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E’ ora di parlare

Sette milioni di donne hanno subìto abusi nella loro vita. Spesso tra le mura domestiche. I dati e le storie di chi è sopravvissuto e di chi aiuta a trovare la forza di denunciare

Ven 27 Ott 2017 | di Clemente Pistilli | Attualità
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Uccise a coltellate, a bastonate, a colpi di pistola, a suon di calci e pugni e a volte anche sfregiate. Ogni tre giorni in Italia vi è l’omicidio di una donna. Ben 120 le vittime nel 2016, trend rimasto tristemente costante anche quest’anno e, secondo recenti dati Istat, quasi sette milioni le donne che hanno subìto una qualche forma di abuso nella loro vita. Le forze dell’ordine, elencando dati e statistiche, mostrano come negli ultimi anni il fenomeno sia in calo, ma i casi di violenze sono ancora troppi. Manca ancora la cultura sulla parità di genere. E da aprile, in sordina, sta lavorando su una simile piaga e cercando soluzioni una commissione parlamentare d’inchiesta.                                                                

IN CASA
I cosiddetti femminicidi e gli episodi definiti di violenza di genere riempiono quotidianamente le cronache. Nel 2014 il rapporto “Violence Against Women”, curato dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, con una ricerca compiuta nei 28 Stati membri, ha denunciato che il 22% delle intervistate ha sostenuto di aver subìto violenza nella propria vita da parte del partner o dell’ex partner e il 43% di essere state vittime di abusi psicologici ripetuti. In precedenza era stata l’Organizzazione mondiale della sanità a sottolineare che una donna su cinque ha subìto abusi da parte di un uomo. Infine, sono arrivati i dati Istat: 1.740 i femminicidi negli ultimi dieci anni, il 71,9% dei quali consumati in famiglia, e quasi 3,5 milioni le vittime di stalking, con il 74,5% dei carnefici di nazionalità italiana e il 78% delle vittime che hanno scelto di subire in silenzio.

I MOVENTI?
I numeri su tale fenomeno, seppure appunto in calo come evidenziato più volte dalle forze dell’ordine, sono impietosi: le donne vittime di omicidio sono passate dalle 124 del 2011 alle 120 dello scorso anno. E il movente più frequente è legato alle liti e ai rancori personali maturati in ambito domestico. Le denunce per atti persecutori, l’ormai noto stalking contro cui è stata varata una norma ad hoc nel 2009, che consente alle forze dell’ordine di poter intervenire con tempestività, sono cresciute dalle 9.027 del 2011 alle 12.675 del 2016. Quelle per maltrattamenti in famiglia dalle 9.294 di sei anni fa alle 13.913 dell’anno scorso, l’81% delle quali con vittime donne. E le denunce per percosse sono calate in un anno, dal 2015 al 2016, da 15.200 a 13.729. In calo, infine, anche le violenze sessuali: 4.617 nel 2011, 3.984 nel 2016 e 1.381 nei primi cinque mesi di quest’anno.

COMMISSIONE D'INCHIESTA
Reati intollerabili anche se in calo. Il Senato, il 18 gennaio scorso, su tale fenomeno ha così istituito una commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta dal senatore Francesca Puglisi, del Pd. Un organismo a cui sono stati dati sette compiti. Dovrà indagare sulla reale dimensione del problema del femminicidio e in generale della violenza di genere, monitorare la concreta attuazione della Convenzione di Istanbul del 2001, relativa alla prevenzione e alla lotta contro le violenze nei confronti delle donne, oltre che di ogni altro accordo sovranazionale e internazionale in materia e della legislazione nazionale ispirata a tali principi; accertare possibili incongruenze e carenze nella normativa vigente, analizzare i diversi episodi verificatisi a partire dal 2011, cercando di capire se vi siano dei comportamenti ricorrenti e di orientare così l’azione di prevenzione; accertare la capacità di intervento da parte delle autorità e monitorare l’effettiva destinazione delle risorse stanziate con la legge del 2013, la numero 119, alle strutture che si occupano di violenza di genere, oltre che proporre soluzioni di carattere legislativo e amministrativo.

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ALTRE LEGGI NON SERVONO
In questi mesi numerose sono state le audizioni di responsabili delle diverse associazioni a difesa delle donne, investigatori, politici, vittime, rappresentanti del mondo dell’informazione. Ma sinora sembra che vi sia una costante: quasi tutti sono d’accordo sul punto che non servono altre leggi, ma occorre compiere uno sforzo enorme per creare una cultura del rispetto della donna a partire dalla scuola e dunque dalle nuove generazioni. Operazioni da compiere in tutti gli strati sociali. “La violenza di genere è trasversale alle diverse classi”, ha precisato lo stesso capo della Polizia, Franco Gabrielli. Il lavoro delle forze dell’ordine è notevole. Sul fronte dello stalking, tra il 2011 e il 2016, sono stati emessi 6.405 ammonimenti e tra il 2014 e il 2016 sono stati disposti 787 allontanamento urgenti dalla casa familiare. La polizia da sola però non basta. Non bastano le sezioni specializzate, come quella sugli atti persecutori istituita nel 2009 dall’Arma. “Parliamo di numeri inaccettabili per una società progredita come la nostra”, ha dichiarato alla commissione parlamentare d’inchiesta il generale Tullio Del Sette, comandante generale dei Carabinieri. E serve dunque un lavoro sinergico tra i diversi operatori e un’azione capillare di educazione degli italiani.

 



LUCIA ANNIBALI

La prima audizione compiuta dalla commissione d’inchiesta è stata quella dell’avvocato Lucia Annibali, fatta sfregiare con l’acido dall’ex fidanzato. “Io ho vissuto un’esperienza molto particolare ed estrema, proprio per il tipo di aggressione che ho subìto – ha dichiarato -, ma, al di là di questo, tutto ciò che ho vissuto sotto il profilo emotivo, personale ed interiore nei quattro anni della mia storia è stato altrettanto devastante. La ricostruzione di se stessa e il recupero del valore della propria persona è qualcosa di molto difficile. Per questo motivo è importante che ci sia sempre solidarietà nei confronti di noi donne che viviamo un’esperienza di questo genere. C'è bisogno di comprensione e mai di un giudizio”.

 



LA CONVENZIONE

La Convenzione di Istanbul si compone di un preambolo, di 81 articoli e di un allegato. Parte dalla Cedaw, la Convenzione Onu del 1979 sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne e ha tra gli obiettivi principali quello di creare un quadro globale e integrato che consenta la protezione delle donne, nonché la cooperazione internazionale e il sostegno alle autorità e alle organizzazioni a questo scopo deputate. L’articolo 4, in particolare, sancisce il principio secondo il quale ogni individuo ha il diritto di vivere libero dalla violenza nella sfera pubblica e in quella privata. 




CORTI DA VEDERE

Il canale Studio Universal (Mediaset Premium sul DDT) manderà in onda il 20 novembre alle 20.40 e il 25, nel programma "A noi piace corto", il cortometraggio “Gionatan con la G”, del regista Gianluca Santoni, vincitore del progetto Cinemaster 2017 che premia ogni anno un giovane film maker italiano con un master di due settimane a Los Angeles. La storia ha come tema le violenze domestiche, perché il bambino del titolo si trova al pronto soccorso per accompagnare la madre che si deve far medicare per ferite subìte. 




Gessica Notaro: Il peggio è passato

A gennaio è stata sfregiata con l'acido dal suo ex fidanzato, oggi è una donna più forte e alle ragazze dice: “Parlatene, non vergognatevi e valutate bene chi vi sta accanto”

Angela Iantosca

Ho guardato da vicino le sue ferite. Ferite sulla superficie della sua pelle. Ferite invisibili nella sua mente, nella memoria, nel cuore. Ho guardato la sua dignità e la forza con la quale ha dichiarato che il peggio è passato. Che saranno tante le operazioni che dovrà subire. Ma che il peggio è passato. Gessica ha 27 anni, è di Rimini, è una ex modella, nel 2007 ha partecipato al concorso Miss Italia e qualche mese fa è stata aggredita dal suo ex che ha pensato di rovinarla per sempre, piuttosto che lasciarla libera, sfregiandole il volto con l’acido. 

“Il peggio è passato”, lo dice con forza e dolcezza mentre riceve il suo primo premio, il “Women for Women against Violence - Premio Camomilla”, all'interno di una serata organizzata a Roma e dedicata alle tante associazioni che lavorano contro la violenza sulle donne e sulla prevenzione del tumore al seno.
 «È il primo premio che ricevo e sono onorata di essere entrata in un contesto del genere, dove ho trovato la stima di tante persone, ma verso le quali provo un’ammirazione profonda, perché queste donne combattono ogni giorno contro il cancro, vivendo una situazione più difficile della mia. Il fatto che Donatella (Gimigliano, organizzatrice della serata – ndr) mi abbia dato questa opportunità mi rende orgogliosa».

Quanto è importante raccontare la propria storia?
«È importante raccontare per dare forza alle altre. Ma bisogna fare attenzione, perché è sempre un'arma a doppio taglio, perché potresti far star male le persone sensibili e ispirare i cattivi…».

Qual è il modo giusto di raccontare?
«Il discorso è che a volte bisognerebbe scendere meno nei dettagli. Bisognerebbe far capire in generale, così si potrebbe dare forza alle vittime e far capire che chi viene colpito da certe cose poi trova dentro di sé una forza grande e far capire ai responsabili che il loro tentativo di annientarci è vano e che più passa il tempo e più loro subiranno pene significative! Non solo rovinano la vita delle donne che colpiscono, ma anche la loro, al di là della condanna».

Cos’è per te il coraggio?
«Difficile rispondere: secondo me viene dall'istinto di sopravvivenza, è una forza grande che c'è, è qualcosa che possiamo dominare fino ad un certo punto».

Quanto sei cambiata?
«Sono più saggia ora! Sono più consapevole delle mie risorse, anche della mia forza fisica, perché prima ero una ipocondriaca… è stata una bella scoperta».

Cosa vuoi dire alle ragazze?
«Bisogna valutare bene le persone che si hanno vicino, cercando di fare, per quanto sia possibile, un quadro chiaro: ricordate che c'è qualcosa che non va se una persona, per farsi grande, ha bisogno di schiacciarci a terra. C'è qualcosa che non va se chi ci sta accanto non condivide le nostre vittorie. Ricordate che comincia tutto con la violenza psicologica. La violenza fisica è il punto finale».

A chi bisogna chiedere aiuto?
«Teoricamente bisognerebbe chiedere aiuto alle Forze dell'Ordine. Ma è importante parlarne il più possibile anche con le persone intorno e far capire alle persone che ci circondano che siamo in pericolo. Io non sono stata tutelata, nonostante avessi sporto denuncia: avrei dovuto solo far le valige e andar via!».

Cosa vorresti che fosse raccontato in modo diverso?
«A volte si è superficiali nel ricostruire la storia. Ci tengo a ricordare che prima che accadesse tutto, negli otto mesi precedenti, io avevo sporto denuncia, il mio ex era stato denunciato anche dai colleghi e dal nostro datore di lavoro, perché noi lavoravamo insieme».

Ci tutela a sufficienza la legge?
«No, sono tutelati di più loro. Pensa che quando sporgi denuncia, il giudice ha l'obbligo di sentire il denunciato e non il denunciante!». 

Che cammino c'è di fronte a te?
«Ancora altre operazioni e altre sofferenze, spero meno dolorose delle ultime».
 


 

CONSIGLI DI LETTURA

Cento Autori ha pubblicato nel 2017 il libro di Piergiorgio Pulixi “L’ira di Venere”. Venti racconti sull'universo femminile e sull'erosione dell'animo umano, che porta alcune delle protagoniste a scivolare nel baratro della follia o sulla strada del crimine e della vendetta. Storie saccheggiate a piene mani dalla realtà e dalla cronaca, trasfigurate dalla penna di Pulixi che compone un mosaico sulla fragilità, la forza, la disperazione e il coraggio che rendono le protagoniste di questi racconti così verosimili e speciali.

 



La ragazza del lago

A 16 anni Federica viene trovata senza vita sul lago di Bracciano. Indagato il fidanzato

Federica era una ragazza di 16 anni, studiava e, come tante ragazze della sua età, era fidanzata con un ragazzo più grande di lei. «Era una ragazza un po' ribelle ed io mi rispecchio molto in lei, perché somigliava a me quando avevo la sua età», racconta Massimo Mangiapelo, zio di Federica che due anni fa ha pubblicato il libro “La ragazza del lago”, sulla vicenda che ha coinvolto la nipote. 

Era la notte di Halloween del 2012, quando Federica fu trovata sulle rive del lago di Bracciano senza vita. Solo nel 2014 è stato arrestato il fidanzato. Secondo la ricostruzione della Procura di Civitavecchia, il giovane di Formello avrebbe ucciso Federica al culmine di una discussione dovuta, probabilmente, alla gelosia: il ragazzo l’avrebbe prima strattonata, facendola cadere a terra, e poi annegata tenendole la testa sott’acqua. Infine, l’avrebbe abbandonata su una spiaggia vicino ad Anguillara Sabazia. Condannato in primo grado a 18 anni, il ragazzo ha avuto uno sconto di pena in appello a 14 anni.

Che ricordi ha di quella giornata?
«Irreale. La mattina mi ha chiamato mia madre, dicendo che Federica era morta. Sono rimasto senza parole. Non sapevamo nulla». 

Come vi ha cambiato?
«Federica non ce la ridà nessuno. E quindi da quel punto di vista è cambiato tutto. E poi questa vicenda drammatica ci ha aperto gli occhi nei confronti di un aspetto molto serio della nostra (in)civiltà. Un problema che stiamo cercando di affrontare almeno nel mio piccolo». 

Lei gira molto nelle scuole.
«I confronti con i ragazzi sono quelli che mi arricchiscono di più. È emozionante parlare a giovani che hanno la stessa età di Federica».

Qual è la domanda ricorrente?
«La domanda ricorrente è: “Cosa fare in questi casi?”. La cosa essenziale è rivolgersi ai genitori. Anche quando non andate d'accordo con loro, i genitori rimangono le persone che ti amano. Altrimenti rivolgetevi agli amici, ad un parente a cui sei legato. Poi ci sono le Forze dell'Ordine. Anche se gli adolescenti sono restii, sono intimoriti». 



TORNARE A VIVERE

A Kathmandu un’italiana da anni aiuta le donne a prendere coscienza dei propri diritti

“Il sesso inutile” lo chiamava Oriana Fallaci in un libro che è un viaggio nel mondo femminile orientale. Il sesso inutile e non perché lo sia, ma perché così viene troppo spesso considerato. Le donne, le creature che generano altre vite nel mondo sono il sesso inutile, quello da oltraggiare, offendere, ferire. Il sesso inutile che fa piangere i genitori che scoprono che nella pancia c'è una femmina e non un maschio. Perché la vita di un maschio troppo spesso è più semplice. O forse no. 

Perché, in realtà, la vita sarebbe più semplice se ci fosse equilibrio, armonia, rispetto e una distribuzione equa delle responsabilità: basterebbe capirlo, ad ogni latitudine. Per questo siamo andati oltre i confini dell'Italia e abbiamo deciso di parlare con chi da anni si occupa di violenza di genere lontano dall'Italia, in Nepal. 

Nonostante i chilometri, le storie che racconta Barbara Monachesi, responsabile dei progetti di Apeiron, sono troppo simili a quelle di casa nostra e i dati, anche lì, sono allarmanti: 1 donna su 5 in età riproduttiva (15-49 anni) subisce almeno una violenza fisica durante la propria vita e più di 1 su 10 è vittima di violenza sessuale. Non solo: la violenza di genere è la principale ragione dei suicidi che sono, a loro volta, la prima causa di morte tra le donne nepalesi in età riproduttiva. 

«Quando mi sono laureata in Giurisprudenza e ho dato l'esame di Stato, ho deciso di fare un’esperienza di volontariato all'estero. Venuta qui, era il 2005, conosco Apeiron. Mentre faccio volontariato, incontro dei bambini che stanno per strada. Uno di loro mi segue e diventa il mio figlioccio. Con lui anche il fratellino. Quando dopo un anno i ragazzi che gestiscono Apeiron mi chiedono di diventare responsabile sul posto, mi è venuto naturale accettare».

Com’è la condizione delle donne in Nepal?
«Disastrosa. C'è una grande disparità nei ruoli e negli stereotipi, le mamme non scelgono di diventare mamme. E non si capisce che lavorare sulla questione femminile, significa investire sulla famiglia. Una società che denigra così tanto la parte femminile è una società destinata a fare pochi passi. È come se avesse metà corpo paralizzato. Qui le donne non hanno possibilità di esprimersi. Ce lo raccontano quelle che arrivano da noi: ci parlano di come soffrono della grande disparità. Le leggi in realtà ci sono, ma le donne dei villaggi ci dicono che non sanno bene di che leggi si tratti, pur sapendo che esistono».

Le donne quindi hanno percezione di subire continue violazioni dei propri diritti?
«L'essere umano capisce che ci sono delle ingiustizie, anche se non ne comprende totalmente l'entità. Sono abituate ad un mondo in cui la donna vale poco, eppure non può non venirti un po' di rabbia quando vedi la differenza con i fratelli, quando tu dopo la quinta elementare stai a casa perché dalla sesta classe si pagano le tasse e il maschio continua a studiare. E le stesse donne preferirebbero avere dei figli maschi, perché per loro la vita sarebbe più semplice. Anche se poi, facendo un passo ulteriore, questi stereotipi che tanto impediscono lo sviluppo della donna non sono un fardello leggero neanche per l'uomo che, se non guadagna, non è un brav'uomo: quando i ruoli sono così definiti e non c'è una grande complementarietà ne soffrono entrambi».

In una società così quanto si rischia a denunciare? 
«Noi non abbiamo grossi problemi di sicurezza, perché le donne arrivano da villaggi così remoti che ci vogliono giorni di viaggio per arrivare da noi. Di solito arrivano tramite la polizia o gli uffici governativi che si occupano delle donne. Possono essere mandate dagli ospedali, cosa non semplicissima. Chi lavora negli ospedali deve riconoscere che si è trattato di violenza e questo non è semplice».

Voi cosa offrite?
«Il nostro progetto è esteso e si cerca di personalizzare al massimo l'aiuto. Siamo consapevoli che anche se le cause e i risultati delle violenze sono gli stessi, ognuno ha una propria storia personale. Alcune hanno bisogno di un supporto legale, psicologico, altre hanno bisogno di imparare delle competenze perché devono mantenere se stesse e la prole. Spesso è anche con i lavori di prevenzione che facciamo nei villaggi che veniamo a conoscenza di alcune storie».

Ci sono leggi a tutela delle donne?
«Ci sono leggi che riguardano le violenze domestiche. Si sono fatti dei passi avanti da un punto di vista legale e ci sono delle norme su cui far leva, ma frequentemente sono norme abbastanza ridicole e spesso la polizia tenta di sistemare le cose. Solo se la donna insiste riesce ad andare avanti nel suo percorso. Comunque, a meno che non si tratti di donne istruite, difficilmente ce la fanno da sole».

Alcuni casi? 
«Recentemente c'è stata una donna che è stata membro del parlamento che da sola non riusciva ad uscirne. È stata nascosta da noi un po' e ce l'ha fatta con l'aiuto di diversi legali (il marito è un politico importante - ndr). Ha impiegato tanto a denunciare perché questo significava anche rinunciare ad uno status sociale».

La violenza in Nepal viene percepita come un problema secondario di fronte alla povertà?
«No! Una delle possibilità che ha il Paese per uscire dalla povertà è riconoscere che l'uomo e la donna sono uguali. Fino a quando uno stato si nasconde dietro questa differenza, che in realtà è solo una differenza biologica, per poi farne una discriminazione che impedisce alla società di progredire, difficilmente può emanciparsi. Ma finalmente anche il governo nepalese ha compreso che la violenza di genere è un problema enorme e ha deciso di aprire strutture in ciascuno dei distretti del Paese. Noi come Apeiron stiamo formando il personale insieme ad un progetto finanziato dal governo svizzero tramite le Nazioni Unite».

Quanti posti avete?
«Quaranta posti. Anche se ora abbiamo 61 persone. Riusciamo ad andare avanti grazie a privati, fondazioni e aiutai dall'Italia e poi cominciamo ad avere aiuto dalla comunità internazionale». 

Quante storie hai sentito e visto in questi anni?
«Tante e ogni volta che ne sento una mi sembra di non aver sentita niente di peggio. Ricordo una ragazza che venne bruciata perché non aveva risposto al marito che per chiamarla schioccava le dita. Lei stava preparando il riso e la pentola a pressione non le ha fatto sentire quel richiamo. E lui che ha fatto? Le ha buttato la pentola in testa, ustionandola. Quando lei è venuta da noi, le ferite erano tutte cicatrizzate. Abbiamo dovuto far eseguire diversi interventi… Poi ricordo un'altra ragazza segregata per dieci anni e che è stata trovata solo perché, in seguito al terremoto, la casa è crollata… Nella maggior parte dei casi chi realizza la violenza è il marito, ma ci sono anche tanti casi in cui la violenza è nella famiglia d'origine, che non vuole l'ennesima figlia femmina».    



CASANepal per donne ‘spezzate’

Apeiron è una ONLUS di diritto e persegue fini di solidarietà sociale, con l’assenza di ogni fine di lucro. Sono più di 60 le giovani donne che arrivano ogni anno a CASANepal, il centro di accoglienza per donne sopravvissute a violenze di genere aperto 10 anni fa a Kathmandu, in Nepal.  Sono tutte donne “spezzate”, sempre più giovanissime, vittime di violenza, discriminazioni o in condizioni di grave disagio economico e sociale, sole o con bambini. In dieci anni, più di 350 donne con i loro bambini hanno vissuto a CASANepal, e terminato il loro periodo di accoglienza hanno trovato un lavoro o avviato una piccola attività in proprio. Grazie al supporto di personale dedicato e qualificato le ospiti della struttura ottengono gli strumenti di base per poter aprire la propria micro-impresa o per imparare un mestiere e vengono poi seguite attentamente durante il primo periodo di attività e di vita fuori da CASANepal. 

Info www.apeirononlus.it -  info@apeirononlus.it - FB e Twitter Apeiron in Nepal.


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