccole cose: è una scelta o un’esigenza dettata dalla rassegnazione?
«Non era quello il senso delle mie “piccole cose”. Preferisco concentrarmi sull’importanza che ogni progetto deve avere nelle singole fasi della vita. Ogni parte del meccanismo è responsabile dell’esito finale. C’è il quotidiano in quell’album, ma c’è anche altro». 

Nel disco anche riferimenti politici, uno su tutti quello ai “Cento Passi”. Anche questo fa parte dell’evoluzione dell’artista di cui dicevamo?  
«Non è il contenuto di una canzone che fa l’evoluzione dell’artista, ma la sapienza con la quale andrai a gestire quell’evoluzione. Le canzoni non sono più belle in base al loro contenuto e raramente quelle “politiche” sono più belle di quelle d’amore. è il modo in cui tratti i singoli argomenti a fare la differenza. A volte ho unito le due cose, ma a me non interessa parlare di politica. Non è compito della canzone trattare temi politici, piuttosto dovrebbe concentrarsi su quelli umani, con alla base delle precise scelte sociali e di conseguenza anche politiche. è un altro modo però di fare politica rispetto all’intendere comune.
Preferisco parlare dell’indipendenza come diritto di ogni uomo piuttosto che parlare della Catalogna». 

“Far assomigliare la tua vita ai desideri e ricordarsi di essere sinceri”: quali sono i desideri di Niccolò Fabi?
«Non credo che siano importanti, non i miei per lo meno. Non mi riferivo all’esplicitazione del desiderio, ma a quando ti rendi conto di quanto cambia la vita quando ti indirizzi verso i tuoi desideri e li rispetti, sia esso un desiderio di solitudine o di socialità, sessuale o sentimentale». 

“La malinconia è un bene necessario” ha recentemente dichiarato. In che senso? 
«Per fare un certo tipo di musica: è quello il momento in cui ti trovi ad avere una grande ipersensibilità verso le cose e ripiegarti su te stesso è la più ovvia delle conseguenze. Proprio in quel momento inizi a guardarti dentro.

Vince "chi molla"? 
«Sì, assolutamente. Vince chi molla tutti quei beni materiali che non ci aiutano a vivere bene. Bisogna saper accettare la separazione, questo è compito di ogni essere umano farlo, separarsi da tutto, anche dalle persone».  

L’esperienza da produttore…  quanto si lega al Niccolò cantante?
«Potrei dire di essere un produttore da quando ho 13 anni e mi sento più produttore che cantante, questo lo sono incidentalmente direi. Ho capito che la mia voce poteva essere significativa nel raccontare alcuni meccanismi e così ho unito le due cose. L’elemento più debole trovo sia il mio ruolo di cantante».   

E com’è stato tornare a camminare da solo dopo l'esperienza con Silvestri e Gazzè?
«Quell’esperienza mi ha molto rafforzato. Grazie a quei due là, che sono più amici che colleghi, più compagni di vita che altro, ho acquisito quella sicurezza che mi mancava. Lavoravamo con un numero di persone più numeroso e questo alle volte era terapeutico, perché dava conforto. Sono evaso dalla solitudine per due anni, abbiamo scritto insieme, è stato complesso come periodo e il risultato è stato che mi è tornata una voglia pazzesca di scrivere le mie cose, trovando anche il coraggio per fare il passo successivo a quello: smettere di difendermi. è così che ho deciso di pubblicare i miei provini, canzoni suonate, in pratica, nel salotto di casa».  

Il palco di Sanremo fa parte del suo passato. Esclude un ritorno? Perché un simile contenitore di musica nonostante il cambiare dei tempi non ha mai ceduto il passo? 
«Evidentemente, oltre ad un contenitore di musica, è anche altro. è un programma televisivo dove la musica è un pretesto. Da sempre. La musica e la tv non si sposano bene, ma questo è solo il mio punto di vista, le necessità della musica sono altre. Personalmente, non mi sono trovato a mio agio né a Sanremo né in tv nelle altre occasioni che mi si sono presentate. è qualcosa che evito il più possibile, non per una questione ideologica, ma personale. Non credo che al giorno d’oggi si possa dire con certezza che qualcosa non accadrà: diciamo che è un’evenienza decisamente remota quella di rivedermi sul palco dell’Ariston». 

Vent’anni di musica equivale anche ad un rapporto altrettanto lungo con il suo pubblico. è cambiato anche quello? 
«E' molto cambiato il mio pubblico, una porzione grossa di quello iniziale era legato a Sanremo e quindi l’ho perso per strada, perché generalista, televisivo. Una parte si è evoluta e si è innamorata del personaggio. Siamo cresciuti insieme, diciamo e poi ci sono quelli che gradualmente, a partire dal 2003 si sono aggiunti, e consolidati negli ultimi tre/cinque anni. Molti di loro sono stati influenzati dalla sensazione di conoscermi umanamente e si sono uniti a me molto più che alle mie canzoni. La percezione del mondo che ho, lo stile e le scelte fatte, la somma di tutte queste cose ha dato un’idea di me, che nel tempo si è trasformata in stima e affetto. Nel cofanetto troverete anche un libro, un simbolo: “Solo un uomo” fa parte dei miei 20 anni di musica ed è stato scritto da una ragazza, diventata donna, Martina Neri, che si è avvicinata a me anni fa da semplice ascoltatrice. è il mio interlocutore, è la gente che mi ha seguito e continua a farlo». 

“Solo un uomo”: perchè dovremmo leggerlo, cos’ha di speciale?  
«Non è un libro speciale. è la possibilità per chi mi segue di completare il quadro: nella distensione delle conversazioni che ci sono all’interno è facile trovare delle considerazioni che in altro modo non sarebbero venute fuori. L’approccio giornalistico è diverso da chi mi segue nei live, ma si ritroverà facilmente in quelle pagine».

I social, gli equivochi e le bufale. Ha visto quanta gente si è preoccupata per un suo “possibile” ritiro?
«E' l’aspetto bello e fastidioso allo stesso tempo del nostro lavoro. La prima cosa che pensi è: ma davvero tutta questa gente si preoccupa se smetto di fare musica? Pare di sì e la preoccupazione affettuosa che ho sentito è stata molto bella. Se entriamo in un discorso non solo personale, lo stato attuale della consapevolezza delle cose è drammatico. Ogni testata non solo di gossip ha ripreso la notizia, che poi era una non notizia, nata da una frase estrapolata dal contesto. Il livello medio delle testate on line è superficiale, dispiace dirlo. Cercano di emerge nella quantità infinita di articoli che circolano, puntando alla spettacolarizzazione ed è una scemenza, perché se pensi alle cose serie della vita non puoi metterle allo stesso livello delle vicende che toccano un cantante. Non cade la borsa mondiale, non si ingrandisce il buco dell’ozono. Dov’è l’attendibilità delle fonti?». 

Il 26 novembre ha dato a tutti appuntamento al Palalottomatica di Roma. Cosa si aspetta?  
«Non è una passerella di ospiti, niente fuochi d’artificio. Però sarà per me un momento importante, perché è la prima volta che tante persone, che hanno vissuto la passione per la mia musica, si ritrovano insieme per un mio concerto. Non è di moda la mia musica, preferisco definirla intima e cantare a 7000 persone ciò che fino a ieri era stato solo sussurrato sarà una bella scarica di adrenalina!».

 



A Roma il 26 novembre

Nasce a Roma nel 1968. Laureato in filologia romanza, inizia a lavorare come assistente al palco. Debutta con una cover band dei Police. Il successo del suo primo singolo “Dica” (1996) gli apre la strada del Festival di Sanremo del 1997, dove vince il Premio della Critica nella Categoria Nuove Proposte con “Capelli”. Poco dopo esce il suo primo album “Il giardiniere”, seguito dal singolo omonimo. L'anno dopo al Festival è con “Lasciarsi un giorno a Roma” seguito dall'album “Niccolò Fabi”. Incide con Max Gazzè “Vento d'estate”, che vince Un disco per l'estate. Seguono gli album “Sereno ad ovest”, “La cura del tempo”, “Novo Mesto”, “Solo un uomo”, “Ecco”, “Il padrone della festa” (con Daniele Silvestri e Max Gazzè), “Una somma di piccole cose”, “Diventi Inventi 1997 - 2017”. Il 26 novembre sarà al Palalottomatica di Roma per un concerto evento.


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