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Cibo spaziale

E' un’azienda italiana a nutrire gli astronauti

Ven 27 Ott 2017 | di Nadia Afragola | Attualità
Foto di 8

Le pause pranzo dell’astronauta Paolo Nespoli, tornato nello spazio per la terza volta, forse non tutti sanno che portano la firma italiana e precisamente quella di Argotec, una società nata nel 2008 che opera nel settore aerospaziale a più livelli, uno su tutti l’ambito alimentare. 
Sono loro ad aver realizzato lo space food, nato per gli astronauti e oggi in vendita anche sulla Terra. Nello Space Food Lab di Argotec è stato sviluppato il cibo per gli astronauti Luca Parmitano, Alexander Gerst, Samantha Cristoforetti e Paolo Nespoli. I piatti pronti sono sviluppati seguendo il modello del piatto unico elaborato dagli esperti della Harvard School of Public Health. Un pasto completo è composto da ¼ di proteine, ¼ di carboidrati e ½ di verdure e frutta.  

INVECCHIAMENTO VELOCE
Lo studio intorno allo space food si è reso necessario per provare a ridurre l’invecchiamento cellulare dato dalle condizioni di microgravità presenti nello spazio. Sei mesi nella Stazione Spaziale Internazionale (ISS) provocano un invecchiamento cellulare che sulla Terra si verificherebbe in dieci anni. 

L’AZIENDA DI TORINO
Argotec nasce in Italia, a Torino, pur operando in contesto internazionale, una parte del team infatti è dislocato presso il Centro Europeo Astronauti (EAC) in Germania a Colonia e una in Francia presso la Argotec Space France. 

LA MACCHINA DEL CAFFE'
Tanti i sistemi ingegneristici sin qui sviluppati, non ultima ISSpresso, la prima macchina espresso a capsule, nata in collaborazione con Lavazza, in grado di lavorare in condizioni di microgravità e ARTE (Advance Research for passive Termal Exchange), dimostratore tecnologico italiano, presente a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, con l’obiettivo di verificare in condizioni di microgravità il comportamento di un innovativo sistema termico. Il progetto ARTE è il frutto di una ricerca, ancora in corso, lunga 5 anni: a Paolo Nespoli il compito di terminare la qualifica del dispositivo nello spazio. 

NESPOLI FU IL PRIMO 
David Avino, amministratore delegato della Argotec, membro di varie commissioni NASA ed ESA, ci apre le porte verso uno “spazio” che a noi è possibile solo immaginare: «La nostra attività di ricerca e sviluppo in ambito alimentare è iniziata nel 2010, da allora una squadra di chef, nutrizionisti, tecnologi alimentari e ingegneri collabora per realizzare prodotti sempre più innovativi. La ricerca è un’attività costante: al momento i nostri studi sono focalizzati sulla selezione delle materie prime e delle tecnologie migliori, in grado di supportare e migliorare la qualità nutrizionale e organolettica dei prodotti finiti». 

Nespoli fu il primo astronauta ad entrare nel vostro programma nel 2011.
«Tutti gli astronauti con cui abbiamo lavorato possiedono una forte personalità. Paolo è una persona particolarmente determinata e lo si evince anche dalla sua volontà di tornare per la terza volta nello spazio. Durante la nuova missione spaziale di Paolo verranno testati due esperimenti interamente ideati e realizzati nei nostri laboratori: ISSpresso e ARTE». 

E l’idea del caffè com’è nata?
«Nel 2013 l’astronauta Luca Parmitano, durante la sua missione Volare, espresse il desiderio di bere un caffè espresso nello spazio. Grazie alla collaborazione con Lavazza e con l’Agenzia Spaziale Italiana è stato possibile accontentarlo. Ci sono voluti una decina di ingegneri di età media 29 anni e “solo” 18 mesi di tempo. Dico “solo” perchè il tempo medio che passa dall’ideazione alla realizzazione di un sistema ingegneristico per lo spazio può raggiungere i tre anni».

Perchè si è deciso di rendere accessibile anche ai terrestri il cibo spaziale?
«Tutto ciò che è progettato per lo spazio deve avere un ritorno immediato sulla Terra. Il nostro cibo risponde alle esigenze di chi sulla Terra pratica sport in condizioni estreme, chi viaggia o trascorre molto tempo fuori e necessita di scorte di alimenti a lunga conservazione. Abbiamo ritenuto importante consentire a quelli che noi chiamiamo “terrestri” di poter usufruire di tutti i benefici ottenuti dai nostri studi». 


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